Io sto sempre a casa, sono uno sfigato…

Così parlava Philip Seymour Hoffman nel film “Almost Famous”, circondato da dischi e nei panni del famoso giornalista Lester Bangs. Una battuta e un contesto che sembrano prestarsi perfettamente per l’anno appena trascorso. In quell’enorme dramma collettivo che è stato il 2020, molti appassionati di dischi hanno potuto contare (magra consolazione, eh…) su un bonus di tempo in più da destinare all’ascolto. Tempo prezioso, perché – come recita anche il sottotitolo di questo blog – c’è sempre “così tanta musica e così poco tempo” e, almeno a livello di percezione, la quantità di dischi prodotti durante l’anno non sembra aver risentito dell’immobilismo cui è stato costretto il mondo.

La cosa che più ci ha colpito dell’annata appena conclusa è che alcuni dei dischi più celebrati abbiano dato l’impressione di vibrare sulle medesime corde, creando risonanze comuni e collegamenti capaci di unire luoghi lontani fra loro. Una capacità di comunicare a distanza resa ancora più preziosa dal contesto in cui è nata e che ci ha visto, tristemente, ancora più isolati e litigiosi che mai.

Alludiamo innanzitutto alle pulsioni black e afro-futuriste titolari di un rimpallo esaltante che ha coinvolto la Gran Bretagna dei Sault (“Black is” e “Rise”) e l’America dei Mourning (A) BLK Star (The Cycle”), passando per il Sudafrica (via Coldcut) dei Keleketla! (“Omonimo”), per giungere all’Italia degli eccellenti Calibro 35 (“Momentum”).

Calibro 35 - Fail It Till You Make It [Official Video]

BLACK MUSIC

Se partiamo dalla “scena black” (intesa nell’accezione più ampia possibile del termine) é perché qui abbiamo sentito le cose più interessanti dell’anno. E se magari nessuno dei nomi citati (e che citeremo) ci hanno davvero fatto gridare al miracolo, facendoci sentire “rappresentati” dal tempo che viviamo, rimane questa la musica che al momento riesce a stuzzicare maggiormente la nostra curiosità di ascoltatori (un dubbio: che manchi in questa nuova ondata di band collettive e vibrazioni hype un volto o un’icona capaci di farsi sangue e carne e imporre definitivamente i paradigmi di questa nuova forma di blackness?).

Si tratta di dischi le cui vibrazioni soul viene naturale associare a quelle provenienti da una certa musica JAZZ particolarmente attenta alle commistioni e al groove. Alludiamo a lavori come “Suite for Max Brown” del jazzista-post-rocker Jeff Parker e “Who sent you?” degli Irreversible Entanglements, ma anche dei lavori di due batteristi della scena di Chicago: Jeremy Cunningham con “The Weather Up There” e il ben più noto Makaya McCraven che quest’anno è riuscito a evocare il fantasma del vecchio Gil Scott Heron (a proposito di uno che era carne e sangue…) nel suo notevole We’re New Again. Lavori che hanno finito per impossessarsi dei nostri ascolti, al pari – restando nella categoria – dello spiritual jazz dell’onnipresente Shabaka Hutchings a questo giro impegnato con i suoi Ancestors (We are sent here by history”), delle aperture psichedeliche (in questo episodio dal sapore sfiziosamente sixties) degli Heliocentrics (“Infinity of Now”) e, in ambito più “istituzionale”, dell’ultimo lavoro di Ambrose AkinmusireOn the tender spot of a very calloused moment”, nome che ha fatto in fretta a divenire una certezza del jazz contemporaneo.

