Senza alcun motivo valido, qualche giorno fa mi è capitato di svegliarmi alle tre di notte, convinto fosse già l’orario per vestirsi, fare colazione e andare a lavoro. Non mi aveva insospettito nemmeno l’immobilismo del gatto: invece di venirmi incontro affamato, come ogni mattina, era rimasto acciambellato sul divano.

Nonostante il freddo e il sonno, non avevo molta voglia di tornare a letto: la pace e il silenzio della notte conducono verso territori cui pochi avventurieri, muniti di occhiaie, riescono a giungere.
Decido di mettere della musica, un po’ perché mi va, un po’ perché il gesto ormai è automatico. Il brano che scelgo è Paper House degli Associates, tour de force chitarristico di Alan Rankine su cui il vecchio Billy Mackenzie disegna da par suo una melodia epica.

Paper House (2016 Remastered Version)

La scelta probabilmente è dovuta a un’associazione mentale scaturita dal freddo: una volta un mio amico mi ha raccontato di aver passato un’intera notte all’addiaccio, aspettando di vedere Billy Mackenzie comparire dalla porta di casa. Un vero stalker… ma anche un eroe, se contiamo il fatto che di notte il freddo di Londra ti strappa le ossa dalla carne.

Quel mio amico ovviamente non potrebbe che essere SirBilly, uno che di musica ne ha masticata parecchia nella vita, ma che ancora oggi non avrebbe dubbi a indicare qual è il SUO gruppo: gli Associates, ovviamente.
Roba da mal di testa… come si fa scegliere una sola band in tutto il mare di musica che ci circonda? E come si fa a rimanerle fedeli per tutta la vita?
Hai visto mai che, in questo mondo in crisi di rappresentanza, certe band sono le ultime cose a cui è possibile ancorarsi?
Insomma, come dicevo, non avevo molta voglia di dormire e, a quel punto, mi è bastato versare da bere per ritrovarmi davanti SirBilly che, come sapete, un bicchiere non lo rifiuta mai.

Degli Associates ho sempre amato la natura controversa e coraggiosa in un ambito, quello del pop, in cui spesso il coraggio latita. Il loro sogno era quello di dominare le classifiche, così come avevano fatto i loro idoli David Bowie e Roxy Music. Di entrambi fornivano un’eccellente e personale rivisitazione, grazie a un cantante (Billy Mackenzie) dalla grandeur non dissimile a quella di uno Scott Walker e a un chitarrista/polistrumentista (Alan Rankine), che per qualche anno fu… be’, semplicemente, un genio.

Sarebbe a questo punto lecito domandarsi come mai non abbiano mai sfondato né a livello commerciale, se non con un brevissimo exploit, né a livello di critica, che quando parla di new wave raramente li cita.

La risposta è semplice: la colpa fu tutta di Billy.

Un uomo che come pochi altri amò sabotare se stesso, indulgendo nel vizio, nella paranoia e nell’ansia da successo; che, coadiuvato per tre album da un Rankine in totale sintonia, spinse tutto al parossismo, esponendosi alla critica che gli ingredienti della ricetta fossero tutti mal dosati: troppa enfasi, troppa grandeur, troppo melodramma, troppo di tutto.
Ma cosa può esserci di più affascinante che assistere alla sonorizzazione di un titanismo sterile?
Miserabile perdente di un Billy: fece credere al mondo di poter essere il nuovo Dio da adorare, ben sapendo che non avrebbe mai potuto esserlo.
Resta comunque il fatto che nessuno ha mai suonato come gli Associates: non erano synth-pop, né wave, non erano di Sheffield, né facevano parte di quella certa cordata scozzese, non erano psichedelici e non erano destinati agli stadi.

Piacciano o non piacciano, furono qualcosa di unico.

Per dirla con quel famoso critico inglese, furono gli unici che riuscirono a “realizzare il sogno New Pop: musica da classifica che combinasse euforia pop e complessità post punk”.

Hai finito? – mi interrompe SirBilly: solo in quel momento mi accorgo che stavo parlando a voce alta, declamando i miei deliri critici.

Scusa. Ti va di parlare degli Associates?

