Si intitola “Sale” il nuovo disco dei C+C=Maxigross. Si tratta di un lavoro molto atteso da queste parti, considerato che “Deserto”, il loro disco precedente, era stato a nostro giudizio una delle cose migliori del 2019. Ad alleviare l’attesa aveva provveduto in estate l’ottimo live “Il labirinto, il matto e il mondo”, pubblicato solo in digitale sulla piattaforma bandcamp della band.

Stessa modalità di distribuzione è stata scelta anche per questo nuovo lavoro, che nei suoi venti minuti abbondanti di musica presenta una band in piena forma, che non si é affatto adagiata sull’alloro artistico di “Deserto”. Scelta vincente questa, in quanto cercare di ricreare in vitro la rarefatta sospensione di quel disco, tutto suonato in sottrazione e a un passo dal silenzio, sarebbe stato molto difficile e probabilmente poco sensato (certi lavori rappresentano la risultante di diversi fattori umani e artistici: difficile ritrovare la combinazione esatta…).

Se in “Deserto” la band aveva asciugato tutto, giungendo non solo a uno stato di grazia artistico, ma anche al nocciolo più puro della propria musica, con “Sale” si è tornati a riempire, ma con un senso della misura e una sensibilità che risente della maturazione e della consapevolezza di sé che il disco precedente ha portato. E se il suono ha perso un po’ della impalpabilità che ci aveva rapito, ha di contro guadagnato in stratificazione e cura del dettaglio. Ritorna l’attenzione sul groove che si era apprezzata nell’EP “Nuova speranza”, mentre la cura maniacale in sede di produzione riesce a non sfociare nel massimalismo, ma conserva piuttosto un minimalismo che si sposa ottimamente con le melodie semplici e lineari del cantato: non sono molti quelli che riescono a riempire, pur restando minimali.

Alcuni brani sarebbero dei perfetti gioiellini pop da classifica, non risultassero troppo sghembi (“Piedi asciutti”) o troppo psichedelici (“Vieni qui che mi svegli”). “Guardiano” e “Il vento” si muovono quasi trip-hop con la prima impreziosita da aperture soul psichedeliche e la seconda che si ubriaca di enfasi panica; “Tega Pt. 2” è uno strumentale funestato da effettistica e rumore bianco, condotto da battiti giocattolo che ricordano la poesia infantile dei Flaming Lips. “Tarantola” e “Lontano” svettano sul resto del programma: la prima è una delle migliori canzoni che sentirete quest’anno, la seconda – con il suo coro battistiano, altezza “Anima Latina” – invita efficacemente al viaggio, che si conclude nel finale di Tempesta con la sua breve deriva ritmico-psichedelica.

Il risultato finale mostra una band che va ancora alla ricerca del proprio suono e che fa augurare a chi ascolta che la ricerca non giunga a compimento: avete presente quella cosa che il bello del viaggiare è il viaggio in sé e non la meta? Ecco qualcosa del genere…

C+C=Maxigross - Il Vento

Per cogliere qualche istantanea di questo viaggio abbiamo contattato Tobia Poltronieri, alias Toba, alias Tobjah, colto in un pomeriggio d’inverno, mentre a Veronetta era intento assieme a Filippo Brugnoli, co-fondatore del collettivo, a montare il film di “Deserto” (ci torneremo).

Ciao Tobia, come va? Da dove rispondi?
Rispondo da casa mia a Veronetta. Stiamo lavorando al montaggio del nostro film che si chiamerà “Deserto”. Esce tra pochi giorni, il 12 dicembre, ma in realtà dobbiamo ancora finirlo! Tempistiche che solo le nuove tecnologie digitali possono consentire…