Gil Scott-Heron, Makaya McCraven - I'm New Here

Non si può però parlare di musica black, senza dare conto della grande musica che continua a essere prodotta dalla scena HIP-HOP nelle sue varie declinazioni. Da quella industrial e deviata dei Clipping (“Visions of bodies being burned”), a quella rilassata & old school di Freddie Gibbs (“Alfredo”), da quella apocalittica degli Armand Hammer (“Shrines”) e di Westside Gunn (“Pray for Paris” e “Who Made the Sunshine?”), al classicismo roccioso, sospeso tra magniloquenza major e impegno politico, dei Run The Jewels (“RTJ4”). Ma vanno citati anche i lavori di R.A.P. Ferreira, che ha incantato con il suo “Purple Moonlight Pages” e Billy Woods, che ha confezionato il meraviglioso “BRASS”, scritto a quattro mani con la poetessa Moor Mother. Un plauso, infine, anche a “Circles” del defunto Mac Miller, che ci lascia un meraviglioso testamento artistico, dimostrando come a volte gli album postumi possono non essere delle mere operazioni di marketing.

WESTSIDE GUNN - EURO STEP (OFFICIAL VIDEO)

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ELETTRONICA

Un pulsare che ci porta, dunque, a quella scena di musica elettronica che si muove incessantemente in micro nicchie, come fosse un animale vivo o un corpo atomizzato che apporta continuamente nuovi battiti, pattern e suoni al proprio sistema nervoso centrale.

Inutile dire che un anno che vede il ritorno degli Autechre (“SIGN” + “PLUS”) non può che rimanere segnato dalla loro musica che, se a questo giro non ha alzato per l’ennesima volta la posta in palio, ha sorpreso giocandosi la carta dell’intelligibilità e della voglia di emozionare (certo, pur sempre alla loro maniera: ovvero come un algoritmo ben riuscito può far battere il cuore a un motore di ricerca). Da più parti si è poi celebrato l’album di Beatrice Dillon (Workaround”) e anche qui si è apprezzata la straordinaria micro-ingegneria proposta dalla ragazza, ma a ben vedere alla fin fine ci siamo esaltati maggiormente per passioni più (Cabaret Voltaire “Shadow of fear) o meno (The Bug Ft Dis Fig “In blue”) vecchie, ma soprattutto sono state le suggestioni house di Against All Logic (“2017-2019“) quelle che ci hanno ricordato maggiormente come certi ritmi dovrebbero parlare a tutte le zone della nostra corteccia cerebrale, compresa quella destinata al ballo e alle pulsioni meno intellettuali. E ciò senza rinunciare a una malinconica desolazione che sembra essere la vera cifra dell’uomo che si nasconde dietro il moniker di AAL, ovvero Nicolas Jaar. Il 2020 si è rivelato un anno eccezionale per il musicista cileno e newyorkese d’adozione che oltre al disco come AAL ha pubblicato altri due lavori.

Con “Telas” ha esplorato territori più rarefatti e avant, mentre con Cenizas ha pubblicato uno dei migliori album dell’anno: pulsazioni elettroniche, vapori gassosi, frammenti di voci che provano a farsi canzoni per finire annegate in un sound denso e spettrale che si propone di incarnare una sorta di colonna sonora depressa e poetica del nostro presente.

If You Can't Do It Good, Do It Hard

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* * *

Ma questi sono i percorsi ufficiali e collettivi che tentano di mostrare come si sta muovendo il gusto di un determinato pubblico: quello di una generazione di ascoltatori che è nato grosso modo con il rock e che, sfruttando le opportunità della diffusione digitale della musica, ha cominciato ad allargare il proprio sguardo.

Esistono però poi i percorsi personali, a nostro avviso ancora più preziosi, perché capaci di rivelare tesori nascosti e svelare la musica che più ci accompagna durante l’anno, al di là delle suggestioni del dibattito pubblico.

E dunque il nostro cuore non poteva che spezzarsi per il Bill Fay diCountless Branches”, restare incantato dalla sospesa delicatezza di Philip Parfitt (“Mental Home Recording”), non sognare la psichedelica britannica con “The Fifth Dandelion” di Paul Molloy o misurare il tempo trascorso dai nostri vent’anni tramite i Coriky (“Omonimo”). E ancora il nostro mai sopito spiritello glam si è ritrovato ad ascoltare più “Songs for the General Public” dei Lemon Twigs che Yves Tumor, mentre l’Inghilterra folk – sospesa tra arcaismi e modernità – ha continuato a sorprendere con i suoi menestrelli più peculiari: Martin Green (“The Portal”) e Belbury Poly (“The Gone Away”).