A me va sempre di parlare degli Associates. E di Billy… Credo di essere venuto al mondo per quello, principalmente. E per poco altro.

Partiamo dall’alchimia della band: il figlio di uno zingaro che incontra il figlio di un preside e di una ispettrice scolastica e cominciano a suonare assieme in uno spettacolo di cabaret negli alberghi… con una genesi così non sorprende più di tanto quello che è venuto dopo?

Credo che la pietra d’angolo sia stata proprio quella d’aver fatto la gavetta nelle hall degli hotel, a suonare vecchi standard jazz o – a loro modo – melliflue canzoni da classifica. Lì nacque il mondo stralunato degli Associates, un mondo sempre in mezzo al guado di ‘qualcosa’. Le hall sono i luoghi apolidi di ogni hotel, non hai ancora la stanza ma non sei nemmeno fuori all’addiaccio. Billy e Alan, musicalmente, erano esattamente così. Incapaci di situarsi. Pensa alla loro prima etichetta. La Situation 2. Sono quasi sicuro che Billy l’abbia scelta anche per il nome. Oltre che per l’anticipo, chiaramente.

Veniamo ai dischi e in particolare ai tre con Alan Rankine. Io dico il titolo e tu lo descrivi a parole tue.
The Affectionate Punch (1980). Un esordio ancora debitore della wave imperante al tempo?

È il disco che mi piace meno. Ancora acerbo e indeciso. Il disco che fece infuriare Robert Smith si disse, timoroso che questa nuova band distogliesse le attenzioni della Fiction dalla sua persona. “The Affectionate Punch” ha picchi clamorosi (Even Dogs In The Wild, non è difficile immaginarla nella hall di quell’albergo, con lo smoking), A Matter Of Gender (sentitela nello splendore della John Peel Session; ci sono già gli U2 lì dentro. Versione pazzesca e anni luce migliore di quella che finì su “The Affectionate Punch”, appunto), ma anche cose di maniera. Tra i tre dischi degli Associates MK1 è quello che ascolto meno, dimostra tutti i suoi anni. Che non sono pochi.

Fourth Drawer down (1981), che sarebbe in realtà la raccolta dei 6 singoli incisi a notte fonda (per risparmiare, spendere il meno possibile e mantenersi con l’anticipo che passava la società di edizione).

Questo è IL capolavoro degli Associates, poco da fare. C’è tanta di quella roba stivata dentro da costruirci tre carriere. Kraut Rock, soul, post punk, il Bowie di “Low”, del dub in naftalina (An Even Whiter Car: pazzesca). “Fourth Drawer Down” sono i LA Dusseldorf e i Can che camminano a braccetto con “Station To Station”, Stevie Wonder e il glam. Volutamente arcigno come lavoro, poco propenso a concessioni, ma illustra un gruppo in stato inequivocabile di grazia. Non voglio nemmeno descriverlo togliendo la sorpresa a chi eventualmente non l’avesse mai approcciato. È un lavoro – a mio giudizio – clamoroso e tutt’altro che facile. Curioso fu scoprire in seguito che ‘il quarto cassetto in basso’ era il posto dove tenevano le droghe.

Sulk (1982). Il “finto” kolossal: costato poco in verità, DOVEVA però suonare sfarzoso, con Billy a invocare che la forma divenisse sostanza.

