Dopo una lunga attesa è finalmente uscito “For The First Time”, esordio dei Black Country, New Road, giovane formazione londinese molto chiacchierata sulla quale si sono spesi probabilmente troppi paragoni. Si é, infatti, assistito a un fuoco di fila di similitudini, declinate a seconda delle proprie passioni e dei propri anni di riferimento: solo per descrivere la voce del cantante, ad esempio, sono stati tirati in ballo Mark E. Smith, King Krule, i crooning confidenziali dei Tindersticks e quelli sdruciti degli Arab Strap.

Lasciando perdere il vizio di cercare a tutti i costi somiglianze tra giovani band e illustri predecessori (abitudine che spesso sembra tradire più che altro la nostalgia per un passato che si cerca di far rivivere), diciamo subito che, a nostro avviso, Isaac Wood, cantante della formazione, sembra avere abbastanza personalità da non risultare clone di nessuno (per fortuna, eh: di MES non ha la testadicazzaggine, di Krule il fancazzismo annoiato e nasale da millennians e di Stuart A. Staples lo spleen mitteleuropeo). Ma soprattutto va detto che la sua voce risulta essere solo uno dei colori all’interno della ricca tavolozza della band, per la quale è stata scomodata soprattutto un’etichetta (ci risiamo): post-rock.

Se è vero che parecchi passaggi strumentali del disco presentano geometrie che ricordano i gruppi di Lousville & Co. e che in un brano si auto-definiscono ironicamente “la seconda migliore cover band degli Slint del mondo”, è anche vero che i conti da questo punto di vista non tornano affatto: cosa c’entra il post rock con il romanticismo orchestrale dei fiati che infioretta molti brani? E il violino che spesso sposta tutto l’asse verso il folk europeo e la musica klezmer? Insomma, francamente eviteremmo di spendere il termine post rock per la musica dei Black Country, New Road, genere con il quale ci sembra non condividano né lo spirito, né la ricerca musicale, che – sia nella sua declinazione britannica che in quella americana – si caratterizzava per un atteggiamento “progressivo” volto al superamento dei generi di provenienza (shoegaze e hardcore punk su tutti). I Black Country, New Road invece non sembrano voler innovare nulla di esistente, né rappresentare il superamento del post-rock “storico”, di cui non condividono nemmeno l’algido astrattismo, esprimendo piuttosto un sound caldo e molto live, che sembra frutto più della sommatoria dei contributi di ogni singolo componente che di una vera e propria pianificazione.

E se è vero che il cantante a volte sembra prendersi un po’ troppo sul serio (quel tremolio nella voce appare in alcune occasioni piuttosto posticcio…), la loro arma migliore sembra essere l’approccio fresco ed entusiasta alle materie del passato, tipico di una generazione che nutre rispetto, ma non timore reverenziale (d’altronde, nella perdita di centralità del rock, non è forse giunto il momento di smitizzarne il culto e smontarne i totem?).

Se, dunque, dimentichiamo per un attimo le nostre conoscenze pregresse e decidiamo semplicemente di farci avvolgere dalla vitalità della musica, i Black Country, New Road smetteranno probabilmente di essere dei semplici emuli degli Slint che si limitano ad aggiungere alla formula una spruzzata di klezmer, momenti di improvvisazione libera e un pizzico di arrangiamenti emozionali d’arco, ma appariranno piuttosto come un gruppo che propone una formula personale in cui la novità va ricercata non tanto nella forma, quanto nello sguardo e nella prospettiva.

E così, partendo dall’incipit affidato al tappeto di percussioni di Instrumental, dove emergono da subito le suggestioni folk mediorientali e klezmer, si potrà giungere a godere della certosina alternanza di tensione e allentamento presente in Athens, France. Ci si potrà abbandonare a Science Fair che, tra recitato teatrale, melina a centrocampo in odore di prog, sinfonismo jazz, chitarre scorticate e una spruzzatina (poco, eh) di digressioni free, rischia di essere il pezzo migliore del disco. Seguono i nove ambiziosi minuti di Sunglasses, che grazie a un ottimo dosaggio di toni e atmosfere mette in fila un po’ tutte le ispirazioni del gruppo (molto bella l’esplosione free che esalta il crescendo emotivo della sezione centrale). Track X appare poi come una necessaria oasi, pacificata tramite un soffice sinfonismo minimalista ed estatico e che conduce a Opus, dove ritorna la struttura a sezioni, la dinamica forte-piano, ma soprattutto le influenze folk e klezmer a chiusura del cerchio avviato con il brano iniziale.

Black Country, New Road - 'Science Fair' (Official Video)

Si tratta in definitiva di un buon disco, per nulla acerbo o eccessivamente ambizioso, che si apprezza per lo spirito collettivo delle sue esecuzioni, compatte e capaci di declinare con gioia una sfilza di influenze grazie alla cura e all’equilibrio con cui ogni ingrediente viene dosato.

Una band che invita a tornare guardare al rock con un approccio meno “saputo” e a riappropriarsi della capacità di meravigliarsi.

Un tempo avremmo detto: speriamo di vederli presto dal vivo dalle nostre parti.

Già, speriamo…