PREmessa

Hey voi! Sì dico proprio a voi che passate da queste parti per scelta o per puro caso: avete, non dico ascoltato, ma almeno sentito parlare dei Disco Inferno?

E no, non c’entra niente il tormentone “Burn baby burn”….

Se non sapete chi sono, sappiate che vi siete persi una delle band inglesi più originali e innovative degli anni ‘90! Ma non temete siamo qui apposta per rimediare…

Se, invece, già li conoscete spero che questo articolo possa fungere da umile promemoria.

Se invece vi aspettavate un articolo sulla funky/disco anni 70, saluti e baci…

A POSTeriori

E’ passato un quarto di secolo da quando è terminata la fugace, ma intensa esistenza dei Disco Inferno.

Durante la loro attività sono passati dall’etichetta di cloni a quella di outsider innovativi (che più che interessare incuriosivano), per finire – come spesso accade con gruppi del genere – per diventare un vero e proprio culto. Quel tipo di band considerata imprescindibile sulla carta ma poi dimenticata quando si tratta di tracciare storiografie e manuali, ma soprattutto ascoltata da pochi appassionati terminali. Ed è davvero un peccato…

Sebbene la storia dei Disco Inferno sembri seguire la classica parabola delle band di culto (una miscela di insuccesso, dissidi interpersonali, problemi con la casa discografica, etc….), la prospettiva temporale ci permette di scorgere una natura diversa: la vicenda dei Disco Inferno è caratterizzata da un serie di circostanze negative, atti autolesionistici (se non volontari sicuramente ingenui) che hanno di fatto plasmato l’identità della band e scavato una nicchia fatta su misura per loro. E quindi perchè non provare a inquadrare i Disco Inferno alla luce proprio di questa costituente negatività che li portava a essere sempre dalla parte sbagliata?

POST punk

Il punto di partenza (ma anche il primo piede in fallo…) non poteva che essere la scelta del nome.

Fine anni 80, Essex, zona est dell’Inghilterra: quattro ragazzi, Ian Crause (guitars and vocals), Paul Willmott (bass), Daniel Gish (keyboards) and Rob Whatley (drums) hanno appena messo insieme un gruppo rock e decidono di dare alla band un nome totalmente sballato: Disco Inferno. Provocazione, autoironia o autosabotaggio? Non è dato saperlo… ma immaginiamo i tre che tentano di far capire agli spettatori o ai titolari dei locali di essere una band di post punk e non di revival disco anni ‘70… In fondo la scelta, nomen omen, ci dice di aspettarsi l’inaspettato…

In ogni caso, la decisione è presa e i tre (Daniel Gish aveva lasciato la band per andare a formare un’altra band fondamentale per il post-rock britannico di inizio anni ‘90, i Bark Psychosis) iniziano a proporre la propria musica che del filone post punk cui prima si accennava sposa la declinazione più cupa che fa riferimento ai Joy Division. Anche in questo caso la scelta non appare certo delle migliori.

Infatti non ci troviamo nella golden age del post punk a fine anni 70-inizio 80 né tantomeno nel pieno del revival new wave di inizio anni 2000 (quello di Interpol e compagnia per intenderci).

disco-inferno-in-debt

Il risultato è che i primi frutti discografici del trio, gli EP “Science” ed “Entertainment” e l’album “Open Doors – Closed Windows”, editi nel 1991, passano quasi totalmente inosservati al momento dell’uscita. Anche quando a Crause e compagni verrà riconosciuto il ruolo di pionieri del post rock, i tre lavori (poi opportunamente riuniti su CD nella raccolta “In debt”) verranno accantonati in maniera fin troppo sbrigativa come dei dischi per completisti, perchè “quei” Disco Inferno non erano ancora I Disco Inferno”.
La posterità però ci offre la possibilità di affrontare le cose da una prospettiva meno influenzata dal contesto del tempo e di analizzare il percorso artistico come un continuum nel quale scorgere in ogni passo i semi che daranno frutto in seguito.

Per sintetizzare la situazione nella quale si trovava la band possiamo utilizzare le parole del vecchio Neil, “too late, too soon”: un limbo stretto tra l’etichetta di band derivativa di un suono ormai passato (too late), ma anche quella di gruppo capace di anticipare inconsapevolmente di una decina di anni buoni un trend popolare come il revival post punk di inizio millennio (too soon).

