Nel 2020, con “The Gone Away”, Belbury Poly ha pubblicato l’ennesimo disco pieno di fascino e mistero in cui, rivisitando il folklore britannico più fatato e fiabesco, ha proposto una versione particolarmente sincretica di tutte le suggestioni disseminate nei lavori precedenti.
Nel corso degli anni, Jim Jupp (ovvero l’uomo che si nasconde dietro la misteriosa sigla) ha affinato sempre più la miscela di motivi elettronici e poemetti bucolici, opportunamente desaturati tramite il filtro “infedele” e per ciò stesso “creativo” della propria memoria televisiva, letteraria e cinematografica. L’ascolto delle sue strane ballate per sintetizzatori ci ha spesso condotto nei pressi della stessa Inghilterra, pagana e sottilmente inquietante, che avevamo già intravisto tra le pieghe acustiche della Incredible String Band e i battiti elettronici dei Boards of Canada.

Belbury Poly - The Gone Away

belbury-poly-focus-groupUna descrizione che potrebbe valere un po’ per tutto il suono della Ghost Box Records, etichetta discografica creata dallo stesso Jim Jupp assieme al collega Julian House (anche lui impegnato in un “progetto musicale” denominato The Focus Group), da cui è possibile estrarre ogni volta lavori “perturbanti”, che si nutrono di estetiche e vibrazioni comuni sebbene declinate in maniera differente dai diversi artisti del catalogo.
Un immaginario e un’estetica spesso legati alla capacità della memoria di “infestare” il presente, rappresentando un paesaggio allo stesso tempo alieno e familiare che, più che ricreare i ricordi personali di un’epoca passata, sembrano voler mettere in musica l’immaginario che quell’epoca ha lasciato di sé.
Suggestioni che affascinano a ogni latitudine… forse a causa di un comune big bang: l’irruzione nell’immaginario collettivo del mezzo televisivo.

Abbiamo pensato di fare alcune domande a Jim Jupp nel tentativo di indagare, più che la musica in sé, le curiosità di carattere culturale e non solo che questa riesce a sollevare.
Ma bando alle ciance, ecco quello che ci siamo detti:

 

 

Ciao Jim,
con questa piccola intervista vorremmo provare a colmare il naturale gap culturale con cui uno “straniero” deve misurarsi nel tentativo di cogliere appieno tutte le suggestioni artistiche ed estetiche presenti nella tua musica e in quella di molti artisti della Ghost Box Records.
Nonostante la fascinazione immediata e istintiva legata alla sinistra bellezza delle tue composizioni, sospettiamo comunque di perderci qualcosa… almeno rispetto a chi con queste suggestioni è cresciuto e magari se le ritrova dentro in maniera quasi subcosciente. Dunque…

belbury-poly-goneCome spiegheresti a un extraterrestre (o anche solo a un italiano…) le suggestioni che un musicista come te riesce a cogliere dalla campagna inglese (colta nella sua dimensione più ancestrale e risalente) e dai ricordi dell’Inghilterra degli anni sessanta-settanta (così come sedimentatisi nella memoria)? Vi sono dei tratti culturali comuni tra questi due elementi? E’ possibile intravedere una linea che – attraversando queste due epoche – individua una sorta di identità profonda dell’Inghilterra stessa?
Come Belbury Poly il mio interesse per il paesaggio britannico non è tanto legato alla mia reale esperienza personale (uso il termine “britannico” perché sono del Galles e porto con me ricordi e fascinazioni di entrambi i paesi). Per me si tratta del modo in cui la maggior parte di noi riflette sui paesaggi a noi familiari attraverso la storia che ci è stata insegnata, i libri che abbiamo letto su di essi o la TV e i film che abbiamo visto, specialmente durante il periodo della crescita. Da qualunque parte proveniamo, sovrapponiamo al nostro ambiente familiare storie e significati che non posso essere immediatamente evidenti a chi vi è estraneo. Ci pensa poi la nostra memoria, che naturalmente è del tutto inaffidabile, ad un aggiungere un ulteriore strato di mistero e fantasia.
Quando vado a fare una passeggiata, mi eccita molto di più scoprire che su quella certa collina è stato girato un vecchio show televisivo, piuttosto che scoprire una pianta rara o vedere un animale nel proprio habitat. Forse può apparire un po’ superficiale e non scientifico, ma per me ha un maggiore significato.
Penso che questo sia ciò che nei circoli accademici viene chiamato “psicogeografia“, ma si tratta non solo di un processo umano naturale per tutti, ma anche una fonte di ispirazione artistica. Non credo che dia indizi sulla reale identità di un paese, ma forse aiuta a spiegare l’aspetto immaginativo ed emotivo di un paesaggio e dei propri abitanti.
Inoltre, a mio avviso, non si tratta di qualcosa che riguarda solo le campagne o le grandi città, ma appartiene anche agli ambienti suburbani nei quali vive e lavora gran parte della popolazione britannica.

