Si sa che il folk, perlomeno quello anglosassone, è spesso stato una questione di famiglia. Una peculiarità presente fin dagli albori della sua storia con le cosiddette famiglie musicali, o singing families, che custodivano e tramandavano di generazione in generazione la tradizione, e che è giunta fino agli anni sessanta e settanta dove, in piena stagione di folk revival, è stata “allargata” in chiave comunitaria. Tra gli esempi delle singing family più risalenti non possiamo che citare quella dei Waterson, mentre tra quelle declinate in chiave “comunitaria” il primo pensiero va senz’altro ai Fairport Convention, che ha saputo trascendere la dimensione di band con uno spirito comunitario tenuto vivo e celebrato quasi annualmente (pandemia permettendo), in un andirivieni di membri vecchi e nuovi, durante il festival di Cropredy. Fenomeno attiguo alle nuove comunità folk degli anni sessanta, è stato quello che ha visto diversi artisti coinvolgere la propria compagna in un sodalizio artistico oltre che di vita. E’ il caso ad esempio di John Martyn, che ha formato un duo con la sua allora partner Beverley o di Bert Jansch con la futura moglie Loren Auerbach. Ma sicuramente l’unione più nota è quella di Richard Thompson e Linda Peters. La loro relazione comincia all’inizio dei 70s e culmina nel matrimonio nel 1972. Richard aveva nel frattempo lasciato i Fairport e dopo un disco solista accolto non molto bene aveva impiegato il suo tempo soprattutto al servizio di altri. Decide quindi di ripartire dalla famiglia sotto la sigla di Richard & Linda Thompson, occupandosi della scrittura e dividendo il ruolo di cantante con Linda.

Nel 1974 esce il primo disco della coppia “I want to see the bright lights tonight”. Si tratta di una delle pietre miliari del folk-rock britannico (e non solo) e che trova uno dei suoi punti di forza nell’essere costituito da soli brani originali e senza l’inclusione di traditional. Canzoni che, pur attingendo alla tradizione, risultano assolutamente calati nei propri tempi. Dal punto di musicale gli arrangiamenti coniugano la chitarra di Thompson (che passa dalla ferocia delle distorsioni alla disperazione, passando per momenti di pura dolcezza) e una sezione ritmica puramente rock con una pletora di strumenti popolari come l’harmonium e il dulcimer o la fisarmonica e la concertina di John Kirkpatrick, per finire con il cromorno (strumento rinascimentale dal caratteristico suono nasale) di Richard Harvey (che caratterizza anche il gruppo madre di Harvey, i Gryphon, band che mischia in maniera originalissima folk, prog e musica rinascimentale). Dal punto di vista testuale e delle atmosfere, il disco, invece, sembra da una parte sancire la fine del sogno libertario degli anni ‘60, a lungo coltivato anche nella scena del folk revival (in una canzone Linda canta “i miei sogni sono morti e avvizziti”) e dall’altra pare anticipare l’avvento di lì a poco della macelleria sociale dell’era thatcheriana.

Tra storie di ubriachi, vita di strada ed emarginazione, le storie che si susseguono vengono raccontate con il classico registro cinico, da dark humour tipicamente britannico, di Richard. C’è poi il sacrificio nella sofferta ballata di “Calvary Cross” (che dal vivo diventerà uno dei cavalli di battaglia per gli assoli di Richard) e una delle canzoni più intrise di pessimismo mai scritte: “End of the rainbow” è una sorta di anti-favola nella quale si mette in guardia un bambino che non c’è niente alla fine dell’arcobaleno e che non vi è alcuna ragione per crescere. C’è poi la frustrazione della working class, che convive con la fatica e il vuoto della vita quotidiana e li supera facendo festa, danzando e bevendo fino a dimenticare (la title track) o brindando all’anno nuovo, sapendo che in fondo niente cambierà (“We sing Hallelujah”). La classica voce acidula di Thompson, ma soprattutto quella della Peters, più austera e tagliente rispetto alla classica vocalità vellutata del folk, interpretano in maniera efficacissima e indimenticabile tutti questi stati d’animo.