Beh, al tempo si parlò di un investimento totale di 450.000 sterline (visto che l’anticipo se l’erano fumato in droghe, vestiti e hotel a 5 stelle) e annesse pretese clamorose di Billy, con la Wea terrorizzata non potesse avere almeno un singolo da Top Ten. MacKenzie è sempre stato wagneriano nel rapporto con la pecunia, finchè non era finita non poteva ritenersi soddisfatto. “Sulk” rappresenta le Colonne d’Ercole di quel new pop coevo. Più di “The Lexicon Of Love” o qualsiasi altro manufatto. Il lavoro sugli arrangiamenti, la scrittura arzigogolata ma contagiosa. E poi le canzoni, cristiddio. Quelle canzoni. Provateci ad andare nella top ten con un pezzo (Party Fears Two… what else?) impossibile da fischiettare sotto la doccia. Qualcuno scrisse che – assieme a O Superman di Laurie Anderson – era la canzone più astrusa che avesse mai raggiunto la sommità delle classifiche inglesi. È vero. Impossibile da cantare in auto mentre vai al lavoro, diventi afono, eppure… Mike Hedges fece un lavoro sublime. Nulla su “Sulk” è fuori posto, a partire dalla lussuriosa e lussureggiante copertina. Due parole due su Party Fears Two mi piacerebbe spenderle però. Una canzone che è più della somma delle sue parti e che Billy e Alan scrissero nel 1976 (si titolava I Will). Qui siamo davvero nel firmamento pop, nell’empireo della scrittura. Il primo ascolto fu un lampo al magnesio: l’intro misteriosa che pare un segnale dal cosmo, il cinguettio di una stella con le giarrettiere e il mascara; l’ergersi prepotente e improvviso della canzone vera e propria; Billy che gigioneggia da par suo come se fosse a Las Vegas (o in quell’hotel di cui sopra); Alan che crea tappeti bizzarri e orchestrali; i giri di basso a singhiozzo; la batteria monca. Posso dire che è un classico? Tirai un sospiro di sollievo nel leggere il battesimo di fuoco di Simon Reynolds a riguardo, mi sentivo nel giusto da sempre. ‘Vedere gli Associates suonare Party Fears Two a Totp fu una delle tre o quattro epifanie della mia vita’, scrisse. Non serve aggiungere altro, oltre a correre ad ascoltarla.

The alcohol loves you while turning you blue. Awake me.

The Associates Party Fears Two

Parliamo di Billy.

La prima volta ne sentii parlare leggendo del suo rapporto con Morrissey. Al di là di quella amicizia chiacchierata, entrambi andavano alla ricerca del “terzo sesso” con la differenza che Morrissey esibiva un casto disinteresse, mentre Billy reagiva scopandosi tutto quello che si muoveva. Sarebbe facile intravedere in questa coazione a ripetere la classica ricerca del piacere che nasconde una pulsione di morte… Se sconfino pericolosamente nella psicoanalisi da due soldi è perché nelle interpretazioni e nelle melodie di Billy ho sempre percepito un senso del tragico che raramente ho scorto in altri musicisti, perché genuino e non mediato da filtri intellettuali.

Ricordo un’intervista in cui – incalzato dalle voci riguardo una sua presunta omosessualità – Billy rispose candidamente: ‘non ragiono genitalmente’ chiudendo ogni pertugio. Viveva una sorta di ottovolante carnale, alla stregua di un Freddie Mercury qualsiasi. I suoi appetiti (di tutti i tipi) rimangono famosi. Però è vero che disseminò le sue liriche di strani calembour attratti da Eros e Thanatos. Doors lead to other doors, roads lead to other roads. Nudespoonseuphoria, la cover di Gloomy Sunday. Billy conosceva bene la leggenda: tutti quelli che avevano approcciato la maledizione legata a Gloomy Sunday erano morti suicidi.

Parliamo di Rankine.

Musicista a tutto tondo, molto sottovalutato, probabilmente il vero genio della formazione. Il suo chitarrismo era innovativo come quello di un The Edge o di un Will Sergeant, ma quello del guitar hero non era un ruolo che lo interessava. Il suo rapporto con la chitarra più che agli eroi wave sembra più vicino, con esiti ovviamente differenti, a quello di gente come Richard H. Kirk dei Cabaret Voltaire.

The Edge. Dici bene. The Edge si copiò perfettamente quel gancio chitarristico affilato come un rasoio. Rankine era un polistrumentista con moltissime idee, il partner in crime perfetto per la grandeur di Billy. Volevano essere una sorta di crasi sonora tra gli Sparks di “Kimono My House” (un pallino di Billy) e Shirley Bassey. Trovare Alan fu il vero colpo di fortuna per MacKenzie. Una totale botta di culo. Billy si esprimeva con immagini simboliche per chiedere determinati passaggi sonori – tipo: ‘qui ci vogliono delle scarpe rosse’ – e Alan sapeva tradurle immediatamente in una parvenza di suono. Finché durò fu una collaborazione pazzesca. In un numero del Record Mirror (24 ottobre 1981) Alan andava a scegliere i 10 singoli che l’avevano formato, se leggi la lista hai delle sorprese non da poco: Sheila & B. Devotion, Monkees, Bowie, Jackson 5, Labelle, Diana Ross, Bobby Goldsboro. Illuminante, per certi versi. Ti dirò di più, anche il nastro con la loro ritrovata voglia di scrivere assieme pubblicato per vie traverse nei primi anni novanta dimostrava che non si erano mai lasciati. C’è una sorridente (e con un potenziale commerciale immenso) ‘Stephen, You’re Still Really Something’ che è la risposta cinica a quel ‘William It Was Really Nothing’ degli Smiths.

