Se provaste a chiedere chi è Martin Green, probabilmente vi verrebbe risposto che si tratta di un musicista folk scozzese, che si occupa soprattutto di fisarmonica, ma anche di disturbi elettronici, che fa parte dei Lau, trio tra i maggiori rappresentanti della musica popolare britannica e che è stato protagonista anche di alcuni pregevoli progetti solisti.

In tale definizione non ci sarebbe niente di sbagliato, a patto che ci si intenda sul significato della parola folk o meglio su cosa significhi oggi “fare” musica folk. Dell’argomento si è già parlato sul blog qui come del resto anche dei Lau e brevemente dello stesso Green solista.

Se già i suddetti Lau, pur muovendosi in un ambito ancora molto fedele al canone folk britannico, cercano una via contemporanea al suddetto genere, l’opera solista di Green sposta ancor di più in più in là il campo di ricerca e si muove ai confini del significato stesso di folk music.

Il primo album, “First Sighting” del 2009, nasce come sbocco discografico della “Martin Green Machine”, ensemble sotto forma di big band assemblato per il festival Celtic Connection del 2006 e diventato in seguito una vera e propria macchina da guerra live. La Machine è una sorta di implacabile frullatore che miscela stili tra i più disparati, spesso intrecciandoli anche all’interno dello stesso brano. Avanguardia, elettronica, folk jazz, funk, rock, sezioni fiati che vanno dal classico alle big band jazz passando per marching band di New Orleans, voci che vanno dal cantato alla spoken word ad accenni simil rap e trattamenti con l’autotune; insomma un lavoro che, seppur frammentario, si pone come manifesto programmatico per l’idea di musica senza confini dell’autore.

Shudder (feat. Sophie Bancroft)

Il seguente progetto nasce anch’esso su commissione, questa volta da parte dell’Opera North di Leeds, per uno spettacolo teatrale. “Crows’ Bones”, questo il nome del lavoro, inaugura quindi la serie di opere interdisciplinari che da lì in avanti caratterizzerà i lavori del Green solista. L’album è incentrato sulle storie di fantasmi illustrate con un’alternanza tra brani tradizionali e originali sul tema. Per l’occasione Green recluta la moglie Inge Thompson, Becky Unthank alla voce e lo svedese Niklas Roswall, suonatore di Nyckelharpa. A questi musicisti di stampo folk, Green aggiunge però il contributo decisivo del Portishead Adrian Utley che suona e co-produce il progetto, e che diventerà un partner abituale per Green. Le atmosfere del progetto sono tetre e spettrali come da tema conduttore e la musica si caratterizza per un folk dal sapore gotico, enfatizzato dalle note gravi del pianoforte e da quelle stridenti della nyckelharpa, oltre a un diffuso rumorismo ambientale. A dispetto della facciata più tradizionale, il disco presenta al meglio la capacità di rendere attuali e moderne atmosfere e tematiche legate alle “ghost stories” che magari vengono per lo più considerate come appannaggio del passato.

I Saw The Dead - Martin Green - Crows' Bones

E’ quindi la volta di “Flit”, progetto multimediale che all’album affianca un video girato con la tecnica della stop motion utilizzata durante i live set. Il tema è quello delle migrazioni e della memoria ovvero la capacità di non disperdere e tramandare il patrimonio umano delle esperienze tra generazione o persone di luoghi differenti. Oltre al ritorno di Becky Unthank e Utley, il lavoro vede il coinvolgimento di musicisti di stampo sia folk che rock come Aidan Moffat e Dominic Aitchison. L’album è costruito su delle “fondamenta e un linguaggio comune” costituite da brani di trame elettroniche basate su synth, droni bassi pulsanti e disturbi glitch assemblati da Green nello studio di Utley e che lo stesso musicista scozzese definisce “dark tonal jams”.

Questi frammenti vengono poi dati in pasto alle abili mani di un variegato cast di songwriter composto Anais Mitchell, Karine Polwart, Aidan Moffat e Sandy Wright con lo scopo di tramutarli in canzoni attinenti al tema di base. Il risultato è un disco che smuove “dentro”, tanto plumbeo quanto straordinariamente capace di veicolare emozione e umanità.