Al termine dell’album i due coniugi piazzano un brano peculiare, “The Great Valerio”, che sostituisce al suono aspro e realistico del resto del disco, un’atmosfera onirica. Introdotta da un arpeggio sospeso e obliquo tipico di Thompson (pensiamo ad esempio a “Hope you liked the new me” su “Mock Tudor” del ’99) la canzone racconta dell’esibizione di un funambolo, appunto il grande Valerio. Il punto di vista è quello di un membro del pubblico che, attraverso la voce misurata di Linda, descrive le proprie sensazioni alla vista di quell’uomo che sfida la morte e lotta per la vita camminando su una corda senza alcuna protezione.

Richard & Linda Thompson / The Great Valerio

Si tratta di una semplice ma efficace intuizione, una metafora che forse potrebbe apparire fin troppo scontata, ma che Richard riesce a sviluppare in maniera originale e in un certo qual senso criptica. La prima interpretazione che viene in mente non può che spingere all’immedesimazione dell’ascoltatore nel protagonista: la sfida di Valerio sembra essere quella che impegna ogni vita, affrontata inevitabilmente senza certezze e senza rete di sicurezza.
E se cadrà chi aiuterà il funambolo?” si chiede la protagonista, sottintendendo il tema di una solitudine esistenziale che tradisce un punto di vista pessimistico che permea il tono di tutto il disco.
Ma siamo veramente soli? E l’amore? Richard risponde al quesito attraverso la voce di Linda, mettendo in guardia dal considerare questo sentimento una roccia solida a cui appigliarsi, perché “il nostro cuore cambia come le stagioni e siamo tutti acrobati dell’amore”.
Un’affermazione che seppur accordandosi alla visione nichilista del disco mette però in luce una concezione dell’amore come forma vitale proprio in quanto mutevole.
Infine c’è il pubblico: una platea che guarda con trepidazione l’artista ma che in fondo dà l’impressione di desiderare lo spettacolo di una caduta piuttosto che il successo dell’impresa…

Qualunque siano le sensazioni degli spettatori una cosa però è chiara: al termine della canzone non sappiamo se il grande Valerio sia riuscito o meno nella sua impresa.
Infatti – come canta Linda – la fune sembra “appesa da nuvola a nuvola” come se il traguardo in realtà non esistesse e il destino del funambolo fosse quello, prima o poi, dell’inevitabile e naturale caduta.
E forse la “morale” è proprio questa: siamo tutti sospesi su un filo, soli e in balia del vento cercando con lo sguardo un traguardo che non c’è.

Dal punto di vista musicale il brano rispecchia questo finale aperto: la sezione cantata si poggia interamente sulla chitarra acustica e sull’interpretazione sublime della Thompson ma al termine della sezione cantata, l’arpeggio principale viene abbandonato e Richard disegna una melodia volutamente irrisolta, costituita da note sparse e scandita da plettrate “metronomiche” sulla corda più bassa che simulano un orologio esistenziale.

La fune apparentemente infinita sembra quindi proseguire oltre la fine dell’album.
A noi quindi non resta che rimanere con lo sguardo incollato verso la linea sospesa i passi successivi della coppia.

* * *

Dopo un disco così denso di umanità e sofferenza (checché ne dica lo stesso Thompson che sostiene che l’umorismo dei suoi testi sia spesso non capito a sufficienza) non sorprende che il passaggio successivo sia quindi una mossa di alleggerimento. Infatti dopo una tournée, che coinvolge anche l’ex compagno deei Fairport Convention Simon Nicol, il duo pubblica nel ‘75 “Hokey Pokey”; un album che, sia dal punto di vista musicale che da quello dei testi (dove questa volta l’umorismo thompsoniano è più evidente), si dimostra meno “pesante“, rappresentando una necessaria boccata d’aria dopo l’apnea di “Bright Lights”. Il risultato è un lavoro sempre godibile, ma senz’altro meno consistente del debutto.