The Associates - Stephen, You're Really Something

Veniamo al sound del gruppo.

Partiamo dalle diavolerie che si inventavano in studio. Ecco una breve rassegna. Pettine e carta oleata in “White car on Germany”, lo xilofono disarticolato e il cantato nel tubo dell’aspirapolvere in “Kitchen Person”, il palloncino pieno d’acqua per controllare il feedback di chitarra, la batteria con i rullanti al posto dei tom in “Bap de la Bap”, il jangle piano di “Party Fears Two” (e sono stati sfatati con il tempo i miti riguardo alle bombole d’elio per raggiungere le note più alte e l’urina sulla chitarra per catturarne gli armonici, mentre è vero che riempirono la grancassa della batteria di acqua per sentire come suonava: di merda, ovviamente). Il fascino dei Associates risiede soprattutto nelle soluzioni di studio?

L’urina sulle chitarre mi risulta sia vera (e provocò un’arrabbiatura epocale di Mike Hedges, il produttore), così come le lastre di metallo fatte vibrare sopra il banco mixer (si possono sentire in No). Così come tutti i tom tom rimossi dalla batteria di John Murphy. “Sulk” doveva ‘suonare come l’Egitto’ dissero a Hedges. Ci andarono vicino, bruciandosi le ali. Tutte cose che in nuce puoi avvertire su “Fourth Drawer Down” ma è con “Sulk” che le portarono al parossismo. Di lì poteva solo essere una discesa libera di patimenti. Rischiarono l’esaurimento nervoso. Alan confessò che alla fine del missaggio scoppiò in lacrime dalla tensione accumulata in quelle settimane, ma tutti sentivano di avere tra le mani qualcosa di inaspettato e con pochi termini di paragone. Cos’altro avrebbero potuto dire senza ripetersi? “Sulk” è il pop intelligente portato al parossismo e privo di mezze misure, o lo rifiuti in blocco disgustato o ne vieni irretito totalmente. Mi sembra – vado a memoria – sia stato Paul Morley a sigillarlo perfettamente con una frase: ‘se la pop music è una lenta tartaruga “Sulk” è un’elusiva farfalla’. O qualcosa del genere.

The Associates - White Car In Germany

Qualcuno dice che proposero una nuova forma di psichedelia: come la prima psichedelia aveva colorato lisergicamente il rock n’ roll, gli Associates utilizzarono colori acidi e sovraesposti per illuminare la plumbea wave. Non a caso, Billy parlò del gruppo come degli “Abba strafatti di acido”.

Sugli Abba strafatti d’acido mi trovi d’accordo, è una definizione perfetta, soprattutto per la ricerca della ‘forma canzone’, la psichedelia non la sento. Ma forse è un problema mio. Sento il bubblegum pop, i Kraftwerk, il soul, il glam rock di Sparks e Bowie, le canzoncine da jingle pubblicitario, gli astrusi pezzi disseminati a destra e a manca (gli Orbidoig o Ice Cream Factory in quell’estemporaneo singolo uscito a nome del solo Billy). Le cover incredibili che ti schiaffavano (Kites). C’era persino troppa roba dentro quelle testoline.