A Crause e compagni mancano forse l’appeal commerciale, il carisma di un frontman come Paul Banks o dei singoli killer, ma i due EP e l’LP sono paragonabili ai migliori dischi del revival wave.

Sin dal primo brano, “Entertainment”, emergono in particolare due caratteristiche: la tipica ritmica basso-batteria alla Joy Division, una chitarra arpeggiata (il marchio di fabbrica del Crause chitarrista) che richiama decisamente lo stile risonante e sospeso di Vini Reilly, ma anche quello di un The Edge meno enfatico. La stessa cristallina trama chitarristica avvolge il brano successivo, la notevole e cupissima “Arc In round”; ma stavolta i riferimenti sono i primi Cure.

Il canovaccio sonoro è quindi più o meno definito e l’album presenta una scrittura mai fiacca o anonima con diverse perle incastonate. “Emigrè” rappresenta un’oasi scintillante nel mood piuttosto tetro dell’album, illuminata dai melodici ricami chitarristici di Crause. C’è poi la morbida trance di “Interference” dove un ritmo sincopato, l’acidula voce di Ian Crause, le usuali riverberazioni chitarristiche ci accompagnano verso un reiterato e suggestivo finale in crescendo. “Freethought” è il pezzo più trascinante del lotto: drumming frenetico, incastri millimetrici di chitarra, voce monocorde e quasi recitata per un brano dall’andamento incessante e senza ritornello.

Nella ballata “Glancing Away” una morbida linea di basso e le solite tipiche atmosfere sospese create da Ian Crause ci cullano in una sorta di dormiveglia di 5 minuti.

Se poi vogliamo scorgere i segni di ciò che sarebbe cresciuto successivamente, il fattore che fungerà da detonatore per la deflagrazione (in tutti i sensi) dei “nuovi” Disco Inferno è certamente la passione di Ian Crause per i campionamenti. Si tratta di piccoli interventi che, però, appaiono sintomatici: in “Next In Line” troviamo suoni di campane e trilli di vecchi telefoni a rinforzare paranoiche distorsioni chitarristiche nel crescendo strumentale conclusivo. I quasi sei minuti di “Waking Up” disegnano i “DI going pop” (dal titolo del disco successivo) nel brano che più tende a deragliare dai binari della canzone. La composizione anticipa una caratteristica strutturale fondante della fase due ovvero quella di poggiare la composizione su uno “scheletro” di basso; attorno a questo pilastro si sviluppa un brano prima cupo e desolato, poi ossessivo e incalzante, nel quale i disturbi rumoristici e chitarristici del finale sembrano segnare il passaggio dall’alveo tradizionale a quello più esplorativo. Tentativo di muoversi dall’ordine precostituito che ritroviamo anche in “Incentives”, dove le due principali direttrici chitarristiche di Crause, quella spaziosa e labirintica degli arpeggi e quella dominata dalle sfuriate freeform, prima si scontrano e poi si sovrappongono fino a convergere nella dissonanza.

Disco Inferno - Waking Up

Insomma dalla prospettiva di oggi i DI dell’esordio appaiono una band decisamente promettente anche se derivativa. Col senno di poi appare chiaro che si trattava di una vittima designata non solo dell’“indie”fferenza, date le tendenze di allora, ma anche della propria futura svolta, secca e feroce, verso un suono che di fatto ancora non esisteva. “In debt” infatti rimane sullo sfondo come il disco normale di una band che farà proprio della deviazione dalla norma la sua principale caratteristica.

POST-rock

Crause era insoddisfatto: sentiva stretto il suono derivativo della band (ancora oggi ha affermato di non amare le prime pubblicazioni della band) e il suo sguardo più che al passato era indirizzato al futuro.

Come già accennato prima, il chitarrista inglese si era appassionato alla tecnica del sampling; più precisamente era rimasto folgorato sulla via di Damasco (o forse sarebbe meglio dire sulla ipotetica via che congiunge New York e Ginevra) da due gruppi molto diversi fra loro che avevano utilizzato già nella seconda metà degli anni ‘80 i campionatori in maniera organica. Ci riferiamo ai Public Enemy che del sampling avevano fatto la naturale evoluzione del turntabling, tipico dell’hip-hop, e agli svizzeri Young Gods, che avevano costruito la propria miscela di rock industriale di derivazione swansiana, integrando i campionatori con chitarra e batteria direttamente in fase compositiva.