Martin Green (feat. Becky Unthank & Adam Holmes) - Strange Sky (Reveal Records)

I lavori discografici però rappresentano però solo una parte (purtroppo l’unica fruibile per noi che viviamo in Italia) dell’attività solista di Green, che si sviluppa attraverso la sua casa di produzione Lepus Production e comprende tra gli altri, lavori teatrali come “Into the cuckoo’s nest” e l’installazione musicale “Aeons”, che è valsa all’autore un Ivor Novello Award.

Veniamo ora al vero protagonista di questo articolo, “The Portal”, la nuova opera di Green. Esattamente, opera è il termine corretto perché, ancora una volta, ci troviamo di fronte a un lavoro che è ben più di un normale album.
Si tratta di un concept inizialmente nato come una rappresentazione teatrale volta a esplorare la storia della danza e del ballo, dalla sword dance fino ai club e ai rave, cercando di trovare un filo conduttore e un’evoluzione coerente.
A causa della pandemia che ha colpito il pianeta, il lavoro si è trasformato da rappresentazione teatrale a podcast radiofonico, in cui il nostro Martin ha vestito i panni del narratore/conduttore per raccontare una storia di musica, ballo e amore strutturata in 12 episodi.

The Portal by Martin Green

Una volta terminato il podcast, “The Portal” viene pubblicato anche nel formato più classico di album, composto da 5 tracce.
Il risultato ci ha colpito profondamente per la suggestiva commistione di tradizione britannica, rumorismo atmosferico, elettronica e strumenti etnici, tanto da diventare un “top favourite” di questo nefasto 2020.

Per l’occasione, abbiamo contattato Martin Green in persona e ci siamo fatti raccontare direttamente dalla mente la concezione di The Portal, la realizzazione e il messaggio trasmesso e… tante altre cose! Vi riportiamo qui la piacevole chiacchierata!

Ciao Martin, puoi raccontarci com’è nata l’idea del progetto “The Portal”? Come ha inciso su di essa il cambiamento della forma espressiva dalla messa in scena teatrale al Podcast? Consideri questa mutazione definitiva o vi è in progetto di riportare l’opera alla dimensione teatrale originaria?
“The Portal” è nato da un’esperienza con il pubblico, nella quale abbiamo cercato di aiutare le persone a raggiungere uno stato di trance, utilizzando la loro vicinanza e le animazioni proiettate sul pavimento, combinate con il brano di James Holden presente nella colonna sonora (“The Portal”). Questa esperienza ha avuto un tale successo con le cosiddette “test audiences” (pubblico di spettatori selezionati per testare il risultato) da diventare poi il “momento culminante” dello spettacolo dal vivo. Abbiamo quindi costruito un percorso e una storia per condurre il pubblico a quell’istante. La transizione al formato audio è stata sorprendentemente rapida e spontanea… solo che la sceneggiatura che avevo scritto era troppo lunga, per cui ho dovuto dividerla in 12 episodi ed è stata un’idea azzeccata. Adoro il formato del podcast e non credo possa essere considerato in alcun modo un compromesso o una seconda scelta. Mi piacerebbe anche riportare “The Portal” in giro per il mondo, ma non penso possa accadere nel futuro immediato.

 

Sei presente nei Podcast come protagonista nel ruolo di voce narrante: da cosa deriva la scelta di mettersi in gioco in prima persona? C’è un significato preciso dietro al fatto di unire personaggi reali e di finzione?
Durante gli show ho sempre fatto la parte del presentatore: ho sempre apprezzato questo ruolo sia come musicista che come persona, sono stato organizzatore e presentatore di molte feste nel corso della mia vita.

La scelta di interpretare il narratore è correlata proprio alla mia predilezione per il ruolo di presentatore, in parte per rendere più coesi e meno scindibili realtà e finzione, in parte perché, nella fase di editing, avevamo molto più controllo, dato che ri-ordinare le tracce dalla parte del Narratore (“MG”) aiuta a muoversi più velocemente tra le scene.

MG non rappresenta esattamente me come persona, ma soprattutto tutti i miei lati più oscuri.

Veniamo ai due protagonisti: come sono nati? Sei partito da delle caratteristiche particolari o archetipiche che poi si sono incarnati nei due? Sono completamente di finzione o ti sei ispirato a persone reali?
Etteridge è stato ispirato dai collezionisti/trascrittori della musica folk in generale, Cecil Sharp in particolare, anche se io sono molto interessato al lavoro di Percy Grainger: alcuni dei comportamenti poco consoni di Etteridge sono ispirati a lui!