Partiamo proprio dai nuovi mezzi di diffusione digitale e della vostra scelta di vendere i nuovi dischi solo su bandcamp, rifiutando lo streaming su Spotify.
Specifico subito che la nostra non è una battaglia contro Spotify. Lo specifico perchè altrimenti si rischia di perdere il focus su una questione secondo noi molto più ampia. Spotify è solo l’esempio più evidente di quello che secondo noi non funziona… o quantomeno che non funziona per noi: per le nostre esigenze e i nostri obiettivi. Spotify è il campione, nell’ambito musicale, ma se fossi il proprietario di una libreria indipendente citerei probabilmente Amazon, di un sistema capitalistico che cerca di creare un rumore bianco che resetta tutto, crea un mercato unico e tende a cancellare gli individui. Discorso complesso, lo so… Diciamo solo però che la nostra scelta è la reazione di anni e anni di riflessioni e di vita vissuta sia da musicisti, che da individui e semplici appassionati. Abbiamo scelto di fare da soli perché sentivamo il bisogno di mostrare, in primis a noi stessi, che “si poteva fare”. La cosa bella è che – come spesso succede quando condividi le tue esperienze e le tue scelte – ci siamo accorti che queste riflessioni non servivano solo a noi, ma che erano invece molto diffuse e condivise: hanno infatti cominciato a scriverci molti tra giornalisti, artisti o semplicemente ascoltatori. Segno che il problema c’era e che bisognava solo metterlo sul tavolo. Noi nel nostro piccolo lo abbiamo fatto, tramite un post su facebook e senza neanche avvalerci di un ufficio stampa, ma vediamo che la questione comincia ad avere sempre più risonanza. Leggevo ad esempio qualche giorno fa William Basinski che condivideva un post di uno dei componenti degli Gnod che sollevava proprio il problema degli introiti riconosciuti da Spotify. D’altronde, questa crisi sta scatenando un terremoto in tutti gli ambiti e anche nel piccolo, grande mondo musicale è un momento di cambiamento.

Parliamo proprio di questi cambiamenti. Mi sembra che molti musicisti, in alcuni casi aiutati anche dalle possibilità offerte dalla tecnologia, stiano cercando di semplificare la filiera (etichette, uffici stampa, società di booking etc.), magari eliminando sovrastrutture che non possono più permettersi o che ritengono inutilmente dispendiose. Senza ovviamente voler delegittimare le professionalità di molti intermediari, come vi ponete voi? Quali riflessioni avete avviato? Ci sono nuove potenzialità o vecchie strade non più percorribili?

Credo che per come si sta evolvendo velocemente il mondo tecnologico non sia proprio realistico pensare di mantenere lo status quo e le infrastrutture di cui parli. Poi attenzione bisogna sempre stare attenti affinché la tecnologia rimanga sempre al servizio dell’ascoltatore e dell’artista e non il contrario o forse, più in generale, bisognerebbe ricordare che è proprio il “sistema della musica” che deve rimanere al servizio della musica, degli artisti e degli ascoltatori e non del sistema stesso…

Noi C+C volevamo fare un altro disco e portarlo alle persone, ma purtroppo per motivi personali in questo momento non avevamo soldi (il motivo è che li abbiamo finiti tutti per il disco precedente, che dal punto di vista economico è stato disastroso!), e allora ci siamo detti perché dobbiamo farci bloccare da questo ostacolo?

Rivolgersi a un ufficio stampa, contattare un’etichetta (che magari crede in te e magari – diciamo – non del tutto…), stampare dei vinili che poi magari non vendi abbastanza da rientrare delle spese… tutto questo ci sarebbe costato alcune migliaia di euro (che non abbiamo) e allora ci siamo detti: andiamo avanti lo stesso, perché la scelta era tra farlo e non farlo e noi abbiamo scelto di farlo!

L’importante per noi è arrivare all’ascoltatore e farlo a modo nostro. Ad esempio, Spotify fa parte di tutta una serie di cose di cui si può fare a meno per arrivare davvero all’ascoltatore.

Poi, attenzione, è importante anche che ognuno faccia la propria analisi, la propria riflessione e capisca a cosa vuole arrivare… se uno vuole diventare il nuovo Jovanotti è chiaro che il piano che abbiamo immaginato per noi non va bene. Noi vogliamo semplicemente poter portare la nostra musica alle persone che in questo momento sono interessate alla nostra proposta.

Avete mai pensato al discorso della sottoscrizione?
Diciamo che per il momento stiano andando per gradi. Ad agosto abbiamo aperto per la prima volta la nostra pagina bandcamp in cui è possibile acquistare tutta la nostra musica. Sono entrate alcune centinaia di euro che ci hanno consentito di pagarci l’account pro. La risposta ci ha sorpreso ed è adesso su quelle persone che hanno dimostrato di volerci seguire attivamente che vogliamo costruire un rapporto. Il punto cruciale è proprio questo: tutto il sistema tecnologico attuale tende a portarti alla passività, a “subire” i contenuti. Noi invece vogliamo l’esatto opposto. Vogliamo uno scambio attivo con persone a cui nessuno ha fatto arrivare la nostra musica sul cellulare, ma che l’hanno scelta autonomamente.