Sempre il 1975 vede la pubblicazione di “Pour down like silver”: la copertina e il retro mostrano Richard e Linda rispettivamente con turbante e velo. Si viene a scoprire infatti che nel ‘74, tra la registrazione e la pubblicazione di “I want to see the Bright Light Tonight”, la coppia si era trasferita in una comunità sufi convertendosi all’Islam. E’ questo dunque il passo successivo di Richard e Linda sulla fune: affrontare la paura di cadere nel vuoto, muovendosi in direzione del misticismo e della religione. Una scelta che si rivelerà ponderata e duratura, almeno per Richard che, ancora oggi, si professa musulmano. Non ci è dato sapere se sia la scelta spirituale e di vita a ridare vigore alla coppia, ma in ogni caso, il disco risulta un lavoro ottimo che se non raggiunge la qualità elevatissima dell’esordio vanta comunque picchi eccellenti come l’epica “Night comes in” e le ballate “Beat the retreat” e “Dimming of the day/Darghai”.

Successivamente alla pubblicazione del disco, la coppia si ritira dal mondo della musica, continuando il proprio percorso all’interno della comune Sufi. Nel 1976 la fune si piega a formare un nodo con la nascita del piccolo Teddy. Pian piano Richard riprende contatto con il mondo della musica, prima come chitarrista di supporto e poi con un tentativo di registrazione andato male sotto la direzione di Joe Boyd. Dopo l’abbandono della comune e il ritorno alla vecchia abitazione, arrivano finalmente due nuovi dischi per la coppia: prima “First Light” nel ‘78 e poi “Sunnyvista” del ‘79. Si tratta di due album discreti ma nulla più; la classe è ovviamente immutata, ma sembra mancare quel “quid” che aveva reso immortale “I want to see a Bright Lights Tonight” e pienamente riuscito “Pour down like silver”.

Nel frattempo arrivano gli anni ‘80 e la fune si fa sempre più tesa, così come il rapporto fra Richard e Linda. Nel 1982 viene pubblicato,“Shoot out the lights”, prodotto da Joe Boyd, che riporta il duo ai massimi livelli. E lo fa tramite il più classico dei break up album, ovvero un disco che racconta la fine di una storia (alla stregua di un “Blood On The Tracks”). Attenzione però, perché si tratta di un break up album piuttosto atipico, se consideriamo che la coppia al momento delle registrazioni non si era ancora separata e che le canzoni che ne compongono il programma erano già state scritte da due anni, facendo parte di un progetto dapprima abbozzato, ma che era stato poi da Richard abbandonato.
E’ impossibile dire se i brani rappresentassero un inconsapevole presagio o nascessero da sintomi esistenti, ma il suono dell’album, decisamente più rock e meno folk, è quello della corda tesa che finalmente si spezza. Il cerchio sembra chiudersi, l’atmosfera è cupa come nell’esordio; non c’è però alcuna traccia di humour nero e i testi sembrano rivolgersi esclusivamente alla coppia stessa. Il titolo d’altronde è (mi scuso per il gioco di parole) illuminante: se prima il desiderio era quello di vedere le luci scintillanti, ora quelle luci si vuole solo spegnerle.

Il segno più evidente della natura “uguale e opposta” del lavoro è la ballata “Walking on a wire”, dove ritorna la metafora del “blade runner”, del filo a cui siamo appesi, pardon, sul quale camminiamo.
Ma questa volta il finale è scritto:

I’m walking on a wire
And I’m falling

Gli acrobati dell’amore stanno cadendo; non si sa più da che parte tira il vento e si avverte l’attrazione della forza di gravità, la propria e quella del compagno. Il testo è pieno di amarezza ed è difficile immaginare come una coppia ancora unita possa interpretare un testo del genere senza sentirne il peso addosso.
Non sappiamo quanto di autobiografico vi sia nel testo, ma il fatto che Richard sia l’autore e Linda l’interprete, fa sì che le parole appaiano del tutto intercambiabili: il funambolo sta cadendo ma le accuse che rivolge all’altro sono di fatto indirizzate anche a se stesso in un impietoso gioco di specchi. In fondo è il riconoscimento che il fallimento è di entrambi e la caduta simultanea.

Walking On a Wire ~ Richard and Linda Thompson

C’è anche un richiamo esplicito ad alcuni versi di “The Great Valerio” (“I’m your friend until you use me/And then be sure I won’t be there”), quando Linda canta “Don’t use me endlessly/It’s too long, it’s too long to myself”, che sembra confermare che siamo veramente giunti alla fine di questo cammino sospeso.

