Una buona notizia che dovrebbe far felici tutti gli amanti del jazz è la rinnovata attenzione che questa musica sta riscuotendo fuori dal proprio circuito di riferimento. Negli ultimi anni diversi musicisti ed alcune etichette musicali sono riuscite a risvegliare un certo interesse attorno a una materia che in verità non aveva mai smesso di pulsare. Grazie a un approccio genuinamente non ortodosso, questi nuovi protagonisti sono riusciti nell’obiettivo di far dialogare il jazz con mondi a prima vista piuttosto differenti, dando vita a musiche che – ci sembra – non abbiano tanto la pretesa di aggiornare la lezione del jazz, quanto quella di ragionare e incidere sul flusso musicale contemporaneo, aggiungendo un tassello capace di guardare alla materia popolare dal punto di vista del jazz.

Anche l’anno appena trascorso ha certificato la vitalità di questa scena. In rappresentanza della quale vorremmo soffermarci su due nomi che ci hanno colpito per varie ragioni.

Il primo è quello di Jeff Parker, il chitarrista di Los Angeles che fin dagli anni novanta si era trasferito a Chicago giusto in tempo per diventare uno degli animatori della fervida scena cittadina che ruotava tra jazz, avanguardia e (post) rock (divenendo in questo filone uno dei protagonisti grazie alla sua militanza nei Tortoise).

Parker, nel corso dell’anno, si è dato parecchio da fare: ha partecipato alle session che Makaya McCraven ha utilizzato e rieditato per la propria versione del classico di Gil Scott Heron “We are here again”, ha prodotto l’esordio del batterista di Cincinnati, ma da più di un decennio ben integrato nella scena jazz di Chicago, Jeremy Cunningham, intitolato “The weather up there”, ma soprattutto ha dato alle stampe il proprio disco solista “Suite For Max Brown”.

Quelli di Parker e di Cunningham sono due lavori che inevitabilmente rivelano parecchi tratti comuni e dunque appaiono utili per tentare di prendere le misure a questa scena che qualcuno ha definito, forse con una punta di snobismo, hipster-jazz.

Jeremy Cunningham – The weather up there

Il lavoro di Jeremy Cunningham prende le mosse da un episodio molto doloroso accaduto nella vita del musicista: l’uccisione del fratello avvenuta durante una rapina e tramite un’arma da fuoco. Tra i vari episodi del disco è infatti possibile ascoltare diversi spoken word: registrazioni di familiari e amici che descrivono i propri sentimenti nei confronti di tale perdita e dell’intrusione nella propria vita di un atto così tragico e violento. Il resto del programma è decisamente eterogeneo: si va da profumi spiritual jazz a intervalli free, da elegie per sole percussioni e voci a momenti di onirico raccoglimento, che trovano forse l’apice nell’accorata “Return the tides”, la cui melodia cantata viene doppiata da una profonda declamazione spoken.

Il lirismo del cantato si contrappone splendidamente al pathos delle parti recitate, alternando a una dimensione drammatica una maggiormente onirica, creando dicotomie che sembrano richiamare gli stati d’animo che si affrontano nell’elaborazione del lutto: da una parte il dolore con cui si deve convivere e dall’altra la speranza che in fondo si tratti di un’illusione e che ci si possa incontrare ancora, almeno nei sogni. Si fanno ricordare anche i pregevoli soli di Parker in “1985” e la capacità di “Hike” di giocare sul filo dell’easy listening tra soul e bossa nova per poi lasciare spazio a un finale dilatato e ipnotico, scandito dalla batteria, dai fraseggi spezzati del sax e dagli interventi misurati della chitarra.

Al disco partecipano diversi esponenti della scena jazz di Chicago come Makaya McCraven, Jaimie Branch e Ben La Mar Gay quasi a voler, in un disco così intimo e sentito, testimoniare un forte senso comunitario della scena stessa. Se lo avete perso vi invitiamo a recuperarlo.