Questa cosa qui la stiamo mettendo in pratica e sta funzionando! Ovviamente, con i numeri che ci interessano, eh. Che magari sono ridicoli rispetto ai numeri che sbandiera chi ti invita a iscriverti su Spotify e finire dentro delle playlist… (che poi in realtà sono solo degli specchietti per le allodole…).

Ognuno la vede come vuole… noi con le nostre cento persone che credono in noi e che sono disposte a seguirci abbiamo deciso di proseguire e andare avanti! E, quando nei prossimi mesi lanceremo i nuovi contenuti, vedremo quale sarà la reazione e anzi tenteremo di coinvolgere sempre più attivamente chi ci segue!

Mi hai ricordato una frase di Alex Chilton che diceva: “A un certo punto ho capito che se stampi solo cento copie di un disco, finisce che quel disco arriva alle cento persone che più lo vogliono nel mondo”. Ti ci ritrovi?
Assolutamente. Non so se l’abbia pronunciata prima dell’avvento di internet, ma il significato rimane lo stesso, di certo ne condivido lo spirito!

C’è in vista un disco sulla lunga distanza?
Sì, noi siamo sempre al lavoro nel nostro studio Tega. La settimana prossima esce il nostro film che si intitola “Deserto”. Per il bandcamp friday abbiamo lanciato il “Pacchetto Bella Tega” che comprende il biglietto in anteprima (più tre canzoni di cui due inedite e il vinile di “Deserto”). Sì, siamo tendenzialmente sempre al lavoro sul nuovo materiale! D’altronde nel momento in cui abbiamo capito che potevamo fare a meno di tanti step che ti costringevano a pianificare tutto con largo preavviso, abbiamo deciso che è bello pubblicare musica in maniera improvvisa: se magari stasera incidiamo un nuovo pezzo possiamo anche metterlo a disposizione immediatamente e magari chi ci segue è contento di avere della musica nuova senza tanto preavviso…

C+C=MAXIGROSS | Torna a Casa | Dalek Session #27

Entriamo nel merito della vostra musica. Le Etichette sono sempre sbagliate, ma a volte chi prova a descrivere la musica con le parole ci si appiglia un po’. Diciamo dunque che voi partite con una proposta weird folk, accomunabile a gruppi come Akron/Family (non a caso nascerà la bella collaborazione con Miles Cooper Seaton), i primi Animal Collective o Devendra Banhart per poi passare all’italiano con il groove sottilmente afro dell’’EP “Nuova Speranza” e, dopo le rarefazioni di “Deserto”, siete giunti a una specie di apertura cosmico-battistiana. Questo è un po’ il percorso come noi lo abbiamo percepito dall’esterno, ma raccontaci tu dall’interno com’è andata…

Sono innanzitutto d’accordo con te sul fatto che i generi servono solo per etichettare e che sarebbe piuttosto meglio non etichettare proprio nulla. Anzi, confesso che un punto di svolta nella nostra musica è stato quando abbiamo capito che i generi e le etichette che noi stessi ci davamo (come ad esempio citare altri artisti come riferimenti) era una limite che ci auto-imponevamo. Abbandonarle è stato un passo verso la “nostra” maturità. In questo senso, “Deserto” ha davvero rappresentato un momento di svolta. Con l’aiuto di Miles Cooper Seaton e grazie anche al lungo lasso di tempo che ci siamo presi, siamo riusciti ad avviare un nuovo percorso che ci ha portato a fare qualcosa di molto diverso. Dopo “Fluttarn”, il nostro disco del 2015, non avevamo davvero idea di dove saremmo andati a parare… non c’era l’idea della svolta in italiano, né altro. Sapevamo solo che ci eravamo rotti le palle di dire che facevamo “musica psichedelica”. Abbiamo semplicemente deciso di fare “deserto intorno a noi”. Ricominciare dalle nostre radici, nessuna influenza musicale citata palesemente nei comunicati stampa, un produttore nuovo etc. Abbiamo scoperto successivamente che “fare deserto” è uno dei modi nella religione cristiana per indicare la meditazione nella concezione orientale. Nel nostro caso, si è trattato di fare piazza pulita per poter costruire un nuovo modo di fare musica, che poi è quello che ci ha portato a “Sale”. Non avremmo mai potuto fare un disco così permeato di elettronica senza “Deserto”. Anzi direi che “Sale” rappresenta la reazione opposta a tutto quello che abbiamo fatto per “Deserto”. Ogni fase è stata una reazione alla fase precedente per arrivare poi allo step successivo.