Molti credono che la grandeur che la band esibiva fosse figlia dell’influenza bowiana, ma leggendo alcune interviste forse andrebbe ricondotta più alla grande passione per le colonne sonore cinematografiche. Basterebbe ascoltare lo sfarzo melò di “A Girl Named Property” o le atmosfere da spy-movie di “Q Quarters”…

Sicuramente avevano un immaginario cinematografico. Billy e Alan erano uno ‘scandalo al sole’ delle classifiche. Ma aggiungerei senza indugio gli Sparks. GLI SPARKS. Gli Associates volevano essere i nuovi Sparks. “Sulk” è un “Kimono My House” burlesque. Ascoltarsi la John Peel Session registrata il 24 aprile del 1981 (e pubblicata nel 1989) ti fa capire tantissime cose. Lì Rankine è davvero insuperabile.

The Associates - A Girl Named Property

Parliamo dei motivi per cui non “sfondarono”.

Credi che il tracollo avvenne con “18 Carat Love Affair” (il singolo con la cover di “Love Hangover” sull’altra facciata) che non andò oltre il numero 21 delle classifiche inglesi? Billy aveva intuito che l’attimo era fuggito? Aveva paura del tour americano che lo attendeva? Ti sei fatto un’idea di quale fu la molla che fece esplodere tutto?

Il problema era Billy. Era sempre stato Billy. Inafferrabile, sfuggente, soggetto a tempeste umorali, sempre pronto ad imboccare volutamente il sentiero sbagliato. Ci godeva nell’autosabotarsi. Aveva combattuto una vita per raggiungere il successo e – una volta assaggiato – decise che non gli interessava. Seymour Stein aveva sventolato un assegno da 600.000 dollari in quel tavolino del Camden Palace, voleva farne delle star per il mercato americano (impresa impossibile a mio giudizio, ma con i “se” e i “ma” la storia non la fai); la cover di Love Hangover era stata registrata per quello, c’è un promo USA che girava già pronto per preparare il terreno. Billy rifiutò sdegnato. Avevano 60 canzoni pronte per il dopo Sulk, dissero. Sessanta. Assieme erano bulimici nella creazione. Da quelle sessanta uscì “Perhaps”, un coito interrotto che usava la sigla Associates ma non aveva più Alan al suo interno. Certo, contiene la più bella canzone di sempre (Breakfast) ma ti immagini Rankine mettere mani e accordi su Those First Impressions o The Best Of You? A proposito di leggende: The Best Of You venne registrata anche in un duetto vocale con Annie Lennox, che lì ed allora era veramente la star planetaria del pop. Serviva qualcosa che rilanciasse appieno la carriera del nostro e scegliere la Lennox sarebbe servito allo scopo. Bene: Billy perdette il nastro.

È andata così, e siamo qui a parlarne proprio perché è andata così. Dissipando tutto quello che vi era da dissipare. Ci vuole talento e Billy lo aveva eccome.

Immagino che sulla seconda vita degli Associates tu non voglia chiedere nulla… Però il “Live al Ronnie Scott’s”, dove Billy rilegge alcuni standard jazz e alcune canzoni della casa madre non si può tralasciare. Da brividi.

Associates: Breakfast

Ho sempre pensato che Billy fosse uno che proprio non riusciva a conformarsi a niente… né artisticamente, né socialmente. In questo senso, credo che la canzone “Club Country” incarni perfettamente questo aspetto: qualcuno la vide come una presa per i fondelli del giro dei new romantics (cui spesso gli Associates venivano impropriamente accomunati), altri la interpretarono come la presa di distanza del working class hero dal giro dell’aristocrazia (pop) britannica. Secondo te, Billy era innamorato del suo sentirsi “fuori posto”?

Billy ERA fuori posto. Dissociato da se stesso (per questo non poteva finire che in un gruppo chiamato Associates), le leggende sulle sue bizzarrie sono ancora oggetto di conversazioni in Inghilterra. Uno che a 16 anni vola dapprima in Nuova Zelanda e poi negli Stati Uniti perché vuole ‘imparare a cantare con il pathos dei grandi soulman’; che sposa per convenienza una trasversale ereditiera di Howard Hughes; che torna a Dundee e apre un negozio di vestiti chiamato The Crypt dove i camerini sono a forma di bara. Che si beve tre bottiglie di Baileys al giorno e riesce ad espellerle a comando. Billy MacKenzie è in pratica il più famoso sconosciuto del pop e Club Country la presa di posizione e il rifiuto totale e indiscriminato a quel giro new romantics (come lo chiami tu) che stava imperando e nel quale gli Associates vennero inseriti a forza. Aveva avuto modo di vivere lo stardom londinese del tempo e se ne era ritratto inorridito quasi subito. Voleva scientemente distruggere tutto quello al quale anelava.

