Senza l’ascoltatore non esiste musica. L’ascoltatore completa il ciclo musicale. Anche se non sono un musicista quando ascolto cose come “I am sitting in a room”, mi sento una specie di musicista e sono convinto che nel momento in cui ascolto questo pezzo e cerco di capire cos’è, cosa fa e cosa significa, in realtà non faccio altro che contribuire a completarlo. In quanto ascoltatore, sono l’elemento finale nella composizione della musica. Sono io che rendo la musica utile. Le offro un contesto: il contesto della mia vita, della mia percezione di ciò che è la musica e del perché esiste” (Paul Morley)

Il 27 marzo del 2021, ovvero venerdì scorso, è uscito il disco del momento: “Promises”. Un album firmato da Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra. Diviso in nove movimenti per una durata di 46 minuti è un disco che avvolge o annoia a seconda della maniera in cui ci si rapporta ad esso.
Si tratta infatti di un lavoro cui occorre dedicare tempo ed attenzione e non solo: occorre probabilmente capire anche quale sia lo spirito più giusto per accostarsi allo stesso.
Come dice il Paul Morley di “Words and Music: A History of Pop in the Shape of a City” nel virgolettato che abbiamo inserito in apertura, ogni ascoltatore ha diritto a far continuare un disco nel proprio mondo interiore, completandolo con le proprie suggestioni. Sappiamo bene però come i tempi che viviamo abbiano fornito al nostro ascoltatore anche un’ulteriore opportunità: quella di indossare la casacca del prosumers e condividere con il mondo la propria recensione.

Nel caso di “Promises” poi, i nodi da sciogliere e su cui esprimersi sono davvero tanti.
Ad esempio, ci si potrebbe chiedere se, giovandosi di uno dei più “caldi” sassofonisti di sempre, Sam Shepherd (Floating Points) sia finalmente riuscito a mettersi alle spalle le accuse di eccessiva freddezza che le sue opere si sono spesso attirate?

E ancora… in quale scaffale andrebbe posizionato il disco: tra gli album di Floating Points o tra quelli di Pharoah Sanders? Insomma a chi appartiene questo lavoro?

Si tratta davvero di un album coraggioso nel non concedere “ganci facili” all’ascoltatore, rifuggendo tra l’altro le connessioni tra elettronica e jazz ascoltate negli ultimi anni?

Come ha gestito Shepherd un gigante come Sanders? Gli ha fornito un contesto su cui lo stesso ha potuto esprimersi pienamente? E le parti orchestrali sono stata utilizzate in maniera efficace o piuttosto in modo pretenzioso?

Il disco annoia? Ha importanza che annoi o la “noia” ne rappresenta una qualità? Non è che l’album sconfina in quella paccottiglia new age che un tempo detestavamo? Ha senso continuare a considerarla ancora “paccottiglia” o è cambiata la sensibilità verso certe cose?

E’ un disco che influenzerà la musica futura o resterà solo il sogno privato di un producer di Manchester che lo stesso ha voluto condividere con il mondo?

Ma soprattutto cosa ci lascerà questo disco?

Lo ricorderemo come un album che ci ha emozionato?

Ne parleremo a lungo o non arriverà nemmeno a fine anno, quando si tireranno le somme sui dischi migliori della stagione?

Chiaramente anche noi abbiamo ascoltato il disco per benino e un’idea su come rispondere a queste domande ce la siamo fatta, ma per una volta ci va proprio di non schierarci e di lasciare al disco la possibilità di decantare, preferendo per il momento illustrare – come fatto prima – i quesiti che ci siamo posti.

Facciamo così: se vorrete, ci rivedremo su queste pagine il 27 marzo del 2022.
Scriveremo una bella recensione. Si intitolerà “Promises: un anno dopo”.
E’ una promessa.

Nel frattempo, buon ascolto.