I tempi sembravano maturi per sviluppare ulteriormente in ambito rock questo discorso. I nineties erano infatti gli anni del cosiddetto crossover, una tendenza che aveva sviluppato i primi tentativi di fusione tra hip hop e rock operati dai Beastie Boys, il colossale successo dell’improbabile (almeno per i tempi) accoppiata Aerosmith – Run DMC di “Walk This way” o del funk bianco dei Red Hot Chili Peppers.

Per una volta sembrava che i Disco Inferno si stessero muovendo in linea con tempi e le mode correnti. Ma Crause aveva in mente qualcosa di diverso e più estremo del semplice accostamento tra parti suonate e campionamenti, ovvero una vera e propria integrazione in tempo reale delle due metodologie. I tre musicisti infatti decidono di applicare la tecnologia MIDI ai propri strumenti e in particolare a batteria e chitarra, lasciando il basso libero di fare il proprio classico e sporco lavoro con l’effettistica tradizionale. Anche in questo caso di primo acchito si tratta di cose già viste, anzi di tecniche di cui si era abusato soprattutto negli anni 80, con le varie batterie elettroniche e le famigerate chitarre synth, sogno proibito di ogni riccardone dell’epoca; di essi si ricorda soprattutto il suono spesso caciarone e artefatto, privato di qualsiasi emozione e delle nuance tipiche degli strumenti stessi. I Disco Inferno riescono a sfruttare le potenzialità teoricamente infinite della tecnologia, evitando però il tranello del suono finto e plasticoso. Dai colpi sui tamburi e dalle pennate sulla chitarra non escono infatti imitazioni di altri strumenti, ma campionamenti tratti da una libreria assemblata con meticolosità maniacale: niente (o quasi) accordi o ritmiche in senso classico ma spezzoni di suoni, rumori e registrazioni preesistenti che vengono trasfigurati attraverso un gesto esecutivo tradizionale.

Tocca a questo punto tirare fuori una delle più celebri definizioni nella storia della musica rock, ovvero quella di post rock elaborata dai Simon Reynolds: musica suonata da strumenti rock con finalità non rock. Definizione che si attaglia perfettamente ai nuovi Disco Inferno, quelli che emergono dall’EP “Summer’s Last sound” in poi. A tal proposito provate a fare questo esperimento: immaginate di avere davanti tre ragazzi sul palco schierati con la classica line up del guitar trio (purtroppo non sono reperibili filmati live del trio), poi cliccate sul video qui sotto e ascoltate a occhi chiusi.

Starbound: All Burnt out & Nowhere to Go

La distanza tra la musica e l’immagine di una classica esibizione rock rappresenta perfettamente la dualità tra rock e non rock contenuta nella definizione di Reynolds.

Come accennato in precedenza la nuova fase della band inglese comincia con l’EP “Summer’s Last Sound” nel 1992 e prosegue con altri due lavori sulla breve distanza nel 1993, “A Rock to Cling To” e “The last dance” (di questo però ne parliamo dopo…).

Giungiamo quindi all’inizio del 1994, quando venne dato alle stampe “DI go pop”, il secondo album della band e culmine del percorso di ricerca del trio. Un disco iconico (nel vero senso della parola) fin dalla copertina: la foto di un paesaggio naturale desolato, su cui è sovraimpressa una icona che rappresenta la trasmissione di onde simile a quella che sarebbe diventato in tempi successivi il simbolo del wifi.

Al paesaggio arido dell’enigmatica immagine fanno seguito i rumori acquatici che introducono il primo brano “In a sharky Water” che presenta un’alternanza tra momenti di quiete (una linea melodica sospesa e misteriosa che fa capolino dallo sciabordio) e di tempesta (una ritmica ossessiva e metallica che fa da supporto al cantato/recitato di Crause). Le acque “squalose” ci propongono un suono ancora incasellato in un formato canzone che ricorda quello della post punk più spigoloso e, in particolare, dei Wire, trasportato in versione apocalittica e post moderna.