Sono profondamente affascinato da coloro che hanno dedicato la propria vita a raccogliere e catalogare quanto più possibile tutta questa musica. Dobbiamo essere tutti profondamente grati nei confronti di queste persone altrimenti tantissimo materiale sarebbe andato perso (più di quanto effettivamente sia stato), ma dobbiamo anche renderci conto che ogni collezionista/curatore è paragonabile a un prisma, un filtro che trattiene ciò che gli piace e lascia passare ciò che reputa trascurabile.

 

C’è poi la questione della memoria e delle registrazioni: da cosa nasce l’idea di utilizzare le registrazioni e la passione per esse come strumento attraverso il quale si esplicita il rapporto platonico tra i protagonisti?
In parte perché amo il concetto di registrazione e la possibilità di poter catturare “il” tempo e riprodurlo quando desidero: lo trovo magico.

Mi ha incuriosito molto leggere di Brian Eno e dei suoi ascolti di lunghissime registrazioni di suoni ambientali su nastro, e della sua tendenza ad ascoltarli fino a quando venivano memorizzati come fossero musica.

Penso inoltre che quello della registrazione sia un metodo molto adatto a un podcast e alla comunicazione tra i personaggi.

 

Come hai scelto i momenti storici e in particolare della musica da ballo rappresentati nei diversi momenti e brani dell’opera? Dal punto di vista musicale da cosa sei partito per darne una rappresentazione che non fosse solo una fotografia statica?
Tutto è iniziato con un fondo di verità, a partire dalla Morris Dance (ballo popolare britannico) fino ad arrivare ai club e ai rave.
Ho frequentato entrambi gli ambienti e per me essi rappresentano diversi aspetti della società: da qui mi sono chiesto se siano davvero così diversi tra di loro (e alla fine penso proprio lo siano), ma amo fortemente entrambe le scene.
Gli altri tipi di danza, come la sword dance, gli swing del dopoguerra e il London ska, fino ad arrivare alla nascita dei night club come li conosciamo ora hanno completato il quadro.

I collaboratori che hai scelto per l’opera danno un’impronta molto forte ai diversi brani: come li hai scelti e quanto sono stati coinvolti nella realizzazione dei brani?
Brighde Chaimbeul ed io ci siamo conosciuti prima di strutturare gli spettacoli live nel 2017 e ho subito pensato che fosse una persona estremamente brillante e “hardcore”: la sua musica ha un alone di leggiadria e purezza inconfondibile, ma è anche ricca di influenze da tutto il mondo, e il suo modo di vedere la musica è molto moderno.
Questo stile e metodologia si sposavano perfettamente con la mia voglia di esplorare le “false” idee di autenticità presenti nella musica folk.
Sono fermamente convinto che non esista una “folk music” pura, poiché non esistono gruppi etnici puri e incontaminati. Sono inoltre convinto che non possa e debba essere altro che così.
Nonostante questo, molte persone sono ancora attaccate a queste idee, per questo Brighde era la persona perfetta per il progetto: una persona estremamente moderna dal sound antico.

James Holden è uno dei miei idoli, nonché uno dei collaboratori più umili e brillanti che abbia mai conosciuto, ha realizzato davvero la traccia perfetta per lo show!
Ho sempre voluto scrivere una traccia post-techno per l’album, ma non avevo idea di come realizzarla.

L’utilizzo del Qanun suonato da Jasmine Najmeddin nel brano “The Tup”, non è nato dalla necessità di avere un sound arabeggiante, ma è derivata da una serie di campioni che ho realizzato con un “autoharp” ai quali avevo applicato alcuni motorini. Ho fin da subito pensato a quanto sarebbe stato soddisfacente ottenere un suono simile da un musicista esperto, e Jasmine è davvero fantastica. Essere in lockdown significava che tutto doveva comunque essere registrato a distanza, quindi in un certo senso è stato come essere in Iran.

Radie Peat ha una voce fantastica, che può davvero dare dipendenza! Inoltre le nostre rispettive band (Lau e Lankum) sono amiche e Radie aveva già collaborato con me nel progetto Into the Cuckoo’s Nest, che si può considerare come un predecessore di “The Portal”.

L’album di “The Portal” è stato concepito per essere ascoltato e assorbito in maniera completa anche solo nella sua forma musicale, o va considerato come imprescindibile dal resto dell’opera?
Sì, è pensato per essere fruito anche solo come album.
Abbiamo registrato l’album per intero prima di registrare il podcast, il che è stato importante perché personalmente trovo molto più divertente modificare le voci degli attori sulla musica che musicare dei dialoghi.

