L’annuncio di una collaborazione tra Madlib e il britannico Kieran Hebden, in arte Four Tet, aveva causato parecchio stupore: cosa ci fa un leggendario beatmaker e produttore californiano con uno dei nomi più caldi dell’elettronica degli ultimi quindici anni?

La risposta però è più semplice di quanto possa apparire: si divertono (sembra che i due siano amici di lunga data) e creano musica senza preoccuparsi troppo di frontiere e costrizioni, guidati solo dal desiderio di creare e sperimentare, combinando i talenti di entrambi: dal sampling estremo, appassionato e allucinato, alle orchestrazioni elettroniche e ai synth.
Per la struttura dell’album e il background dei personaggi, “Sound Ancestors”, pubblicato lo scorso 29 Gennaio, non può che ricordare “Donuts” di J Dilla (2006), amico fraterno di Madlib, considerato uno dei “non plus ultra” dell’hip-hop moderno e il capolavoro del defunto Dilla, composto in ospedale sul letto di morte.

Sound Ancestors” risulta essere un esperimento ben riuscito, coeso e concreto nei suoni e nelle scelte stilistiche: se da una parte Hebden limita il sampling a volte troppo scriteriato e folle di Madlib, dall’altra lo arricchisce con ritmiche tipiche della musica house e con sonorità tribali, che pagano pegno alle proprie origini indiane.
Madlib è noto per discostarsi spesso dall’hip-hop e chi lo segue da anni conosce bene il suo instancabile girovagare, che lo ha spesso portato a misurarsi con inedite esplorazioni sonore o peculiari sperimentazioni in ambito jazz. A questo giro, dunque, ha scelto di avvalersi della collaborazione di un personaggio totalmente avulso alle sue logiche per confezionare una novità assoluta nella sua sterminata discografia.
L’assenza di una direzione specifica, che spesso ha caratterizzato alcuni lavori del musicista californiano, diventa in questo caso il vero leitmotiv dell’intero album. Proprio come accadeva in “Donuts” (ma per motivi totalmente opposti), l’estrema varietà, unita alla creatività dei sample, rende estremamente interessante il contenuto, sopperendo così a una narrazione di supporto frammentata e non sempre ben chiara.

L’apertura “The Call” ricorda molto la partenza del leggendario album di J Dilla “Workinonit”, con BPM alti e una cassa tipicamente hip-hop, ma già le successive “Theme de Crabtree” e “Road of the Lonely Ones” lasciano intendere che questo disco è una mina vagante, una raccolta di suoni e tradizioni provenienti da tutto il mondo e arrangiata in maniera magistrale e imprevedibile da Four Tet.
“Loose Goose” riprende le sonorità ballerine degli ultimi lavori di Hebden, mentre l’highlight del disco risulta essere “Hopprock”, dove un semplice loop di chitarra accompagna dei canti tribali africani sotto una batteria incalzante:

L’esplorazione tribale e multietnica prosegue con la title-track, dove percussioni frenetiche e flauti arabeggianti la fanno da padrone (Kieran, questa è opera tua!).
La produzione, sempre curata e sopraffina, raggiunge picchi elevati con “Chino” e “Duumbijay”, rispettivamente un beat tanto old-school quanto visionario e una rivisitazione della musica sacra indiana, che rappresenta a nostro avviso l’esito ultimo della collaborazione tra due musicisti che si fanno portatori di culture differenti, situandosi a metà strada tra il background soul/jazz di Madlib e l’elettronica etnica di Four Tet.

In definitiva “Sound Ancestors” appare come il punto d’incontro tra un concept album e il frutto di lunghe jam, eseguite senza prendersi troppo sul serio e senza la pressione di doversi adattare per forza alle leggi del mercato.
Dopo diversi ascolti, improvvisamente il disco si rivela per quello che è: un’interessante raccolta di suoni adeguatamente arrangiata da Kieran Hebden, ma che conserva tutta la natura della jam e la poetica tanto distratta quanto derivativa di Madlib (non che questo sia un difetto, anzi, difficilmente potremmo avere Madlib in caso contrario).

La purezza di questo lavoro e la qualità costante rendono il ri-ascolto estremamente piacevole, e nel 2021 questo è un privilegio che pochi possono vantare (a differenza di parecchi “disconi” prima catalogati come interessanti e poi abbandonati nel dimenticatoio virtuale…)