William Doyle - 'And Everything Changed (But I Feel Alright)' (Official Audio)

Se ne inventa una ogni volta William Doyle, artista un tempo conosciuto come East India Youth. Parliamo di un ragazzo (classe 1991, nemmeno trent’anni…) che – dopo due dischi acclamati da critica e pubblico (“Total Strife Forever” del 2014 e “Culture of Volume” del 2015) – decideva con gesto a dir poco autolesionista di abbandonare il moniker che lo aveva reso noto, riappropriandosi del proprio nome e – per completare l’opera di depistaggio – cambiando totalmente stile.

E così, nel 2019, dopo tre ulteriori dischi strumentali ed autoprodotti, sospesi tra l’ambient più rarefatto e l’avant più libero, pubblicava “Your Wilderness Revisited”, lavoro eccellente in cui abbracciava un classicismo di belle forme e di curata calligrafia, che andava ad arricchire un certo canone inglese: melodie lunari, passaggi canterburyani, sintetizzatori tra Sheffield e Richard Barbieri e, per concludere, chitarre e sassofoni alla maniera di Bowie & Fripp.

Nonostante la bellezza del disco e la partecipazione di un personaggio del calibro di Brian Eno, ad accorgersi del lavoro però non erano stati in molti.

Anche il quarto disco di William Doyle riserva una storia da raccontare, se se ne vuole comprendere appieno la natura. Durante la lavorazione, il disco fisso del computer su cui Doyle sta registrando si guasta e il ragazzo perde tutti i dati, recuperando giusto le parti che aveva riversato su un nastro analogico al fine di continuare a editare il suono. William lo prende come un segno del destino e, piuttosto che ricominciare da capo con la solita cura certosina, decide di accettare il Caso, rinunciare al lavoro di perfezionamento e cesello e pubblicare una versione più “immediata del disco”. Intendiamoci, “Great Spans of Muddy Time” (Tough Love Records, disponibile dal 19 Marzo) non è certo un rough mix, trattandosi comunque di un lavoro curato e anche piuttosto stratificato, ma di certo si tratta di un album che sembra voler sabotare il classicismo appena conquistato con “Your Wildness Revisited”.

Premettiamo che non è il caso di farsi ingannare dai due singoli (belli, rotondi, semplicemente perfetti) che hanno anticipato l’uscita del disco, ovvero “And Everything Changed (But I Feel Alright)” (ballata alla Bowie con tanto di ritornello impersonale da Duca Bianco) e “Nothing At All” (pura elevazione melodica, soulful e trascinata da svolazzi di tastiere e archi squisitamente sopra le righe). Non si tratta infatti di un lavoro centrato sulle canzoni, quanto di un album in cui il musicista del Dorset attua tutta una serie di digressioni e disturbi con si diverte a far intravedere il genio pop, ma solo per accartocciarlo, gettarlo via e guardare altrove. In questo senso risulta emblematico anche il terzo e ultimo estratto chiamato ad anticipare l’uscita del disco, ovvero “Semi-bionic”, ballata avant in cui le increspature noise sembrano proprio volerne sabotare subliminalmente la bellezza, ottenendo in cambio “a new form of beauty”, in maniera non dissimile da quello che facevano certi disadattati del pop come Momus.

William Doyle - 'Nothing At All' (Official Audio)

Certo, così facendo Doyle rischia ancora una volta di scontentare tutti: ai delusi che non gli avevano perdonato l’abbandono dei ritmi post rave di East India Youth, potrebbero adesso aggiungersi quelli che si aspettavano il seguito di “Your Wilderness Revisited”.

Con “Great Spans of Muddy Time” ci ritroviamo in mezzo al guado, in una zona di confine tra finitezza e indefinito, tra compiutezza artistica e schizzo sulla tela: costretto dagli eventi, Doyle con perfetta “strategia obliqua” ha deciso di sollevare il sipario, lasciando cancellature e bozze a fare bella mostra di sé, accanto alle forme rifinite di alcune (sublimi) canzoni.

Potremmo insomma cavarcela dicendo che si tratta di un altro disco di transizione, se non che questo ennesimo spostamento di focus suggerisce forse che alla fin fine sarà proprio l’irrequietezza a rappresentare la vera cifra identitaria dell’artista.

 

Distribuito tra canzoni e bozzetti strumentali, il disco ascrive alla prima categoria (oltre ai tre brani che hanno anticipato l’uscita dell’album), l’incipit di “I Need To Keep You In My Life”, affidato a un delicato arpeggio di synth e a una voce che si perde nell’ambiente sonoro; “Somewhere Totally Else” che, tra batterie giocattolo, linee di organetto e fraseggi vocali, va a parare dalle parti del “Rock Bottom” di Robertino Nostro; “Who Cares” in cui cascate di note sbattono fra loro come cristalli HD, mentre una voce rarefatta sembra portata via dal vento.

Una voce che si fa ieratica e comunica un estatico rapimento in “Rainfalls”; si distende sulle note scintillanti di “St. Giles’ Hill” e si fa di miele nel falsetto sospinto in elevazione dai synth di “Theme from Muddy Time”.

Per il filone dei brani strumentali segnaliamo le glaciali folate di synth che sfiorano il rumore asettico in “Shadowtackling”, i paesaggi bowiani in odore di “Low” di “New Uncertainties”, ma soprattutto i synth tremolanti e il crescendo di “A Forgotten Film” che, come da titolo, si propone di fornire la perfetta colonna sonora per un film mai girato (proprio come il mentore Brian Eno aveva provato a fare una trentina di anni fa, imbarcando a mo’ di Passengers i suoi protetti dublinesi).

Il disco si conclude con l’ultimo paesaggio tratteggiato tra loop ritmici e voli d’angelo di tastiere di “[a sea of thoughts behind it]”, suggellando l’opera di un musicista ondivago dal talento prezioso, che speriamo non trovi mai la via di casa.

William Doyle - 'Semi-bionic' (Official Audio)