Jeremy Cunningham - Sleep [official video]

Jeff Parker – Suite For Max Brown

I più attenti invece non si saranno fatti sfuggire il lavoro solista di Parker, “Suite for Max Brown” che abbiamo visto fare (meritatamente) bella mostra di sé in parecchie classifiche di fine anno. Si tratta di un lavoro composto da diversi frammenti e sezioni che vanno quasi a formare, come da titolo, una composizione unica. A una prima parte in cui si susseguono piccoli abbozzi ritmici che lavorano su ipotesi di jazz moderno, segue un finale dove la durata dei brani si allunga e le ipotesi di cui sopra sembrano trovare realizzazione. In particolare, si ascolti in tal senso il brano finale “Suite for Max Brown” che, oltre all’epilogo del disco, ne costituisce anche una sorta di riassunto programmatico: groove sbilenco, andamento hip-hop, fraseggio di sax e tromba, cui fanno da contraltare beat campionati e gli accordi della chitarra di Parker. Quando la jam comincia a prendere quota e il suono si è ingrossato, l’onda rientra, lasciando il posto a una scarnificata reiterazione ritmica. Più ancora della scrittura e della performance dei musicisti, sembra che Parker si sia concentrato sulla gestione dello spazio sonoro, continuamente sottoposto a un lavorio incessante, per dare vita a un flusso musicale in cui il suono caldo del jazz viene ibridato – tramite manipolazioni, per lo più analogiche – con le più disparate influenze provenienti dalla black music.

La nuova scena jazz di Chicago: la International Anthem

Cogliamo l’occasione del disco di Jeff Parker per parlare un po’ anche dell’etichetta che lo pubblica, l’International Anthem, label di Chicago che non può non essere chiamata in ballo quando si parla della scena di cui stiamo parlando e in generale di questa ipotesi di jazz che, non solo flirta apertamente con la cultura hip-hop, ma aggiunge alla propria formula anche delle, benvenute, parentele rock.

D’altronde Jazz e Rock hanno condiviso un percorso simile che conduce dall’irrequietezza giovanile, foriera di cambiamenti e rivoluzioni, alla storicizzazione dell’età adulta, che ne preconizza l’immobilismo e la sclerotizzazione in forme ormai acquisite.

I grandi balzi evolutivi del jazz sono stati caratterizzati da uno scontro tra conservazione e innovazione. La reazione alla progressiva normalizzazione, unita agli input derivanti dalle turbolenti trasformazioni sociali e culturali del tempo, hanno condotto il jazz verso le sue due più grandi rivoluzioni il be bop e il free jazz. Fenomeni capaci di portare una netta e in un certo senso anche violenta discontinuità con il passato, rinnovando così il linguaggio espressivo dei musicisti. Un processo di rinnovamento che sembra essere terminato proprio con il free jazz, la cui furia rivoluzionaria ha abbattuto i muri che delimitavano la definizione stessa di jazz. Partendo dalle macerie lasciate dalla rivoluzione free, non restavano che due scelte: spingersi oltre, verso la contaminazione con altri generi o tornare sui propri passi per preservare la tradizione e la purezza. Un bivio che in qualche modo poneva una scelta precisa sul futuro del jazz stesso: tra genere capace di innovare il proprio linguaggio a genere storicizzato.

Ma – come dicevamo – si tratta del medesimo percorso compiuto dal Rock che, dopo aver rimpiazzato proprio il jazz agli albori della propria storia, forte di un accordo con la nascente cultura giovanile, ma anche di una maggiore maneggevolezza dal punto di vista discografico e commerciale, ha visto nel punk e in generale nella wave una prima reazione al proprio immobilismo e nel post-rock l’ultimo momento in cui ha è stato capace di innovare la propria grammatica. E’ stato proprio con il post-rock che l’identità già sbiadita del rock, che aveva cominciato a specchiarsi più nel passato che nel futuro, è diventata ancora più sfumata. Un processo che sarebbe poi giunto al culmine – persino in area mainstream – con la pubblicazione di Kid A” dei Radiohead, significativamente avvenuta dell’anno 2000, che può essere identificato, non solo simbolicamente, come il momento di passaggio alla storicizzazione del rock stesso.

