Girovagando in rete abbiamo trovato l’indirizzo di una nuova bottega che è stata recentemente aperta dalle parti di Caltagirone, in Sicilia. Si occupa di Musica, Immagini & Immaginario, ma anche di Diavolerie Analogiche (rigorosamente vintage) & Chincaglierie Concrete. E se il luogo in effetti è un po’ fuori mano, c’è da dire che i manufatti che i due titolari della bottega producono meritano assolutamente un’occhiata. Non è un caso infatti che della distribuzione del prodotto finito se ne sia fatta carico la Blow Up Records, etichetta di stanza nella centralissima Londra.
E, se in tempi di pandemia non è facile spostarsi, vi assicuriamo che per respirare i suoni e ascoltare i profumi prodotti nel laboratorio dei fratelli Alessandro e Marco Barrano (questo il nome dei due artigiani di cui sopra) vi basterà posizionare il click del proprio mouse (la puntina del giradischi – ahimé – dovrà ancora aspettare…) sul disco d’esordio del duo intitolato “Memory Recall Of A Replicant Dream”.
Noi lo abbiamo fatto e fin dalle prime note di “Interference”, brano di apertura del disco, siamo rimasti parecchio intrigati da quello che abbiamo ascoltato.

Forse perché, disturbati dal ronzio dei sintetizzatori, non riuscivamo più a capire se lo scenario in cui eravamo precipitati fosse quello dello Spazio siderale o piuttosto la classica cittadina di provincia che dorme tranquilla, ignara dell’arrivo di pericolosi alieni.
A delineare un po’ meglio i contorni dell’avventura, ha provveduto subito il secondo brano, la canterburyana e patafisica “En plein air” una delle poche “canzoni” del disco, da cui ha preso definitivamente il via l’ottovolante dei fratelli Barrano che ci ha così condotto con mano ferma nel mondo interiore dei due musicisti.

Un immaginario piuttosto peculiare in cui è possibile trovare tra le altre cose:

Paesaggi sonori che dall’altra parte della Manica hanno ispirato musicisti come Belbury Poly e tutta la cricca della Ghost Box Records (“Akragas”, che però vanta un gusto melodico tutto italico);

Aspic Boulevard 'AKRAGAS' - from 'Memory Recall of a Replicant Dream' (Blow Up)

Suggestioni lounge da library italo-francese (“Les étoiles de Lascaux”);
Frattaglie steampunk da Circo Meccanico Itinerante (“Aerial Steam Horse”);
Funk sofisticati e cibernetici che lievitano verso lo Spazio o (forse) verso il Tomorrow Never Knows (“Electromagnetic Playground”);
Onde radio mediorientali captate da un balcone assolato, ubicato in un’isola del Mediterraneo (“Kubernetikos”);
Film in bianco e nero in cui il male si trova dentro di noi o nel nostro vicino che – Guardacaso! – ha cominciato a comportarsi in maniera strana (“M42 Nebula”);
Vecchi libretti ingialliti dell’Urania in cui non si capisce se lo Spazio raffigurato sia quello interiore di Ballard o quello siderale di Arthur C. Clarke (“Refraction diffraction polarization”, con tanto di coda cantata alla John Wetton e trip da vocoder in zona Air);
Rock band che fanno risuonare il pericolo incombente come se Morricone avesse cominciato a fluttuare nello spazio (“Urania”) o che si danno al prog rock senza temere accuse di barocchismo (“Fractals”).

Un lavoro stratificato e pieno di “gioia”. Che poi è quella dei due fratelli Barrano sorpresi mentre si baloccano con tutti i giocattoli che in questi anni hanno raccolto per strada o che si sono autocostruiti. A ognuno di questi viene trovato il giusto spazio, in modo che ad ogni ascolto il disco riveli sempre il particolare nuovo: sia esso una linea di synth melodica (c’è tantissima melodia in questo disco) o piuttosto un suono concreto, lavorato e innestato nella tavolozza con la cura certosina dell’artigiano che anima in stop motion le proprie creature.
Una gioia quasi infantile che, complice la distonia rispetto al contesto serioso in cui viene declinata (Prog-rock? Library? Psichedelia cosmica?), ci aveva definitivamente convinto che i due fratelli Barrano non fossero altro che due bambini delle elementari cui la DAD aveva concesso troppo tempo.