Il legame tra la musica folk da ballo e la musica dance elettronica ci è sembrato da subito molto intrigante. Cosa accomuna a tuo avviso questi fenomeni musicali? Si tratta tutte di forme musicali che celebrano la socialità degli uomini o, spostando la prospettiva, si tratta di musiche accomunate dal fatto di abbeverarsi al medesimo spirito dionisiaco presente negli uomini?
Dioniso è venuto fuori diverse volte durante la stesura della sceneggiatura. Sì, credo che, in un certo senso, bere e fare baldoria sia un desiderio costante, e certamente una cosa in cui credo. Penso che colleghi ad esempio la cultura della Morris dance e quella dei Rave, ma credo che le connessioni si interrompano lì, almeno per le persone che frequentano quelle scene oggi. Penso che l’impulso sia diverso; entrambi portano un bagaglio culturale piuttosto estremo e anche se non sono di certo l’unica persona che conosco ad essere interessata a entrambi, penso che, come società, quasi ignoriamo l’istinto di base (voglio ballare con altre persone), perché ci sono (ancora, per fortuna) così tante possibilità per farlo, ma piuttosto ci focalizziamo sulla struttura sociale intorno a queste forme. Tante cose si basano su: “Penso che le persone come me fanno questo…” o “Penso che le persone come me non lo fanno…”. Ho l’impressione che i primi giorni dei rave (che non ho vissuto) siano stati vissuti per un attimo, mentre il movimento era in cerca della propria identità e in particolare del proprio “vestito”, come un momento insolito nella cultura giovanile in cui diversi tipologie di persone si trovavano agli stessi eventi (cioè non solo punk nei club punk, o rocker nei club rock ecc.)

Sei d’accordo che il folk migliore risulti ancora oggi moderno grazie a radici profonde e a uno sguardo, consapevole del passato, che gli consente di adeguarsi al presente e cogliere lo spirito dei tempi?
Hmmm… Un po’ come dicevo prima a proposito di Brighde, sì, più o meno, ma ad essere onesti la cosa che trovo spesso più commovente della musica folk che amo, è la convinzione di chi la suona. Il luogo di provenienza può essere differente, ma ciò che unisce queste persone è il credere nella proprietà del mezzo che si accresce sentendosi molto legato a una tradizione, attraverso il senso del luogo o di una famiglia musicale (all’interno delle quali si tramanda la tradizione di suonare musica folk) etc. Se prendiamo ad esempio Cormac Begley. in lui la musica (folk) è profondamente radicata, eppure lo stile è del tutto unico. Il senso di convinzione è così forte, che la sua personalità unica ha spazio per emergere. Anche le persone che vivono in famiglie musicali spesso iniziano a suonare molto giovani e questo li aiuta a diventare molto bravi.

Da musicista folk come pensi che questo genere debba rapportarsi con il presente e il futuro? Pensi che la sua vitalità futura sarà legata alla capacità che avrà di ibridarsi con altri generi, magari affini per istanze, obiettivi o sensibilità? Percepisci in tale processo il rischio di un’eventuale perdita di identità del folk tradizionale? E infine, a prescindere dalla forma che assume, quando a tuo avviso una musica può dirsi “folk”?
Penso che in relazione all’ultima parte della domanda, “quando musica può dirsi folk”, non abbia senso cercare di controllare o irritarsi per l’utilizzo che viene fatto del termine. Pensiamo ad esempio l’R&B: immaginare di essere Fats Domino e arrabbiarsi per il fatto che lo stesso termine venga accostato a Beyonce, non ha senso; quindi lasciamo che Taylor Swift e Mumford and Sons, i Levellers e Bob Dylan siano tutti considerati folk se la gente vuole chiamarlo così. Riguardo al possibile fiorire di una scena popolare in un domani, credo che dipenda molto più dalla scena amatoriale e sociale che da quella professionale; ci sono due insegnanti di violino nel villaggio in cui vivo, con circa trenta ragazzi tra loro. Questo è il futuro della scena, dilettanti che suonano insieme e continuano a godersi la musica. Penso che ciclicamente si verifichi una modernizzazione che porta più ascoltatori e che aiuta, anche perché per alcuni di loro può diventare decisiva nell’avviare un percorso che li porti a diventare musicisti e cantanti.