Dal tramonto di Jazz e Rock ha finito per venire fuori una nuova “cultura della mescolanza”, nel quale non vi è più una netta distinzione (e soprattutto contrapposizione) tra generi (forse non a caso che a prendere il posto di jazz e rock a livello di rilevanza sociale sia stato proprio l’Hip-Hop che proprio sulla mescolanza e sul riutilizzo e manipolazione dell’esistente (senza alcuna distinzione di genere, anzi) fonda la propria essenza.

In seguito a questi mutamenti, nuove generazioni di musicisti, jazzisti compresi, si sono quindi formate in un brodo colturale post ideologico nel quale la mescolanza rappresenta la normalità e che gli consente un approccio più libero anche nei confronti della materia “storicizzata”, dei limiti precedentemente tracciati e della necessità di preservare una purezza oramai non più necessaria.

Non stupisce dunque che etichette come la International Anthem sembrino coltivare più che l’eredità delle label jazz, quella delle etichette hardcore punk degli anni ottanta che, partendo dal do it yourself e dai suoni più violenti e rumorosi, finivano per abbattere confini commerciali e di genere (basti citare la Dischord e i Fugazi di Ian Mackaye che non facevano mistero di subire il fascino del mondo della musica nera, in un periodo in cui certe barriere erano ancora ben erette).

Non è poi probabilmente un caso che la International Anthem nasca proprio a Chicago, città che fu uno dei principali poli di quella evoluzione musicale che dai circuiti indipendenti hardcore, condusse al suono del cosiddetto post-rock, musica che usava strumenti rock per scopi non rock (così parlò Simon Reynolds, noto critico inglese cui si attribuisce la paternità dell’etichetta) e che vide fra i propri massimi esponenti musicisti della scena cittadina come Jim O’Rourke o i Tortoise in cui militava proprio Jeff Parker.

I fondatori dell’etichetta Scott McNiece, David Allen e Dave Vettraino sembrano riannodare nella propria attività tutti i fili fin qui sviscerati e in particolare l’approccio do it yourself (l’etichetta nasce dalla attività di promoter in locali jazz di Scott Mc Niece e da quella di ingegneri del suono di Allen e Vettraino) e l’apertura verso mille influenze, coltivate al fine della creazione di un sound immediatamente riconoscibile: un jazz non più contaminato da altri generi, ma inteso come musica creata da musicisti di formazione jazzistica nella cui cultura lo stesso è intrecciato profondamente con altri stili proprio a livello di vissuto personale; una concezione di jazz che espande in maniera elastica i propri confini senza però mai oltrepassarli e che ha nella spontaneità e sincerità la sua caratteristica più evidente.

Il risultato è che – forte di un roster che mischia senza soluzione di continuità hip-hop, pulsioni gospedeliche, soul, afrofuturismo, impegno civile e attivismo politico con il jazz, nonché lontane reminiscenze post rock – la proposta della International Anthem ha finito per essere paradossalmente più popolare fra gli appassionati di musica rock che fra quelli di musica jazz. Non resta dunque che conquistare questi ultimi.

La nostra previsione è che davanti all’ascolto di dischi come “The oracle” di Angel Bat Dawid (ma anche del recente “Live”), “Who sent you“ degli Irreversible Entanglements, “When Future Unfolds” di Damon Locks, “Fly or Die” di Jaimie Branch o “Dimensional stardust” di Rob Mazurek – Exploding Star Orchestra o anche solo della playlist che si trova in coda… non potranno che capitolare anch’essi!

prayer for amerikkka Pt. 1 & 2