Sono passati dieci anni dalla pubblicazione di I’m new here di Gil Scott-Heron.

In occasione dell’anniversario, la XL, l’etichetta che aveva pubblicato il disco nel 2010, oltre alla classica ristampa, ha deciso di celebrare la ricorrenza con una re-immaginazione affidata a una delle nuove star di quel jazz che piace molto agli amanti del rock: Makaya McCraven.

La cosa interessante da notare è che il disco era già stato oggetto di un remix a opera di Jamie XX, musicista della band inglese XX, ma anche protagonista di apprezzati lavori in proprio. Se da un lato si potrebbe spiegare tale fervore produttivo con la voglia da parte dell’etichetta di speculare economicamente su un capolavoro, reso ancora più definitivo dalla morte di Gil Scott-Heron (avvenuta nel 2011), dall’altro rimane la suggestione che alla base vi siano delle ragioni più profonde.

Partiamo da una considerazione: se il remix affidato a Jamie XX rappresenta un’operazione tipica della musica pop e della black music in particolare, il progetto commissionato a McCraven risulta certamente meno usuale e sembra quasi suggerire che il disco di Gil Scott-Heron stia cominciando a essere trattato come uno standard jazz.

E come avviene per gli standard, in cui si concede ai musicisti la massima libertà nell’esplorare tutte le possibili varianti capaci di rivestire il nocciolo duro di un brano, così a McCraven (e prima a Jamie XX) è stata lasciata la medesima libertà nei confronti del disco.

La domanda a questo punto è: perché proprio a quest’album, così recente, viene assegnato questo status?

Una delle possibili risposte la fornisce inconsapevolmente lo stesso titolare del disco: Scott-Heron che ebbe modo di dichiarare come, durante la lavorazione, si sentisse un semplice partecipante dell’album. D’altronde a ben vedere “I’m new here” risulta essere un progetto ideato, promosso e realizzato dal suo produttore Richard Russell che si recò persino in carcere per convincere Scott-Heron a parteciparvi. Si tratta quindi di un disco di un produttore e soprattutto, come dice ancora Scott-Heron, del sogno di un uomo, che lui aiutò semplicemente a realizzare.

I’m new here” può essere dunque considerato, almeno da principio, non un disco di Scott-Heron vero e proprio, ma piuttosto la versione sognata da Russell della musica del cantante di Chicago.

Ora, è chiaro però che un gigante come Scott-Heron non potrà mai essere solamente un mero partecipante… e infatti la versione “sognata” da Russell, nel momento in cui prende forma, attraverso la carne e le ossa e soprattutto quella voce straordinaria, cessa di essere il “sogno” del produttore inglese e diventa a tutti gli effetti la prima versione del disco (l’unica che potrà contare su Gil ancora in vita).

Sì, perché il paradosso a quel punto è che lo stesso “I’m New Here” si può considerare non più l’originale (il disco “sognato” da Russell), ma la versione “incarnata” che sfrutta la presenza di Gil.

Come sappiamo, seguiranno altre due versioni, per un album che dunque non ha una versione originale, ma che rappresenta una sorta di archetipo musicale che si nutre dell’anima, della voce e della poetica dell’artista di Chicago e che per questo si presta a possibili infinite interpretazioni.

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Gli anni settanta sono stati indiscutibilmente il decennio d’oro di Gil Scott Heron. Una stagione irripetibile che si concludeva con l’album “Reflection” pubblicato nel 1981. Già l’incerto “Moving target” lasciava infatti intendere come si preannunciassero tempi duri per il Nostro, ma nessuno probabilmente avrebbe potuto prevedere l’inferno in cui da lì a poco sarebbe precipitato Gil.

Sono infatti gli anni in cui il poeta di Chicago comincia a sprofondare dal punto di vista umano: alcool, cocaina e poi il crack avvolgono come un sudario l’uomo, impedendo all’artista di lavorare. Si direbbe infatti che quest’ultimo sia infatti ancora vitale se – come capita non appena Gil riesce a mettere assieme un po’ di concentrazione – la roba che viene fuori ha la statura di “Spirits”, poco celebrato capolavoro del 1994. All’epoca ci fu pure chi provò a parlare di rinascita… sbagliando perchè purtroppo si trattò di un fenomeno isolato, in quanto la vita, quella micragnosa cui si era consegnato, risucchiava nuovamente Gil. Ancora alcool e droga, spaccio e galera per l’uomo un tempo coscienza civile e megafono di una nazione. Quella nera.

Si arriva al 2006, anno del fatidico incontro con Richard Russell, patron della XL Recordings.

Nella XL a dire il vero Russell entra quando l’etichetta è nata già da alcuni anni e si occupa prevalentemente di musica dance e, in particolare, di techno, jungle e drums n’ bass. Russell ne diventa A+R scout nel 1991, ma continua a coltivare la sua attività di musicista, che ad esempio lo porta a pubblicare nel 1992, in coppia con Nick Halkes e a nome Kicks Like A Mule, il singolo “The Bouncer”:

Kicks Like A Mule - The Bouncer -

Musicalmente siamo dalle parti dei KLF che, proprio in quegli anni (dall’87 al ’91), avevano piazzato in giro tutta una serie di cariche esplosive, prima di bruciare (letteralmente) un milione di sterline in un’isola sperduta della Scozia e sparire completamente dalla scena. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia, però utile per capire il contesto in cui si muove il giovane Richard Russell ovvero quello di una musica post-moderna e situazionista, che non si pone confini.

