In questo 2020 così spoglio di live, mi è capitato di riflettere sull’importanza storica che alcuni concerti possono avere sui presenti, sulla società e sul contesto storico. Chi conosce la storia della musica moderna sa bene come alcune delle performance più importanti abbiano avuto come teatro proprio quello fornito dai festival musicali: partendo da Woodstock e Live Aid, passando per i più celebri festival come Coachella, Lollapalooza, Glastonbury, Bonnaroo, fino a eventi come South by Southwest (che per dirne una circa la capacità di incidere sul proprio tempo, basterebbe citare il ruolo fondamentale avuto nella nascita di uno dei social network più diffusi del decennio appena trascorso: Twitter), i festival si sono distinti per essere i luoghi migliori per capacità di creare aggregazione (assembramento, si direbbe ora…) e partecipazione.

Dal punto di vista musicale, poi, sono spesso occasioni in cui è possibile assistere a performance fuori dal comune, musicalmente e coreograficamente, e alle volte si assiste anche a dei veri e propri azzardi da parte degli organizzatori, che hanno la possibilità di esporre mediaticamente non solo chiunque venga ritenuto meritevole, ma anche coloro che riflettono al meglio le tendenze socio-politiche del momento.

Questa naturale capacità dei festival di leggere il proprio tempo (e di adeguarsi di conseguenza) ha portato ad esempio negli ultimi anni molte manifestazioni storicamente orientate alla musica rock ad accogliere artisti provenienti dalle scene e dalle culture più disparate.

Alcuni tra gli azzardi più importanti e clamorosi sono i Daft Punk all’edizione del 2006 di Coachella, Jay-Z e Kanye West a Glastonbury rispettivamente nel 2008 e nel 2015, Kendrick Lamar a Coachella 2017.

La progressiva inclusione di esponenti dell’hip-hop e di donne tra gli headliner simboleggia in maniera forte ed evidente un cambio di rotta nei gusti del pubblico e nella percezione collettiva di queste figure nel mondo della musica, finendo di fatto per marginalizzare le rock band classicamente intese dal giro dei numeri che contano.

Aggiungiamo inoltre che al centro delle tematiche sociali vi sono sempre di più argomenti come razzismo, inclusione e parità, e che tali temi sono toccati forse più direttamente da chi viene da situazioni di disagio e discriminazione e che nella nuova musica urban sembra trovare quel megafono che i ritmi rock non sembrano più riuscire a dare.

Dunque lo slittamento progressivo (forse neanche troppo…) e inarrestabile verso le nuove tendenze non è quindi un capriccio degli organizzatori, ma riflette semplicemente questo crescente interesse verso un determinato tipo di tematiche sociali e di sonorità. Non è infatti un caso che i numeri degli streaming e degli acquisti di dischi “rock” siano in netta minoranza in confronto ai numeri da capogiro della musica “urban”: basta semplicemente farsi un giro sui profili Spotify di artisti come The Weeknd, Drake o Travis Scott e paragonarli con gli ascoltatori mensili delle maggiori rock band (Coldplay, Imagine Dragons, Foo Fighters ad esempio) per notare la sproporzione a favore dei primi.

Tra i festival tipicamente “rock” che sono stati ormai colonizzati dalle nuove sonorità vogliamo oggi parlarvi di Glastonbury, in particolare dell’edizione del 2019, al momento l’ultima ad essersi tenuta.

A testimonianza di come “Glasto” sia un festival che riflette l’umore e i sentimenti del pubblico, in particolare in un periodo abbastanza nefasto dal punto di vista politico per il Regno Unito, tra Brexit e Boris Johnson (spoiler: non sarà l’unica volta che nominerò questo simpatico personaggio…).

Per la 49esima edizione, Glastonbury sfoggia una line-up d’eccezione, ricca di vecchie glorie (The Cure, Killers, Vampire Weekend, Johnny Marr, Liam Gallagher, Kylie Minogue con l’amico di una vita Nick Cave tra i tanti), nuove leve (tra cui i nostri amati Fontaines D.C. e IDLES), ma soprattutto una fortissima componente urban e femminile.