Proprio per avere conferma di questa impressione abbiamo deciso dunque di intervistarli. I due fratellini hanno accettato e per tutta risposta ci hanno spedito un kit da assemblare. Finito di montare (con non poche difficoltà) il kit, ci siamo ritrovati davanti una sorta di trasmettitore da cui abbiamo cominciato a ricevere due voci lontane e senza alcuna immagine a supporto.

Questo in breve quello che ci siamo detti.

Les Étoiles De Lascaux

Iniziamo con delle note biografiche: chi sono i fratelli Alessandro e Marco Barrano e come hanno fatto a entrare nel roster di un’etichetta inglese dalla lontana Caltagirone?
Marco: Suoniamo da tanti anni e abbiamo fatto parecchia gavetta e preso parte a parecchi progetti, sia assieme che separatamente. Uno di questi nel 2013 si è trasformato nel disco dei Daiquiri Fantomas, un duo formato da me, Marco Barrano, e Dario Sanguedolce. E’ stato il nostro primo contatto con la Blow Up. Quando poi io e Alessandro abbiamo avviato il progetto Aspic Boulevard e ci siamo ritrovati in mano un intero disco abbiamo subito pensato di proporlo alla Blow Up Records che si è subita detta interessata. D’altronde gli Aspic Boulevard hanno in qualche modo portato avanti il suono dei Daiquiri Fantomas, sviluppando solo in maniera diversa la commistione tra le varie sperimentazioni, prime fra tutte quelle tra il pop elettronico, la psichedelia e la divagazione ritmica.

Quali sono i ruoli (se ce ne sono)? Alessandro nasce come batterista mentre Marco sarebbe il chitarrista e cantante, giusto?
Alessandro: Si, più o meno. Io nasco come batterista anche se nel disco ho suonato principalmente percussioni e composizioni ritmiche e soltanto qualche batteria. Marco invece ha iniziato con la chitarra e successivamente è passato al basso e ai synth.

Parlateci della vostra bottega…
Il nostro home studio, che parte da una camera adibita a tale scopo e giunge fino… al garage di casa! Che usiamo quando vogliamo ottenere certi effetti acustici o magari catturare dei suoni reali (ad esempio il campanello della bicicletta in “En plein air”). Ma in verità il nostro studio non ha confini: andiamo continuamente in giro per mettere assieme un ampio archivio di suoni d’ambiente. Fin dall’inizio del progetto infatti l’intento é stato quello di non utilizzare solo strumenti tradizionali, ma di impiegare tutta una serie di suoni concreti e di adoperare gli strumenti fatti in casa, che ci siamo costruiti. Tendiamo a usare il suono a nostro piacimento, non solo come elemento di arrangiamento, ma anche come elemento compositivo. Non abbiamo alcun preconcetto riguardo a uno strumento: se ci piace un suono che sia un’arpa o una padella non facciamo discriminazioni! Tutto è lecito e dignitosissimo per quanto ci riguarda.

Una cosa che abbiamo apprezzato nell’ascolto del disco è proprio la produzione, molto bella e curata per essere di fatto un esordio e in cui risaltano i suoni caldi e analogici…
Diciamo che c’è un amore verso queste sonorità più calde e analogiche rispetto alle soluzioni digitali… e quindi molto del nostro lavoro sta proprio nella ricerca di tastiere e strumenti elettronici d’epoca. Il nostro immaginario e i nostri ascolti ci portano lì, assieme agli strumenti elettronici, la rumoristica e la musica concreta.

Avete una bella collezione di synth analogici d’epoca?
Marco: Diciamo che siamo sempre a caccia di “novità”…
Alessandro: Marco è pure uno straordinario inventore di strumenti. Se guardi nella nostra pagina troverai un sacco di strumenti strani fatti con le molle, le rondelle e altre cose strane. Sono tutti strumenti che sono stati poi utilizzati nell’album per creare tessiture ritmiche che possono sembrare create da drum machine, ma che in realtà sono costituiti da tanti microsuoni montati assieme.

Quindi più che programmare è corretto dire che assemblate?
Entrambe le cose. Il lavoro si sviluppa in tutte le direzioni possibili e immaginabili. Non vogliamo precluderci nulla scegliendo solo una tra le tante direzioni, piuttosto cerchiamo di sperimentarle tutte. Alcuni brani partono da improvvisazioni live da cui abbiamo estratto delle sezioni, aggiunto parti e cesellato fino ad arrivare al brano finito. Altri brani magari invece hanno avuto genesi più lineari: erano nati già belli e pronti nella nostra testa e li abbiamo solo trascritti. L’approccio è stato molto libero e naif: l’intenzione non era quella di ottenere un prodotto discografico, ma improvvisare per vedere cosa veniva fuori… e alla fine l’album ha effettivamente preso forma.