Anche musicalmente il brano appare come una versione disillusa e realistica di “The Great Valerio”: la chitarra che poggia su un ritmo secco di batteria ha un suono più materico con il vibrato tipico dello stile di Thompson a conferire drammaticità ma, soprattutto, c’è la voce dapprima stanca e quasi asettica, e poi invece accorata, di Linda (raddoppiata dai cori di Richard) che spezzerebbe il cuore a una statua. Il breve e agonizzante solo di Richard sigilla un drammatico capolavoro.

Come dicevamo “Shoot out the lights” conclude la discografia della coppia nel miglior modo possibile e va considerato il secondo capolavoro della band. Chiedere quale dei due sia il migliore è un po’ come chiedere se si vuole più bene alla mamma o al papà (tanto per rimanere nell’ambito della coppia). Ma soprattutto ha poco senso perché, anche se non sappiamo quanto volontario o inconscio sia il legame, i due dischi danno l’impressione di essere intimamente intrecciati l’uno all’altro.

Insomma la fune si è spezzata e quindi si potrebbe pensare che non ci sia più quel filo che stavamo seguendo; ma le corde, anche se rotte, possono essere di nuovo riallacciate. Già perché durante le registrazioni del disco Linda era incinta e, nonostante la coppia si separi ufficialmente, nel 1983 nasce Kami e un altro piccolo ma tenace nodo salda di nuovo la fune, che torna dunque a tendersi nel cielo da nuvola a nuvola.
Linda e Richard riprendono a mettere un piede davanti all’altro ma separatamente; ognuno al proprio passo e con il proprio bilanciere.
Entrambi si risposeranno e avranno altri figli: Richard proseguirà la propria carriera discografica tra dischi solisti e collaborazioni eccellenti, mentre Linda abbandonerà quasi del tutto la scena musicale con solo alcune sporadiche pubblicazioni.

Ma nel loro destino ci sono quei due nodi nella fune che li tengono legati. Complice il figlio Teddy che si occupa di produrre i lavori della madre, Richard appare in un brano in due album di Linda, “Fashionably late” del 2002 e “Won’t be long now” del 2013. Addirittura i due ex si esibiscono insieme in un tributo a Kate McGarrigle nel 2010 durante il Meltdown festival di cui Richard stesso era curatore.
L’apice però giunge nel 2014 quando, sempre sotto l‘impulso di Teddy, tutti i membri della famiglia si riuniscono sotto il cappello del nome Thompson, pubblicando un album dal nome semplice ma esplicativo “Family”: vi prendono parte Richard e Linda, Teddy e Kami con il marito, ma anche Jack, figlio del secondo matrimonio di Richard, e Zak Hobbs, nipote di “nonna” Linda (figlio di Muna dal suo secondo matrimonio). Poco importa che il disco non vada oltre il carino, perché comunque rappresenta un momento di straordinaria importanza.

Eravamo partiti infatti dalle singing families e dalle coppie del folk rock e ancora una volta Richard e Linda chiudono il cerchio, questa volta insieme alla propria discendenza: a modo loro riescono ad incarnare questa tipica tradizione del folk inglese, dove non solo l’arte viene tramandata di generazione in generazione ma costituisce un rito che viene celebrato insieme. Certo i tempi e i costumi sono cambiati e la “famiglia allargata” Thompson non rappresenta le famiglie rurali di un tempo dove l’unità era spesso una scelta forzata o culturale. I Thompson, nella loro “separat unità”, riescono a rinnovare la tradizione popolare facendo sintesi con l’aspetto comunitario ereditato dagli anni ‘60, citato in apertura. Non sappiamo cosa unisca Richard e Linda: non si amano più ma forse si vogliono ancora bene, magari si rispettano, forse si sopportano o semplicemente si detestano ma fanno buon viso a cattivo gioco per figli e nipoti.

L’impressione che danno all’esterno è però quella di essere consapevoli di essere uniti per sempre da quel filo, ora teso, ora allentato, rotto ma poi riannodato e che nell’arte trova la sua celebrazione e la perfetta testimonianza della fallibilità umana; dell’inevitabile caduta ma anche del coraggio di rialzarsi facendosi forza dei propri affetti e traendo lezione dal passato.