The Associates - Party Fears Two - Top of the Pops

Perché sono diventati la tua band?

Sai che non lo so? Non ho una spiegazione articolata da porgerti. So solo che ricordo esattamente la prima volta che li udii, una notte, provenienti da una radio. Kitchen Person e Q Quarters. Non esattamente i pezzi più pop del canzoniere. Eppure mi ci invischiai immediatamente, mi sembravano un puzzle, un cruciverba di tutto quello che avevo ascoltato fino ad allora, era come se 20 anni di pop music inglese fossero stati compressi e condensati in due canzoni. Dovevi far fatica ad estrarre tutti gli addendi, c’era troppa roba lì dentro. Unisci i puntini dall’uno al trentasei per scoprire l’immagine, tipo. Avvertivo una sfida in quel sublime gusto pop nascosto dentro un labirinto di bizzarrie. Insomma, la canzone c’era, ma dovevi spinartela tu stando attento che la schiuma non traboccasse.

Cosa ti ha spinto a passare una notte all’addiaccio pur di incontrarlo?

Non fu una notte, sebbene l’avrei passata più che volentieri se avessi saputo di poter giungere al suo cospetto. Si è trattato solo di un pomeriggio di gennaio trascorso a Notting Hill, seduto in un angolo, aspettando di incrociare Billy. Ero lì per caso a setacciare dischi in uno di quei negozietti scrausi che nei primi novanta andavano per la maggiore. C’erano due vinili autografati. Con la spocchia dell’italiano diffidente chiedetti al titolare chi mi assicurava fossero davvero le firme di MacKenzie. Mi rispose che era solito passare sovente, visto che abitava in una di quelle laterali (era Holland Road, ma lo scoprii solo dopo). Opporcalamadò. Mi misi di vedetta tutto il pomeriggio in attesa dell’epifania. Un freddo becco. Niente, non passò. Nel week end tornai a casa, il giorno dopo il mio ritorno si uccise.

Com’è la storia che sei entrato in contatto con la famiglia Mackenzie?

Questa è una delle emozioni che conserverò sempre nel cuore. Quando Billy venne a mancare ero ovviamente a pezzi. Mi portavo dentro il cruccio di non essere mai riuscito ad incontrarlo e a complimentarmi per il suo lavoro e per quello che aveva significato rispetto alla mia astrusa idea di pop music. Dovevo trovare un escamotage postumo per sentirmi a posto con la coscienza. Così scrissi una lunga lettera dove inserivo – in maniera piuttosto confusa e raffazzonata, lo ammetto – quello che Billy era stato per me (e per molti altri, certo), la sua importanza, bla bla bla. La spedii senza troppa convinzione, certo che andasse persa nei meandri delle poste. Dopo un mese mi arrivò a casa un corposo pacchetto della famiglia MacKenzie contenente una lettera commovente del padre e della sorella oltre che un sacco di materiale: fanzine, ritagli di giornale, info, pubblicità, ecc. Mi spiegavano come era nata Breakfast (sul pianoforte della hall di un albergo a Ibiza), ecc. In più una fotografia casalinga di Billy con uno dei suoi Whippets. Stavano spedendo ai fan tutto quello che MacKenzie aveva accumulato. Ovviamente la mia carbonara lettera riportava MacKenzie Family – Auchterhouse – Dundee – Scotland. Un po’ poco no? Come facevo a conoscere il quartiere di Auchterhouse, dici? Beh, un promo di Heart Of Glass era uscito con un Auchterhouse Remix, ci volle poco a fare due più due.

Billy, come si fa a riconoscere qual è la PROPRIA band?

È lei che riconosce te. Credimi. Tu non puoi farci niente.

Mi volto ed è già mattina.

E’ ora di andare a letto.

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Per chi ne volesse ancora di Billy e di SirBilly: I dischi che piacciono solo a me, credo #34