Era la prima volta che lavoravate insieme solo voi due?
No. La prima volta cosa che abbiamo fatto in duo è stato un evento live in cui abbiamo sonorizzato il film “Giovanna D’Arco” di Dreyer, ma discograficamente sì: si tratta del primo progetto comune.

E prima cosa suonavate?
Mah… sai, si suona un po’ di tutto e dovunque. Nei locali, le piazze, anche in Teatro. Abbiamo suonato molto progressive rock. Roba come Area, Metamorfosi, Rovescio Della Medaglia, PFM etc. Un po’ il progressive ci è rimasto addosso, ma non come manierismo quanto come attitudine, quella originaria di avere una mentalità aperta a 360 gradi, accettando ogni contaminazione musicale e non.

Fermiamoci sul “e non”. La nostra sensazione è che voi vi nutriate di un immaginario ben preciso che esula da quello strettamente musicale. Atmosfere oniriche e inquietanti, ma anche non opprimenti perché stemperate da un sognate anelito cosmico.
Marco: Non c’è una risposta univoca: alcune cose fanno parte del nostro DNA musicale e le abbiamo ricercate espressamente, altre invece sono nate in maniera del tutto casuale. Ci risulta piuttosto difficile ricondurre il nostro lavoro a una sola ispirazione: ce ne sono troppe! Dai suoni orientali alla psichedelia e anche le colonne sonore, la musica concreta, il pop e potremmo continuare a lungo…
Alessandro: Se vuoi puoi spiegare questa cosa con il fatto che siamo siciliani e che viviamo in un’isola che è stata soggetta a molte dominazioni e di conseguenza a parecchie influenze. Probabilmente la nostra attitudine naturale è quella di essere come spugne che si impregnano e restituiscono a loro modo tutte le suggestioni che ricevono.

Da dove viene il nome Aspic Boulevard?
Da un lato è un chiaro omaggio ai King Crimson di “Larks Tongues In Aspic”, dall’altro ci piaceva l’idea della gelatina (aspic)… ci sembrava rendesse la stratificazione e cristallizzazione di tutti i sapori e gli ingredienti presenti nella nostra musica. Unito a “boulevard” andava a creare un luogo immaginario, come quelli che vedevamo da bambini… hai presente quei cartoni animati dove si vedono queste gelatine colorate? Forse l’approccio naif che abbiamo nei confronti della musica nasce proprio dal desiderio di volerla utilizzare per ricordare l’ambiente in cui siamo cresciuti, evitando però di cadere nell’effetto cliché o nel revival.

In effetti una suggestione che abbiamo da subito avvertito nella vostra musica è il tentativo di trasporre un passato seppiato nel proprio presente, tramite gli strumenti. E’ questo l’intento del vostro approccio naif che si rifà agli anni ‘70 ma senza l’effetto nostalgia?
Io più che seppiato, il passato lo vedo come una delle prime pellicole a colori… sai, quelle con quei colori belli sgargianti! Scherzi a parte, sicuramente c’è da parte nostra un grosso amore per la library italiana. Piero Umiliani, Piero Piccioni, Ennio Morricone fanno tutti parte del nostro bagaglio. Considera che la nostra library music è probabilmente la migliore del mondo. Rappresenta un patrimonio enorme che meriterebbe maggiore considerazione.

Ci sono invece artisti contemporanei, italiani o stranieri, che sentite affini?
Alessandro: Diverse cose, ma nessuna in particolare. Ci piacciono ad esempio i Tame Impala o, restando in Italia, gli Studiodavoli e i Baustelle di cui apprezziamo l’utilizzo di strumenti analogici e l’ispirazione anni 70.
Marco: A me piacevano Mars Volta o i Lennon Claypool Delirium, ma più in generale quelle band il cui suono sta a cavallo tra rock psichedelico e sperimentazione. Poi ascolto anche musica che non c’entra nulla con il rock come ad esempio l’exotica americana anni ‘50. Sai gente come Les Baxter, Esquivel o Les Paul & Mary Ford.