Uno dei musicisti che per primo ha riflettuto sull’intreccio tra memoria, territorio e suono è stato il Brian Eno di “On Land”. Un album in cui si mettevano in musica le sinestesie procurate dai suoni che infestavano, come fantasmi, i paesaggi del Suffolk o forse… solo la memoria del musicista. Si giungeva così a una sovrapposizione di reale e immaginario che stregava l’ascoltatore: si tratta di un “gioco” che hai cercato di ricreare nella tua musica?
Sì, penso che ci muoviamo in territori simili, perlomeno certamente nel caso dei miei lavori come Belbury Poly e in una certa misura anche nel lavoro di altri artisti della Ghost Box. In realtà Eno non è un’influenza cosciente sul mio lavoro, poichè l’ho ascoltato seriamente solo qualche anno dopo aver avviato il progetto Belbury Poly, ma è innegabilmente parte del mio background musicale anche se magari non in maniera diretta, ma mediata.
La Gran Bretagna è un paese piccolo e densamente popolato, e più o meno lo è sempre stato. Ondate di immigrazione e invasioni hanno lasciato tracce archeologiche letteralmente ovunque si scavi, e allo stesso modo il folklore si è stratificato in profondità nelle tradizioni locali e nei nomi dei luoghi. Non sono un esperto, ma sono cose che ti vengono costantemente ripetute quando ti trovi nelle città e nelle campagne britanniche e questo aspetto si è sempre mescolato ai miei ricordi d’infanzia dei luoghi. Nel mio caso poi a questo si aggiungono i programmi televisivi e le fiction sul soprannaturale che da bambino mi ossessionavano. Tutto ciò va a confluire in una miscela, ricca di fatti e di ricordi confusi, nella quale mi immergo automaticamente per cercare ispirazione.

Tal Coat (Remastered 2004)

Da appassionati di musica italiana ci crucciamo spesso del trattamento riservato al patrimonio musicale, popolare ed etnico del nostro paese: collocato in una teca, se ne vuole preservare la “presunta” purezza, impedendo di fatto contaminazioni che potrebbero rivitalizzarlo. Da questo punto di vista il folk britannico ci sembra una materia maggiormente “viva”, capace di assorbire e metabolizzare pensieri e sensibilità legate alla contemporaneità. Questo avviene anche grazie ad artisti come te (ma pensiamo anche a gente come Martin Green, Memory Band o in maniera più laterale a musicisti come Richard Skelton), che non hanno paura di unire il “legno” del folk ai circuiti analogici, fino ad arrivare al silicio digitale. Cosa ne pensi? E qual è il tuo rapporto con la musica folk e popolare del tuo paese?
Sono d’accordo che il folk sia materia viva, e non credo ci sia qualcosa che abbia bisogno di essere cristallizzato in un dato momento, senza poter più essere cambiato o reinterpretato.
Nel corso della mia educazione ho ereditato molto poco folklore e tradizioni (come credo succeda a molti miei connazionali), quindi buona parte del mio background deriva dai film, dai programmi televisivi e dalle fiction.
Non ho mai ascoltato musica folk nella mia adolescenza, fatta eccezione per i canti ecclesiastici metodisti Wesleyani.
La prima canzone folk che ricordo probabilmente viene da “Bagpuss” (“Le magiche storie di Gatto Teodoro”, cartone popolare in UK, ndr):

The Miller’s Song – YouTube

e un pezzo che tuttora amo, proveniente da una pubblicità dei cereali “Country Store”:

1978 Kelloggs Country Store Advert – YouTube

Detto ciò, capisco il valore dello studio degli usi, dei costumi e delle musiche tradizionali, e anche dell’importanza del tramandarle alle generazioni successive.
Dobbiamo però anche ricordare che non sono mai state forme di cultura “accademica”, ma bensì popolari, e che derivano direttamente dalla working class e non hanno nulla a che vedere con le Università o coi Musei.