C+C=Maxigross - Gioia (Deserto: Frammento 03)

Magari vi eravate rotti le palle di dire di “fare musica psichedelica”, ma “Deserto” è un disco estremamente psichedelico, la cui atmosfera sospesa esprime lo spaesamento e lo smarrimento che per molti rappresenta il succo del godimento psichedelico…
Anche se volevamo abbandonare le nostre certezze, queste inevitabilmente rimangono come parte del nostro vissuto più profondo. Quando dico che “mi sono rotto le palle di fare musica psichedelica” mi riferisco a un aspetto formale e al fatto che “musica psichedelica” è solo un nome che finisce spesso per generare solo una barriera. Poi ti accorgi dei legami esistenti tra… che ne so… i Byrds e Coltrane e che capisci che sono preesistenti e indipendenti dalla definizione stessa…

Anche “Sale” mantiene una forte componente psichedelica (bella l’idea di aver fatto seguire alla sequenza delle tracce, il montaggio delle stesse in un brano unico che rende l’EP di fatto un disco di quaranta minuti…). Avete introdotto tastiere, synth, battiti elettronici e in generale c’è un suono più “manipolato”. Come avete deciso di andare in questa direzione? E’ stata una scelta precisa e voluta?
Con “Deserto” abbiamo capito chi eravamo veramente e che ad esempio potevamo davvero fare a meno di una lingua non nostra e di sfumature che erano più estetiche che essenziali.

La prima conseguenza di questa “conquista” però è stata quella di voler cambiare processo. Ci siamo detti: scriviamo le nuove canzoni concentrandoci su quello che è mancato in “Deserto”. Poiché alcune persone ci avevano fatto notare che, solo concettualmente e non dal punto di vista artistico, “Deserto” rappresentava un po’ il nostro “White Album”, nel senso di un disco in cui le personalità autoriali di ognuno dei componenti del gruppo risultavano comunque ben distinguibili, abbiamo capito che questa percezione che magari avevamo dato non ci piaceva considerato quanto teniamo alla nostra dimensione collettiva. E quindi se in “Deserto” il processo di scrittura dei brani era stato molto classico con ognuno di noi che portava in studio le proprie canzoni e poi ci si lavorava assieme, allora per “Sale” è stato fatto l’esatto contrario: fino al momento in cui ci siamo ritrovati per fare il disco non era stato composto assolutamente nulla, né un giro di chitarra, né un groove di batteria. Abbiamo iniziato a comporre musica solo nel momento in cui ci siamo trovati nella stessa stanza.

Una modalità di operare, quella della session libera, che se è normale in ambiti come nel free jazz o nella musica sperimentale, è piuttosto inusuale, almeno per noi, per l’obiettivo che ci eravamo posti: ovvero quello di scrivere delle canzoni pop con tanto di strofa, ritornello, parte strumentale e un testo che vuole essere (più o meno) comprensibile. Ci siamo quindi posti questa sfida che si è rivelata anche molto divertente, soprattutto se confrontata alla ricerca interiore e alla gravità che avevamo vissuto per “Deserto”, disco per il quale sentivamo di stare “cercando noi stessi”. Per “Sale” invece ci siamo detti: facciamo un disco più immediato, naturale, svincolato da ogni metodo creativo utilizzato precedentemente. Quindi è il nostro primo vero disco collettivo, nel senso che non esiste una nota o frase di ogni canzone che non sia frutto dell’interazione di almeno due componenti del collettivo. Possiamo dire che in questo disco non esiste l’individuo, ma solo la moltiplicazione di più personalità.

Vorremmo concludere infine parlando della forte appartenenza territoriale del vostro collettivo. Il Veneto nel vostro progetto è presente nell’uso di termini in Cimbro, nei tour che prima hanno esplorato una città (Verona) e poi l’intera regione, nel Lessinia Psych Fest da voi organizzato e infine anche il passaggio all’italiano è stato da voi motivato come una sorta di resistenza al colonialismo culturale. Avete mai pensato a comporre un disco in dialetto? E più in generale cosa sta succedendo in Veneto? Da alcuni anni è diventata una grossa fucina di talenti…
Premetto innanzitutto che non ho mai incontrato un italiano che, anche se non si dichiara tale, non sia attaccato alla propria terra. Dieci anni fa quando abbiamo cominciato a fare musica abbiamo portato il cimbro in maniera decisamente simbolica: anche se nessuno di noi (purtroppo) parla questa lingua, inserirla nel disco era una maniera per mostrare la ricchezza della nostra regione (che è poi la ricchezza di tutte le regioni), e questo in un momento in cui concetti come tradizione e cultura locale erano appannaggio di movimenti come la Lega. Volevamo dunque riappropriarci di tale ricchezza, perché anche sotto casa, semplicemente guardandosi attorno, è possibile trovare magia e misteri. E noi nella Lessinia, che sono le prealpi venete, ovvero il territorio dove siamo cresciuti e dove tuttora cerchiamo di passare il maggior tempo possibile, perchè sono delle montagne stupende, abbiamo trovato delle ricchezze incredibili: non solo dalla natura, ma anche dalle storie locali che rappresentano il nostro contatto con il passato, con l’arcano e che diventa una maniera formidabile per scoprire se stessi. Il cimbro dunque ci raccontava una storia medievale che ci affascinava e noi l’abbiamo usata per affermare l’amore per il nostro territorio che però non voleva dire chiusura, ma divulgazione. E’ stata a ben pensarci la nostra prima presa di posizione critica al di fuori dell’ambito musicale.