Torniamo alla vostra band e al suo presente e… futuro. Innanzitutto, il disco è uscito anche in formato fisico?
No, al momento, è uscito solo in versione digitale ed è disponibile in tutte le piattaforme. Speriamo esca anche in formato fisico, ma purtroppo il periodo non è dei migliori, ovviamente, considerato che si è un po’ fermato tutto… Speriamo comunque di stamparlo al più presto e soprattutto speriamo anche di tornare a suonare dal vivo.

Avete già iniziato a pensare come questo progetto potrebbe essere portato dal vivo? Con quale approccio o tipo di strumentazione?
Prima della pandemia, avevamo iniziato a mettere in piedi qualcosa, ma poi tutto si è bloccato. Avevamo in ballo diverse soluzioni: ma più che portarci parecchie parti campionate, ci tenta l’idea di riarrangiare tutto al fine di creare una base per poter procedere a improvvisazioni e sperimentazioni ogni volta diverse. Ci piace l’idea che l’evento dal vivo rappresenti una precisa pennellata del momento in cui sta avvenendo l’esecuzione, comprese le sensazioni e le emozioni… quasi fosse un en plein air della situazione… per rifarci al titolo di un nostro brano. A nostro avviso, la dimensione live deve essere viva e autonoma e non una fotografia statica, altrimenti tanto vale ascoltare il disco

State già scrivendo nuova musica?
Abbiamo già registrato il materiale per altri due album. Quando abbiamo presentato il materiale alla Blow Up abbiamo solo fatto una selezione tra i tanti brani che avevamo registrato. Quelli esclusi li abbiamo tenuti nel cassetto, ma solo perché non volevamo saturare la scaletta, perché sono a nostro avviso altrettanto validi.

Al di là di questi brani… la sperimentazione va avanti! Ci sono alcune cose già abbastanza definite, ma fino all’ultimo sappiamo che possono cambiare, magari perché ci inventiamo un nuovo strumento meccanico che ci suggerisce delle cose che poi hanno un effetto domino su tutto il resto. E’ un po’ come il Tetris: ti entra un pezzettino che non ti aspettavi e ti cambia l’intera composizione. In generale non partiamo con l’idea che il brano abbia la sua struttura definita, strofa/ritornello/strofa e che sia tutto già ben confezionato. Si parte spesso da un riff o da un rumore sul quale costruiamo di tutto nella maniera quanto più diretta, spontanea e libera.

Come capite quando un brano strumentale deve diventare una canzone?
Dipende. Alcune nascono già come canzoni altre lo diventano in corso d’opera durante la registrazione. “En plein air” ad esempio è nata in maniera molto spontanea. “Fractals” invece è nata da una sperimentazione sulle “illusioni ritmiche”.

Cosa intendete per illusioni ritmiche ?
In “Fractals” abbiamo creato un groove molto lineare con una cassa che va sempre sull’uno e sul tre, mentre il rullante è sempre sul 2 e sul 4. Poi ci sono questi gruppetti irregolari che entrano a spiazzarti. Per rendere l’idea è un po’ come se camminassi tranquillamente e regolarmente e qualcuno entrasse improvvisamente a gamba tesa facendoti lo sgambetto. L’idea è un po ‘ questa: quella di un brano apparentemente pop, dove queste quintine, questi gruppetti irregolari ti cambiano la percezione del brano. Soprattutto alla fine il beat sembra quasi cambiare continuamente. In realtà noi abbiamo lavorato solo sugli accenti e poi Marco ha assecondato questo andamento ritmico registrando il riff su un nastro che poi ha accelerato e velocizzato, seguendo la mia partitura di batteria. La sensazione è quella del nastro che si sta liquefacendo.

Mi piace l’immagine del nastro che si sta liquefacendo…
Alessandro: Ci piace ragionare molto per immagini, così come teniamo parecchio a parlare anche della parte visuale del nostro progetto perché ne curiamo anche l’immagine. Abbiamo entrambi una formazione artistica. Io sono fotografo e videomaker, mentre Marco non solo crea strumenti come detto, ma ha creato tutte le sculture come il volto di Akragas e tutti gli effetti che trovi nei video e che sono creati analogicamente con i colori liquidi. Stiamo anche preparando un secondo video di “Kubernetikos” nel quale animeremo a passo uno delle sculture create da Marco.

Canale Youtube degli Aspic Boulevard

https://www.youtube.com/watch?v=ideJncrJrls&list=PLjbKtvH_0HZDP-0nslpwsf3O_o8HoU40Z&index=9