Troviamo tra le altre in line-up Lauryn Hill, Janelle Monae, Neneh Cherry, Billie Eilish, Kylie Minogue, Miley Cirus, Lizzo e Rosalìa, mentre a rappresentare l’hip-hop maschile troviamo il leggendario Wu-Tang Clan e i britannici slowthai.

Il protagonista dell’articolo però è l’headliner della prima serata del festival, Michael Omari in arte Stormzy, rapper originario dei sobborghi di Londra e all’epoca venticinquenne.

Omari si fa prima conoscere in terra d’Albione con l’EP “Dreamers Disease” per poi arrivare al successo internazionale nel 2017 con “Gang Signs & Prayer”.

La “street attitude” e la critica sociale sono fin dagli esordi un leitmotiv nella poetica dell’artista inglese: il disagio delle periferie viene raccontato spesso dettagliatamente e contrapposto con lo sfarzo della vista post-successo.

Numerosi sono i riferimenti a stili di vita comunemente considerati poco consoni o civili, misti a una strafottenza/arroganza tipica di chi riesce ad emergere dal nulla, come ascoltiamo in “Shut Up”:

Drug money in my shoebox

 

I’m the man of the house and my shows sold out

Like the brudda from the Boondocks”,

I might sing but I ain’t sold out

 

Nowadays all of my shows sold out

Headline tour, yeah blud, sold out

Il passato turbolento viene pesantemente contrapposto al successo attuale di “Big Mike” (o Mr Skeng), che sostiene di aver ritrovato la retta via grazie alla fede:

“Lord, I’ve been broken

Although I’m not worthy

You fixed me, now I’m blinded

By your grace, you came and saved me” in

Blinded By Your Grace

Quel caldo venerdì di Luglio è l’occasione per coronare il sogno di una parte di Londra spesso dimenticata e fuori dai radar della politica e della società, dove disagio e disperazione sono la quotidianità e dove l’ordine sembra non essere mai arrivato.

Non a caso l’astio verso la politica e il partito conservatore ha raggiunto il picco dopo l’elezione di Johnson a Prime Minister, con ondate di protesta e contestazione paragonabili a quelle subite (giustamente) dalla Thatcher, e non a caso la scelta di Stormzy, londinese di periferia di origine ghanesi, come headliner del festival più grande e celebre del pianeta, è più che giustificata in quanto espressione di una collettività sempre più unita e coesa nel suo obiettivo, quello di opporsi con resistenza alla deriva autoritaria del proprio paese.

La performance del londinese giustifica ampiamente la fiducia della famiglia Eavis, storica organizzatrice, e io in particolare voglio elogiare un momento ben specifico: durante “Vossi Bop”, il colossale coro di più di 100mila persone urlanti “FUCK THE GOVERNMENT FUCK BORIS!”, a testimonianza del fatto che farsi valere e lottare per la propria libertà e indipendenza porta sempre a qualcosa di buono.

Il concerto viene trasmesso in diretta nazionale dalla BBC e ottiene grande rilevanza mediatica (nonché una sfuriata pregna di razzismo e nazionalismo direttamente dal signor Morrissey in persona) per la qualità della performance, l’omaggio alle periferie e ai sobborghi (sono numerosi gli intermezzi con biker e skater provenienti dalle periferie londinesi) e per i numerosi tributi alla musica soul e black, con tanto di big band munita di ottoni e cori gospel.

Nella tracklist troviamo una epica cover di “Ultralight Beam” di Kanye West, numerosi brani appartenenti ai lavori precedenti e due tracce appartenenti a un nuovo lavoro, mai annunciato prima di allora: la sopracitata “Vossi Bop” e la toccante “Crown”, la cui citazione shakesperiana darà il titolo al secondo lavoro di Stormzy, “Heavy Is The Head”, rilasciato nel Dicembre del 2019.