Le ultime uscite di artisti come Madlib, Damon Locks, Lonnie Holley (in coppia con Matthew E. White), Adrian Younge, Slowthai, Armand Hammer & The Alchemist, Brockhampton fino ad arrivare all’imminente lavoro dei Sons of Kemet e al disco postumo di Tony Allen dimostrano l’ottimo stato di salute della musica di orientamento black che – è facile prevedere – la farà da padrona nelle classifiche di fine anno, come già successo l’anno scorso con i dischi di Sault, Mourning (A) BLK Star, Ancestors, Jeff Parker e compagnia bella.

Tutti titoli piuttosto eterogenei, ma accomunati da una vibrazione comune (spesso scopertamente politica) e da una ricerca sul suono che fonde campionamento ed elettronica, e che viene favorita dal lavoro di etichette di riferimento e da uno scambio continuo tra musicisti che si è fatto anche transnazionale, vista anche l’esplosione delle scene jazz inglesi e sudafricane e un’attenzione verso l’Africa che con sempre più fatica può essere confinata dentro l’etichetta “World Music”. Ne viene fuori una black music 2.0 che sembra confermare come siano i codici urban quelli maggiormente capaci di far “parlare” alla musica la lingua del presente e che alle caratteristiche tipiche della propria storia (groove, voci ammalianti in bilico tra sacro e profano, turnisti instancabili e manager senza scrupoli) unisce una sempre più raffinata scienza produttiva, che non attenua ma anzi enfatizza le storie e la retorica che da sempre quelle vibrazioni accolgono: la strada, il ghetto, l’anelito alla libertà materiale e spirituale, il sudore del ballo che poi è lo stesso del sesso e molto altro.

Sons Of Kemet - Hustle ft. Kojey Radical

Insomma tutto perfetto, niente da ridire… ma se proprio si dovesse trovare qualcosa, allora verrebbe da osservare che a latitare un po’ sono le canzoni. A rischio di apparire come chi si aggrappa a un feticcio senza accorgersi di come persino la canzone abbia cambiato la propria maniera di agganciare l’ascoltatore, ritengo che il fantastico rinnovamento-nella-continuità avvenuto a livello di sound non si sia invece consumato nell’ambito della scrittura dei brani, spesso adagiata su soluzioni standard messe al servizio delle sperimentazioni ritmiche dei musicisti.

E’ forse per questo che continuo a tenermi stretti alcuni eroi minori, cui è bello ritornare di tanto in tanto per la perizia con cui riescono a cesellare le proprie canzoni, fornendo un prodotto finito non precisamente allineato, ma indiscutibilmente black.
Mi riferisco a gente come Cody ChesnuTT (tre dischi pubblicati al momento: The headphone Masterpiece, 2002; Landing On a Hundred, 2012; My Love Divine Degree, 2017) e Bhi Bhiman (anche lui tre dischi in attivo al momento: Bhiman, 2012, Rhythm and Reason, 2015; Peace of Mind, 2019). Entrambi gli artisti non pubblicano da alcuni anni, ma vale la pena riproporre in questa sede i loro ultimi dischi, con il suggerimento di recuperare anche i precedenti.

L’ultimo disco di Cody ChesnuTT veniva pubblicato nel 2017 e si intitolava “My Love Divine Degree”. Si apriva con la frase “Anything can happen when the music is good” e giungeva dopo un lungo silenzio da parte del musicista: erano infatti passati ben cinque anni dal disco precedente, “Landing on a hundred”, che a sua volta si era fatto attendere per dieci lunghi anni! Questo il periodo di tempo che lo aveva separato dall’acclamatissimo esordio “The headphone masterpiece”, con cui il musicista di Atlanta era venuto alla ribalta (complice anche la fortunata collaborazione con i Roots di “Phrenology” dello stesso anno), ipotizzando per il soul una rivoluzione in minore che rifiutava le super produzioni patinate, dirigendosi piuttosto verso un sound scarno e lo-fi. Dopo cotanto capolavoro, che sembrava doverlo lanciare nell’Olimpo delle giovani star della musica nera, Cody spariva e, quando tornava con “Landing on a hundred”, deludeva un po’, ma solo perché le intuizioni, sparse in fascinoso disordine nell’esordio, venivano riordinate in un sound più classico e professionale.

The Roots - The Seed (2.0) (Official Music Video) ft. Cody ChesnuTT

My love divine degree provvedeva invece a recuperare l’elettronica stracciona e cheap del primo disco, aggiungendo un ulteriore aroma freaky a dare un leggero sapore psichedelico.

All’uscita del disco la scena soul si divideva tra l’ R n’ B da classifica (un mainstream massimalista capace di dare parecchi punti all’underground in termini di creatività) e l’onda lunga del fenomeno purista del Retro-Soul con artisti come Charles Bradley, Sharon Jones e Lee Fields (e, perché no, il nostro Luca Sapio). Cody ChesnuTT rappresentava una terza via che chiaramente non aveva molte chances di fare proseliti: difficile immaginare che un inclassificabile madman, stonato da troppi joint, potesse davvero incarnare un nuovo esempio di soul man per il nuovo millennio.

Ma d’altronde è meglio così: che farsene di suoi emuli? Di gente che si sforza di far stare in piedi canzoni rattoppate e incerottate, piene di ganci melodici, ma subito sabotati?