Con il successivo trittico di brani entriamo nel cuore pulsante dell’album: gli appigli alla tipica scrittura rock si fanno sempre più labili e il basso rimane l’unico elemento veramente riconoscibili in un magma sonoro e ritmico sempre più straniante e indecifrabile. “New clothes for the world” è un viaggio allucinato tra sample di piano impazzito, una voce trattata al vocoder, clangori vari, una melodia fischiettata e una batteria, per una volta, quasi tradizionale. Il tasso di alienazione aumenta ulteriormente in “Starbound” con i suoi campionamenti di coro di bambini, tempeste di rumori simili a clic di macchine fotografiche, voci accelerate, gorgoglii acquatici e il solito abulico non-cantato. “A crash at every speed” tiene fede al suo nome: una corsa mozzafiato in autostrada contromano. Arpeggi e coltri di rumore sempre più densi, e così numerosi che non vale la pena di citarli (se non lo stridio inquietanti di frenate probabilmente tardive), si affastellano in un brano freeform e claustrofobico, nel quale un Crause sempre più psicotico emerge a stento (l’ho già usata la parola capolavoro?).

A Crash At Every Speed

Dopo il climax di nevrosi sonora, il disco prende una piega più pacificata: la struttura basso-rumori-sample-voce è la medesima ma in “Even the sea…” entra un po’ d’aria nella massa di suoni insieme a una fioca luce portata da una melodia obliqua. “Next year” ritorna a un formato più tradizionale e melodico del solito (c’è addirittura un accenno di ritornello!), perturbato però da campionamenti simili a cornamuse psichedeliche. In “a world wide” Crause declama su un tappeto bucolico di ambient psichedelico, disegnato da mareggiate, sirene in sottofondo e da una chitarra acustica. Conclude il breve, ma intenso viaggio la ninna nanna (si fa per dire, non utilizzatela con i vostri figli!) di “Footprints In The snow”, dove finalmente emerge una vera e propria melodia, cullata da campionamenti di piano, organo e carillon in un’atmosfera sognante. I tre non resistono alla tentazione di piazzarci anche disturbi e rumori, come quello di un aereo in decollo, però in questo caso, piuttosto che aumentare il tasso di claustrofobia, le interferenze contribuiscono a sottolineare l’atmosfera onirica del brano.

Disco Inferno- Footprints in Snow

Inutile dire che “DI go pop” fu un enorme flop a livello di vendite, anche se oggi sorprende il poco clamore suscitato sul piano della critica: il disco ricevette infatti solo poche recensioni anche se generalmente molto positive. Il primo disco era stato ignorato e i tre avevano iniziato a scavarsi la fossa da soli con gli ep; “DI go pop” con il suo titolo beffardo completa l’opera, mettendo la pietra tombale del loculo di band di culto. Un atto di coraggio estremo oppure di snobismo da parte di una band che amava (per nostra fortuna) andare sempre controcorrente? Molto più probabilmente pura incoscienza (intesa sia come imprudenza che come poca coscienza della portata di ciò che si sta facendo), quella stessa attitudine primigenia del rock delle origini che porta a non fare calcoli di alcun tipo.

POST-pop

Certo è però che i conti qualcuno li doveva pur fare; in questo caso Geoff Travis, benemerito boss della Rough Trade, che nei tre giovani aveva creduto (e avrebbe creduto fino in fondo) ma che si trova a dover far fronte a un disastro finanziario.

Così pur avendo iniziato a lavorare al secondo album i Disco Inferno si trovano costretti a pubblicare il materiale prodotto in un ennesimo EP “Second Language” (di questo però ne parliamo dopo…).

Ovviamente in questa storia non poteva non esserci spazio anche per la sfortuna, e dopo l’uscita dell’EP, viene rubato l’intero equipaggiamento della band, compresa la libreria dei campionamenti; il che significa per Crause e compagni dover ricominciare da zero.

Ancora una volta una circostanza negativa come il furto risulterà un episodio decisivo nella storia del trio, causando un cambio forzato nella configurazione del gruppo. Mentre rimane la batteria collegata via MIDI al campionatore, viene effettuato un passaggio di consegne tra la batteria e il basso; il compito di “suonare” i campionatori tramite il proprio strumento passa infatti nelle mani di Paul Wilmott, mentre Crause si trova a impersonare l’elemento tradizionale del gruppo con la sua chitarra.