Da cosa nasce la visione ampia, interdisciplinare e multimediale che caratterizza i tuoi lavori solisti? Credi sia necessaria l’ibridazione tra media diversi per esprimere artisticamente il mondo nel quale viviamo oggi?
Non credo sia necessario; voglio dire, ad esempio Cormac che suona la concertina è un’opera d’arte, ma la adoro! Ovviamente io AMO la musica, ma la scoperta che si possono dire delle cose, raccontare storie, potendo fare a meno di cantare, mi ha fatto impazzire quando abbiamo fatto uno spettacolo chiamato “Crows’ Bones” con una compagnia lirica nel 2012 e quell’idea forte non mi ha più abbandonato.

L’altra costante della tua discografia solista è il coinvolgimento di numerosi musicisti, spesso di diversa estrazione. É corretto dire che tali partecipazioni rispondono alla volontà di arricchire il suono attraverso la sintesi delle diversità? Quando componi un brano hai già in mente le persone con le quali poi lo realizzerai? A proposito di collaborazioni hai delle idee e qualche sogno nel cassetto per il futuro?
Sono una persona molto ricettiva e reattiva; mi entusiasmo per il talento delle altre persone e soprattutto il mio lavoro consiste nel trovare il modo di farli stare insieme. Posso mettermi a tavolino e scrivere interi brani musicali, ma non si tratta del mio modo preferito di approcciare la composizione che spesso avviene in maniere differenti. Ad esempio nel brano “Angela” da “The Portal”: ho preso il cantato di Radie da un progetto che avevamo realizzato insieme, e abbiamo fatto vari tentativi per trovare il modo migliore di utilizzare un suo campionamento nella “canzone” in cui Etteridge si innamora. Nessun tentativo sembrava avere però la necessaria quantità di mistero, perciò ho provato a invertire la riproduzione di un sample. Ha funzionato talmente bene che ho scritto il resto del brano giocando con i pianoforti e cose del genere attorno a quel campionamento. Poi lei ha imparato a cantarla al contrario, il che è stato abbastanza sorprendente, e l’abbiamo ri-registrata. Quindi Radie non era presente al momento della composizione, ma in realtà parte della musica è arrivata da lei, ne è stata l’ispirazione.

Riguardo alla title track, avevo costruito questo “strumento” chiamato dronicorno, per uno spettacolo, e avevamo trovato un paio di ritmi piuttosto “trippy”, ma come nel caso precedente, non sono mai riuscito a farlo diventare un brano. Così ho inviato le mie session di Ableton a James Holden e lui ha semplicemente rifatto le cose lavorando sui nostri loop originali.

Perciò sì la musica è spesso costruita attorno ai musicisti e a ciò che essi apportano. Per quanto riguarda possibili collaborazioni, il mio sogno proibito è lavorare con la compagnia teatrale Complicitè (considero “The Encounter” uno dei più belli spettacoli che abbia mai visto) e con chiunque mi permetta di lavorare con pupazzi alti 15 metri….

Riguardo al futuro, hai già in mente il prossimo lavoro solistico e hai intenzione di mantenere l’approccio multimediale?
Sì, in questo momento stiamo lavorando a uno spettacolo con i geniali animatori che si sono occupati dello show di “Flit” e una colonna sonora per banda di ottoni; sarà imponente e divertente e leggermente estenuante per tutte le persone coinvolte… già!

Infine vorremmo chiudere con una suggestione insolita che rappresenta anche una sorta di proposta. Non so se sia una simile visione interdisciplinare/multimediale dell’arte o una visione ampia della musica folk al di là della sua forma, ma pensando a te abbiamo pensato a Richard Skelton. Un artista che apprezziamo molto e di cui pensiamo che la sua musica sia quintessenzialmente folk nello spirito. Ha mai pensato a un disco più rarefatto che lambisce atmosfere a lui care?
AMO ciò che conosco del suo lavoro, e lui è spuntato in diversi modi nella mia vita musicale. Credo che ci sia lo stesso tipo di convinzione di cui parlavo prima a proposito della musica tradizionale, che permette alle persone di fare musica rarefatta e ariosa, e l’ho sempre trovato difficile da fare. Non è che non mi piaccia ascoltare musica “densa”, è solo che trovo difficile farlo. Ma grazie per il suggerimento, potrei provarci…