Se sono riuscito a incuriosire, ascoltate allora una canzone come “She Ran Away” (terzo brano del disco) sorta di suite soul anni ’70 con intro recitato, sviluppo classic funk che procedendo sembra quasi sfaldarsi e perdere consistenza, fino a riprendere quota grazie a un falsetto sdoppiato su due canali. Oppure si potrebbe optare per la stramberia acustica di “This Green Leaf”, dove ai ritornelli sintetici vengono alternati bridge acustici in bassa fedeltà cantati come fosse un demo casalingo. Sciatteria o coraggio produttivo? Francamente non lo so, ma di certo si tratta di musica che trasuda purezza e sincerità. E una scrittura formidabile! Ascoltate per credere le perle pop “Bullets In The Street And Blood”, purissima melodia che conduce a un ritornello perentorio e addolcito da un raddoppio di voci degne del miglior Marvin Gaye o “So Sad To See (A Lost Generation)”, intro acustico sussurrato, voce che si distende fino a quando non viene tirato in ballo nuovamente il fantasma di Gaye.

Cody non delude nemmeno nei pezzi più ritmati, come la tribale e percussiva “Africa The Future” per voce, chitarra saltellante, coro e declamazioni da MC e “I Stay Ready”, ska post-moderno per battito sintetico e voce missata dietro un tappeto di chitarre circolari.

Chiudono le bellissime “Peace (Side By Side)”, soffio sensuale e anelito spirituale fusi in una sinfonia per voci, elettronica da quattro soldi e cuore in mano e il finale folk di “Have You Heard Anything From The Lord Today”, che sprizza serenità da tutti i pori prima di essere interrotto bruscamente. Stando alle tempistiche cui ci ha abituato Cody ci si dovrebbe rivedere dopo altri dieci anni, chissà… Nel frattempo, però, ne sono già passati quattro.

Have You Heard Anything from the Lord Today

L’altro protagonista di questo breve promemoria è Bhi Bhiman, musicista che si era fatto notare da qualcuno (pochi a dire il vero…) nel 2015 grazie al suo notevole secondo disco intitolato “Rhythm & Reason” (di cui confesso di essermi invaghito di un amore a combustione lenta, come quelle commedie adolescenziali in cui il protagonista capisce solo alla fine del film che il suo vero amore non è la sventola che ha inseguito per tutta la pellicola, ma l’amica di infanzia che gli è stata accanto per tutto il tempo). Un disco che si sintonizzava sulle stesse vibrazioni di libri come “Telegraph Road” di Michael Chabon o film come “BlacKKKlansman”. Si trattava dell’opera di un musicista dall’aspetto buffo, figlio di immigrati originari dello Sri Lanka, molto dotato tecnicamente sulla chitarra e con una faccia da nerd più simile a un personaggio di Big Bag Theory che a un eroe soul alla Marvin o Isaac.

Bhi Bhiman - Moving to Brussels (Official Video)

Rhythm & Reason” veniva dopo un esordio, intitolato “Bhiman”, in odore di country cantautorale e aveva preceduto il progetto da cui avrebbe preso forma nel 2019 il terzo disco “Peace of Mind”. Progetto che prevedeva una serie di appuntamenti diffusi in streaming, che associavano alle singole canzoni (che avrebbero fatto parte del disco) dei podcast in cui era possibile ascoltare scrittori come Dave Eggers parlare di temi come democrazia, immigrazione e rifugiati politici, parità di genere, ma anche discussioni riguardanti l’attualità come l’amministrazione Trump, il voto americano e le manipolazioni dei russi, fino a giungere a confessioni più private dello stesso Bhi.

Il contesto era quello di una America che, dopo le tensioni dell’ultima fase della presidenza di Obama, aveva visto la situazione precipitare con l’elezione di un presidente che strizzava apertamente l’occhio al suprematismo bianco e la cui elezione sembrava rappresentare una sorta di riappropriazione del paese da parte dei bianchi dopo il doppio mandato afroamericano.

A tutto questo faceva da contraltare musicale un album che, se perdeva un po’ del classicismo soul e della felice leggerezza che aveva ammaliato in “Rhythm & Reason”, scivolando su una produzione non sempre a fuoco, non perdeva un grammo a livello di blackness (qualunque cosa voglia dire…) e di qualità della scrittura.

Bastava infatti ascoltare le note liquide dell’intro di “Beyond the Border” per ritrovare la solare malinconia del disco precedente, solo oscurata da una maggiore consapevolezza politica, di cui era testimone il funk scuro di “Eenie Meenie” e quello ancora più serrato e chitarristico di “Can’t Nobody Stop Us”. Si tirava un po’ il fiato con “Have a Little Faith!”, accorata ballata intrisa di America profonda e spiritualità afro, per poi riprendere il tiro con “Brother, Can you spare some peace of mind” condotta da chitarre funkadeliche e una voce sezionata e intervallata da spoken registrati e disturbi di frequenza. Seguiva una funkettosa e synthetica “With love from Russia” in cui si ironizzava sulle “relazioni pericolose” tra Putin e Trump e una “Lawyers, Guns & Money”, sincera, ma un po’ troppo sopra le righe, che rileggeva Warren Zevon aggiungendo fragore eighties da stadium rock, per finire con la bellissima “Giant”, ballata acustica dimessa e irrobustita da una batteria elettronica marziale e da inserti soulful di chitarra. Anzi no: a chiudere il disco provvedeva la ripresa al piano di “Beyond the Border” che, spogliata di tutti gli orpelli, guadagnava in intensità gospel.

Un lavoro in cui la solarità del soul e la pienezza del groove si arricchivano di una patina scura e dolente, potendo però contare sul balsamo delle chitarre rotonde di Bhi e sulla sua voce, dolce e tornita al punto giusto.

Bhi Bhiman - Brother, Can You Spare Some Peace of Mind?