Anche prima del furto della strumentazione, il totale insuccesso di “DI go pop” aveva portato il gruppo a qualche riflessione sulla strada da intraprendere, facendo maturare la decisione di spostarsi verso una maggiore immediatezza nella scrittura, come si era già intravisto in “Second Language” .

Come ha dichiarato lo stesso chitarrista in tempi recenti: “Fin dall’inizio avevo in mente una visione di colori estremamente brillanti. Melodie brillanti, campionamenti brillanti. Era l’unico concetto che avevo in mente. Insieme al bisogno di provare ad “arrivare” alle radio. Dopo 2nd Language ci hanno rubato le nostre cose e Paul ha preso in mano il campionamento. Sono passato alle sole chitarre … quindi il mio maggior contributo fu quello di fornire lo scheletro delle canzoni basato sulla chitarra. C’è un aspetto che sembra in continuità con DI Go Pop, ma in realtà ho profuso la maggior parte delle mie energie nel tentativo di fare un disco pop rock molto brillante…”

Insomma dal post-rock al post-pop….

Viene dato alle stampe l’ennesimo EP, “It’s a kid World” (ma anche di questo però ne parliamo dopo…), ma a metà circa del 1995 in una situazione difficilissima arriva lo scioglimento del gruppo.

Il disco è pronto e ha già un nome, “Technicolour”, derivante dalla visione iniziale di Crause; ma viene tenuto in naftalina per un anno circa, fino all’uscita tardiva nel luglio del 96. Ovviamente il già poco clamore attorno alla band si era ormai del tutto spento.

“Technicolour” è effettivamente un disco multicolore fin dalla copertina che declina il logo a onde in versione arcobaleno insieme a un’automobile variopinta. Anche le sonorità rispetto alla scala di grigi tendente al nero di “DI go pop” sono più sgargianti. Non solo le atmosfere sono diverse, ma anche la costruzione sonora e gli intenti sono differenti. Dopo aver minato alle fondamenta i pilastri costituenti del rock con i campionamenti “suonati”, ora invece i propositi sono decisamente meno rivoluzionari come le parole stesse di Crause indicano: la prospettiva è ribaltata e si torna a un formato canzone più tradizionale, dove i campionamenti riprendono il ruolo più usuale di strumento di arrangiamento/disturbo. Questo è forse una delle ragioni per cui il disco viene spesso poco considerato. Ma, come “In Debt” risentiva del peso di ciò che sarebbe arrivato poi, così “Technicolour” viene ingiustamente posto all’ombra del predecessore e non valutato in relazione al proprio peso specifico.

Ancora una volta occorre sgombrare la mente dai fantasmi sonori e semplicemente schiacciare il tasto play e ascoltare “veramente”. La partenza con la title track è fenomenale: un trascinante riff di chitarra quasi da stadio su una ritmica secca e insistente e una linea melodica semplice ma decisamente “catchy” viene perturbata e arricchita ritmicamente e armonicamente da rumori stradali (vetri infranti, frenate, clacson). Dimenticatevi l’introversione claustrofobica di “Di Go Pop” e di “A crash at every speed” che condivideva lo stesso campionario di suoni; come dicevano gli XTC, This is pop!, immediato seppur alieno e straniante.

Disco Inferno - Technicolour

Lo schema è più o meno il medesimo per il resto del disco. Crause non recita più come un tarantolato, ma canta dei brani basati su una scrittura forse non eccelsa, ma mediamente solida. Gli arrangiamenti sfruttano la sinergia tra suonato e cantato, tra melodia e rumore in maniera creativa e impeccabile.

Può sembrare una ricetta semplice e un po’ ruffiana, ma provate a sentire brani come “I’m still in love”, ballata che viene letteralmente fatta esplodere da un’ondata di fuochi d’artificio, “Sleight of Hand” screziata da sincopati disturbi elettronici e fiati manipolati, intermezzati a esplosioni di suoni da videogame in controtempo. O ancora “When the story ends”, dove le chitarre sono affogate in un tappeto di tastiere e toni telefonici impazziti su una base epilettica di batteria elettronica.