Deserto per Verona” ovvero il “tour cittadino” che abbiamo fatto nel 2019 è stato poi il tentativo di dire che Verona non è solo la città del Family day e dei neo-nazisti. Ci siamo detti: visto che conosciamo così tante realtà diverse, perché non riunirci e darci visibilità a vicenda, creando nuove imprevedibili connessioni? E così in un’estate siamo riusciti a fare più di 30 concerti: da luoghi pubblici come biblioteche e festival, fino a privati come gastronomie microscopiche e cave di marmo (e anche un concerto su una barca in mezzo al Lago di Garda!). Davvero abbiamo suonato ovunque. Ed è stato un modo per far capire a chi non si riconosce nel “pensiero che va per la maggiore” che non è solo! Per noi è importante ricordarci sempre che più si è e più ci si può far forza a vicenda.

Infine per quanto riguarda la decisione di cantare in italiano e abbandonare l’inglese, questa è giunta alla fine di un lungo processo di riflessione e all’inizio di un nuovo percorso… diciamo che abbiamo capito che l’estetica americana, dalla quale ci sentivamo rappresentati, si é rivelata a lungo andare una distrazione per la ricerca della propria vera essenza. Riteniamo che l’uso della nostra lingua natale conferisca maggiore profondità e spessore alla composizione.

Per quanto riguarda il disco in dialetto, sarebbe bello, ma c’è un limite: io purtroppo non parlo bene il dialetto, al di fuori di qualche parola, quindi…

Insomma, come capita con chi sa maneggiare la materia folk (che è una materia assolutamente viva), volete partire dalla vostra tradizione, conservarne lo spirito più profondo per poi portarla in un’altra direzione secondo la vostra sensibilità…
Esatto! Mi ci ritrovo molto. Tempo fa, sono andato sul sito/archivio di Robbie Basho, e ho letto questa frase “Io non ho cercato di imitare i miei maestri, bensì mi sono posto le loro stesse domande”.

E per quanto riguarda la “scena veneta” cosa ci dici?
Riconosco ci siano tanti artisti interessanti in Veneto, ma forse è un nostro limite quello di non esserci mai legati a particolari scene o movimenti, e questo nonostante il nostro collettivo sia molto fluido ed aperto alle collaborazioni.

Non ho un’effettiva opinione o conoscenza di questi movimenti o artisti, per quanto li rispetti e li stimi. Comunque se il fiorire di questi talenti è una reazione alla cultura leghista e neo-nazista degli ultimi anni posso solo augurarmi che tale risposta diventi sempre più forte! E lo dico anche come monito per noi stessi…

Ultima domanda: raccontaci qualcosa di questo film che avete in uscita?ccmaxi

Si tratta di un riassunto degli ultimi due anni, nostri e del progetto C+C. Non si tratta né di un film autobiografico, né di una fiction, ma di un lavoro sospeso a metà.

Sarà disponibile a partire dal 12 dicembre, ovvero dalla veglia di Santa Lucia, che è una ricorrenza molto sentita per noi veronesi. Vi sono andati a confluire tutti i contenuti che abbiamo prodotto per “Deserto”, tra video, sonorizzazioni, brani extra etc. Un progetto che dunque abbiamo coltivato a lungo… Dopotutto fin dall’inizio abbiamo concepito “Deserto” come un’opera multimediale e non solo come un semplice disco, forse perché da subito abbiamo capito di voler raccontare qualcosa.

E così dopo “Deserto – Il disco”, “Deserto – Il tour” e “Deserto – La canzone”, adesso tocca a “Deserto – Il Film!”.

"Deserto - il Film" (Trailer 2020)