Ulteriori percorsi individuali ci hanno portato alle stralunate melodie dei Gurubanana (“Ear Refill”) in split con i Nana Bang! (“Life of an Ant”), a farci sopraffare dalle nebulose dei Pantha Du Prince (“Conference of Trees” ), dai ritmi di Rival Consoles (“Articulation”) o dal ritorno dubstep di Pinch (“Reality Tunnels”). Qualcuno di noi è rimasto colpito dal collasso glam-soul di Yves Tumor (“Heaven to a tortured mind”) e dalle pulsioni eighties di The Weeknd (“After Hours”), mentre a sorprendere più di tutti è stato il ritorno degli eroi del R.I.O. Aksak Maboul, che con “Figures” hanno proposto una formula eccitante (gli Stereolab che guardano all’avant prog invece che al kraut?). Infine abbiamo visto il nostro amore per i paesaggi musicali più estremi corrisposto nei dispacci inviati dall’Australia dei Necks con “Three” e dalle terre d’Albione di Richard Skelton (“These Charms May Be Sung Over a Wound” e i complentari “Song To Vega”/”Sons To Epsilon Lyrae”), Matt Elliott (“Farewell to All We Know”) e Sam Lee (“Old Wow”).

MUSICA ITALIANA

Dopo aver parlato del mondo non patevano non dare un occhiata all’ITALIA. Il nostro Belpaese che, oltre ai già citati Calibro 35 e Gurubanana, ci ha dato – in ordine sparso – le soluzioni ricercate di Gigi Masin (“Calypso”) e Teho Teardo, le chitarre avant di Paolo Spaccamonti (in coppia per la seconda volta con Daniele Brusaschetto per il secondo capitolo di “Burn out) e Alessandra Novaga (che in “I Should Have Been a Gardener” celebra il grande regista Derek Jarman), il pop di Colombre (“Corallo”), C+C=Maxigross (“Sale”) e Il Quadro di Troisi (“Omonimo”) (tutti rispettivamente debitori – ma con personalità – delle tre vite di Lucio Battisti), nonché gli eccellenti ritorni di gente del calibro di Marco Parente (“Life”), Non Voglio Che Clara (“Superspleen”), Umberto Palazzo (“L’eden dei lunatici”), Alfio Antico (“Trema la terra”) e Giorgio Canali (“Venti”).

Gurubanana Refill Nana Bang! Life as a grown up

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Dopotutto, è quello che si diceva all’inizio: la musica unisce e sfonda i confini.

Di seguito trovate le liste individuali dei dieci dischi che abbiamo PIU’ ASCOLTATO durante quest’anno e in coda la playlist con tutti gli album menzionati nell’articolo:

MASON

Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters
Autechre – SIGN + PLUS
Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways
Bill Fay – Countless Branches
Flaming Lips – American Head
Martin Green – The Portal
Nicolas Jaar – Cenizas
The Microphones – Microphones in 2020
Gil Scott-Heron/Makaya McCraven – We’re New Again: A Reimagining by Makaya McCraven
Mourning [A] BLKstar – The Cycle

DIXON

The Microphones – Microphones in 2020
Flaming Lips – American Head
Gurubanana/Nana Bang – Ear Refill/Life of a ant
Paul Molloy – The Fifth Dandelion
Lemon Twigs – Songs For The General Public
Calibro 35 – Momentum
Sault – Untitled (Black is/Rise)
Autechre – SIGN + PLUS
Daniel Blumberg – On&On&On
Fontaines DC – A Hero’s Death

THE LINE

The Microphones – Microphones in 2020
Fiona Apple – Fetch the Bolt Cutters
Armand Hammer – Shrines
R.A.P. Ferreira – Purple Moonlight Pages
The Weeknd – After Hours
Clipping – Visions of Bodies Being Burned
Against All Logic – AAL 2017/2019
Yves Tumor – Heaven to a Tortured Mind
Fontaines D.C. – A Hero’s Death
Nicolas Jaar – Cenizas + Telas

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