Come il disco precedente la parte finale è più pacata con due ballate poco disturbate come “Can’t see through it” (il cui finale però stupisce con effetti speciali) e “Over and over”.

Abbiamo lasciato in fondo due brani che riportano direttamente a uno dei più gruppi che può essere identificato come uno dei maggiori modelli dei Disco Inferno ovvero i già citati Wire: “Things move fast” (che si apre addirittura con una ovazione da stadio registrata) riprende la struttura sonora del disco, trasportandola in una dimensione decisamente più vicina al sound sincopato e spigoloso del gruppo londinese. “Don’t you know”, che mette in mostra l’assonanza tra il cantato di Crause e quello di Colin Newman, è una dolce ballata adornata da frammenti di archi e campionamenti troncati di tromba alla “Penny Lane” che conferiscono un’atmosfera irreale al brano.

Infine c’è il capolavoro del disco “It’s a kid world“ già edita nell’EP omonimo (ah, anche di questo parleremo dopo…), un singolo che in un mondo più giusto trionferebbe nelle classifiche. Sulla spina dorsale costituita dal campionamento dell’immortale attacco di “Lust For life” si dipanano una melodia con tanto di ritornello accattivante, una chitarra scintillante e ipnotica, dei campionamenti di musica da film anni cinquanta, e infine tromboni e ululati tipo theremin.

It's A Kid's World

Sebbene non possa reggere il confronto con la forza e il valore storico di “Go Pop”, “Technicolour” è ancora oggi un disco che si regge alla grande sulle proprie gambe; un album che dimostra che i Disco Inferno non erano solo un gruppo capace di nascondere carenze di scrittura dietro a un suono sperimentale e di effetto, ma che si trattava piuttosto di una band di vera sostanza.

POSTilla

La storia dei nostri è giunta così al termine ma nel 1999 si è arricchita di una postilla che, pur non aggiungendo molto alla vicenda, dimostra che, nonostante la svolta verso un suono più accessibile, il trio non aveva perso interesse per il suono più sperimentale.

Si tratta di una breve session (16 minuti) svoltasi nel dicembre del 1994 (quindi nella fase multicolore) per la BBC Radio. E’ costituita da sei brani strumentali quasi tutti piuttosto brevi intitolati con nomi di animali. Si parte con il frammento di “Shark” dove le sonorità acquatiche di “In a sharky water” sono immerse in una base ambient scossa da una scarica di chitarra noise mista a sonorità di venti di tempesta. Segue poi “Elephant”, uno dei brani più interessanti, dove sonorità cinematiche poggiano su un ticchettio di orologio con ricami di chitarra elettrica distorta e il solito campionario di rumori e suoni vari. E’ poi la volta del sogno di “Tortoise” nel quale le sonorità reggae dub sono mixate al respiro affannoso e al russare di un uomo. “Shrew” (toporagno) è il brano più bizzarro e faceto mai inciso dai britannici: una marcetta condita da sonorità da cartone animato alla Tom & Jerry e da rutti (sic!) in sottofondo. “Birds” è un lungo e dilatato brano ambient dove arpeggi di chitarra e folate di vento e tastiera ricreano un’atmosfera suggestiva e avvolgente con finale caraibico a sorpresa (oops scusate ve lo ho rovinato!). Chiudono in modo il disco (e il cerchio) i bellissimi due minuti e poco più dove una batteria elettronica a tratti impazzita è accompagna i magnifici e luminosi fraseggi estatici alla Vini Reilly, da cui tutto era partito.

Disco Inferno "Rats"

Come dicevamo un uscita che rappresenta poco più di una curiosità forse ma che dopo l’aspetto monocromatico e quello multicolore ci offre una prospettiva ancora inedita del trio

POSTumo

Ovviamente una vicenda così aggrovigliata non poteva che avere un epilogo anomalo.

Nel 2003 viene pubblicata l’antologia “The Five EPs” che raccoglie le pubblicazioni di breve durata menzionate in precedenza e delle quali è finalmente giunto il momento di parlare.