La Ghost Box è considerata un’etichetta quintessenzialmente britannica, ma che vanta nel proprio roster anche una band portoghese come i Beautify Junkyard (che peraltro hanno pubblicato un bellissimo disco proprio a Gennaio, che abbiamo recensito QUI). Pensi che le suggestioni di cui si nutre l’etichetta non si trovino solo in Inghilterra, ma possano riscontrarsi anche in altri luoghi? Ritieni che certe suggestioni che cercano di cogliere nel quotidiano tracce rivelatorie di misticismo panico siano trasversali alle varie identità culturali dei territori, essendo piuttosto riconducibili a una comune natura umana?
Lo scopo originale di Ghost Box è in fase di cambiamento, o meglio, si sta “allargando”.
Per noi non è un problema lavorare con persone provenienti da altri paesi e culture.
Più conosco musicisti stranieri con una mentalità simile alla nostra, più realizzo che il cambiamento culturale e la rivoluzione dei media tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio dei ‘70 ha avuto più o meno lo stesso effetto ovunque.
Psichedelia, tradizione folk, occultismo e tecnologia sono esplose e si sono unite gradualmente alla cultura popolare, e hanno lasciato chiunque con strani ricordi e “fantasmi” che hanno riecheggiato fino al cambio di millennio e l’inizio dell’era digitale.

Ti sei mai interessato alla library italiana degli anni sessanta e settanta (pensiamo ad autori molto noti come Ennio Morricone e Piero Umiliani, ma anche a musicisti di nicchia come Egisto Macchi e Amedeo Tommasi)? Ti è capitato di ascoltare le band e i musicisti italiani che in tempi recenti hanno ripreso quelle sonorità (band come Heroin in Tahiti, Mamuthones e, in generale, le varie formazioni che qualche giornalista ha etichettato come Italian Occult Psychedelia)?
Certo! Penso che la Library italiana sia tanto importante quanto quella britannica per noi.
Penso tu possa sentirlo chiaramente negli elementi più barocchi del “Focus Group” di Julian House (co-fondatore di Ghost Box, ndr).
Julian è un collezionista di library di lunga data e mi ha fatto conoscere tantissimi lavori del periodo, come le bellissime compilation “Barry 7’s Connector”, che comprendono molte opere italiane estremamente interessanti.
Siamo sempre stati molto interessati alla stampa, alle lettere e ai demo dall’Italia, più di qualsiasi altro paese. C’è un qualcosa nel DNA della Ghost Box che risuona in quei territori.
Penso che abbia a che fare con la particolare estetica delle nostre nazioni, più che con l’influenza delle rispettive library.
Forse la storia dei film horror e delle fiction soprannaturali spiega qualcosa.
Credo anche che i lavori di arte visuale di Julian per Ghost Box abbiano uno spiccato elemento modernista italiano.
Credo anche che il film “Berberian Sound Studio” sia un’ottima rappresentazione degli elementi di coesioni delle nostre culture.
Per quanto riguarda le band che hai nominato, non ne ero a conoscenza, ma penso che comincerò ad approfondire gli Heroin In Tahiti: al primo ascolto mi sono piaciuti parecchio!

Heroin In Tahiti - Bad Auspacia

Per concludere, a mo’ di compiti per casa, potresti fornirci cinque titoli di film o di libri in cui noi possiamo ritrovare l’estetica che hai utilizzato come punto di partenza per le tue visioni musicali?
Il popolo bianco (The White People and Other Stories) – Arthur Machen
A Dream of Wessex (inedito in italiano) – Cristopher Priest
Mythago Wood – Robert Holdstock
I figli dell’invasione (The Midwich Cuckoos) – John Wyndham
Quell’orribile forza (That Hideous Strength) – C.S. Lewis

Il mondo sul filo (Welt am Draht) – Rainer Werner Fassbinder, 1973
Berberian Sound Studio – Peter Strickland, 2012
Fantasie di una tredicenne (Valerie a týden divů) – Jaromil Jireš, 1970
The Owl Service – (serie TV inglese) 1969
Jonathan Miller’s Alice in Wonderland (commedia TV inglese) 1966

Berberian Sound Studio — Madness Scene

Bonus track: Che fine ha fatto il progetto Hintermass? Lo chiediamo da fan: riteniamo “The Apple Tree” uno dei più bei dischi-orientati-alla-canzone pubblicati da quando è iniziato questo secolo… Ti prego, dillo da parte nostra a Jon Brooks e Tim Felton!
Penso che quella sia stata solo una collaborazione una tantum! Ma sono d’accordo che la title trackThe Apple Tree” è forse una delle tracce migliori tracce che abbiamo mai fatto uscire come Ghost Box. Passerò il messaggio e proverò a chiedere ancora un po’ di Hintermass