Abbiamo infatti aspettato perché questa raccolta costituisce l’ennesima stranezza nella carriera dei DI: infatti a dispetto della natura frammentaria va a formare il disco, se non migliore, più completo. L’album, che parte con “Summer’s last dance” e si chiude con l’ultimo brano dell’ep “It’s a kid world”, racchiude il periodo più fecondo e apprezzato della band e per la prima volta mostra in un unico ritratto i due volti (che semplificando chiamiamo schematicamente post rock e post pop) dei Disco Inferno. Questo, insieme alla notevole caratura dei brani inclusi, ne fa il disco migliore per approcciare il peculiare sound della band dell’Essex. Inoltre la raccolta generò all’uscita una piccola e postuma ondata di interesse per i Disco Inferno.

Proprio per questo vogliamo parlare del disco in maniera organica, senza fare distinzioni tra le diverse pubblicazioni, ma mettendo in evidenza più la coesione che l’evoluzione del percorso.

Possiamo grosso modo dividere le tracce in tre gruppi seppure non divisi in compartimenti stagni. Alla parte più oscura e vicina al cuore denso di “DI Go Pop” appartengono brani come “From The Devil To the deep blue sky”, strumentale di nove minuti che miscela tutti i tipici ingredienti del suono DI in nove minuti di incubi lynchiani e la nebulosa “Lost in The Fog”. C’è poi “DI go Pop” (title track non contenuta nell’album omonimo), il brano più ottundente e oppressivo della band, che sarebbe stato più opportuno intitolare DI go punk. Il divertissement beffardo ma inquietante di “A night on the tiles” avrebbe potuto invece trovare spazio in “Mixing it”.

Disco Inferno - The 5 EPs - D.I. Go Pop

C’è poi il gruppo di brani sospesi che riporta più alla parte finale di “Go pop”. “Summer’s Last Sound” è il prototipo originale dei Disco Inferno della seconda fase: solide fondamenta del basso, riff di chitarra che emettono suoni campionati, ritmica basata su rumori e recitato. Insomma il suono della prima parte “DI Go Pop” e delle acque “squalose” ma con una minore densità e maggiore leggerezza. Leggerezza confermata dal suo lato B, “Love stepping out”, sei minuti di aerei arpeggi sintetici, melodia stranita, squarci atonali in lontananza e … palline da ping pong! Infine troviamo il suono avvolgente di “Scattered Showers” e la delicata ballata “At the end of the line”, ornata da aeree chitarre, che funge da trait d’union con la parte più vicina alla canzone pop (alla Disco Inferno ovviamente) ovvero quello che numericamente costituisce il nucleo più sostanzioso di Five EPs.

Disco Inferno - The 5 EPs - Love Stepping Out

A dispetto del titolo “A rock to Cling to” possiede una melodia storta a cui è difficile aggrapparsi mentre “The Last Dance” è il brano più immediato e accattivante mai scritto da DI, riproposto anche in un remix con in versione quasi stadium rock. “Second Language” è una soffice nuvola melodica con incastri di chitarre tra i Durutti Column e gli U2 più eterei e sognanti disturbi sonori mentre di ”It’s a kid world” abbiamo già detto. Infine potremmo definire “The Atheist’s burden” DI go Pulp (nel senso della band) e “A little something” DI go 60’s.

Disco Inferno - The 5 EPs - Second Language

POST Scriptum

Questo lungo (forse troppo… come la passione dell’autore per la band) articolo avrebbe voluto essere arricchito e integrato dalle parole di Ian Crause in persona. Abbiamo quindi provato a contattarlo, ma dal suo buen retiro in Bolivia dove vive da tanti anni (o forse è tornato in Inghilterra, chi lo sa? ) ha con garbo declinato l’intervista, riferendo semplicemente di non essere più interessato ai Disco Inferno e in generale al passato, ma di essere concentrato solo su quello che lo impegna adesso. Dalle sue parole ci è parso emergere un pacificato distacco da una vicenda umana e artistica ormai lasciata alle spalle e sulla quale non ha più senso soffermarsi. Come allora anche oggi Ian Crause va dritto per la sua strada con lo suo sguardo rivolto al futuro e non al passato. In fondo il suo messaggio ci ha detto più cose di quanto un’intervista oggi potesse dirci.

Ah, a proposito ci sarebbe da parlare anche di Vertical Axis” e The Song of Phaeton di Ian Crau…. CONNESSIONE INTERROTTA DALL AMMINISTRATORE.