Il colpaccio per l’etichetta arriva con l’esplosione del fenomeno Prodigy che, con “Music for Jilted generation” (1994) e “Faith of the Land” (1997), porta alle masse quel poco che già i KLF non avevano scoperchiato. E’ proprio nell’intervallo tra questi due dischi, nel 1996, che Russell assume la guida dell’etichetta e, da perfetto businessman, ne amplia gli orizzonti musicali accaparrandosi, dal 2000 in poi, i migliori artisti della cosiddetta scena indie: Badly Drawn Boy, White Stripes, Dizzee Rascal, MIA e persino i Radiohead in rotta con la distribuzione discografica.

Questo dunque è l’uomo che si presenta nel carcere di Rykers Island di fronte a un signore ossuto e consumato dai vizi che le guardie carcerarie gli assicurano essere Gil Scott Heron. Quel Gil Scott Heron. Richard lo ammira da quando da ragazzo lo ha visto esibirsi nella sua Londra. Inoltre – da appassionato di Hip-Hop – non può che adorare l’uomo che, oltre ad aver fornito una quantità impressionante di sample da campionare, ha anche inciso quello che alcuni considerano uno dei primi dischi di rap di sempre: ovvero l’esordio spoken “Small Talk at 125th and Lenox” del 1970. Ed è proprio a questo disco che sembrano ispirarsi Russell e Gil quando cominciano a lavorare al progetto di “I’m new here”, che prende forma dapprima tramite le lettere che Russell invia in carcere, poi tramite il fatidico incontro nell’istituto carcerario e infine in sala di incisione.

Brother [Small Talk At 125th And Lenox] - Gil Scott-Heron

Small Talk at 125th and Lenox” era un lavoro scarno in cui il giovane Gil (all’epoca appena ventunenne) declamava le poesie contenute in una sua recente raccolta, intitolata con il medesimo titolo che sarebbe stato dato al disco. I testi, intellettuali e di critica sociale, venivano snocciolati ritmicamente su un semplice tappeto di percussioni (suonate da David Barnes e Charlie Saunders) e poco altro (ad esempio il piano suonato in “The vulture” e quello che impreziosisce “Who’ll pay reparations on my soul?” e “Everyday”, cui viene aggiunta anche la timbrica calda e pastosa di David Barnes).

All’epoca, nel 1969, Gil aveva anche pubblicato un libro intitolato “The vulture” (cui farà seguito nel 1972 “The Nigger Factory”, una produzione letteraria precedente all’esperienza musicale che lo rende per certi versi più affine a Leonard Cohen, che a Bob Dylan cui spesso veniva accomunato…). Insomma, declamare i suoi testi sembrava dunque avere più a che fare con il reading di uno scrittore, che con l’opera di un musicista. Per fortuna, “Pieces of a man” nel 1971 metterà in chiaro come il ragazzo non fosse solo un lucido pensatore, appassionato e critico, ma anche un cantante sopraffino, avviando di fatto una delle carriere più felici della black music e non solo.

L’eco di “Small talk” in “I’m new here” diventa a posteriori quasi la chiusura di un cerchio, considerati i destini di questi due album che diverranno di fatto il primo e l’ultimo nella carriera di Gil.

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Interrogato sulla lavorazione dell’album, Russell usa la parola “spartano” a proposito della visione che ha ispirato il disco edito nel 2010: “La visione è stata influenzata dal primo disco di Gil, Small Talk at 125th and Lenox. La parola che ho usato all’inizio, e che Gil ha capito subito, è stata “spartano”. Significa semplice, spoglio, e che contiene solo gli elementi e i componenti essenziali. Ci siamo spesso riferiti a questa parola durante la registrazione. Facevo questa musica elettronica e poi gliene facevo ascoltare degli schizzi. Lui ne era entusiasta, ma mi incoraggiava sempre a mantenerla semplice e a mantenerla spoglia e questo è stato utilissimo”.

Ma cosa succede in questi ventinove leggendari minuti di musica?

Innanzitutto, che la voce profonda e vissuta di Gil fa da subito capolino in uno spoken adagiato su archi, flauti campionati e un senso di movimento dato dalla manipolazione ritmica di un bordone di tastiera. Il sample è ripreso da “Flashing Light” di Kanye West:

Kanye West - Flashing Lights ft. Dwele

Gil comincia dall’inizio e dunque, in “On coming from a Broken Home (Part 1)”, racconta della sua infanzia e della figura della nonna Lily Scott (“She had more than the five senses/ She knew more than books could teach/ And raised everyone she touched just a little bit higher/ And all around her there was a natural sense/ As though she sensed what the stars say, what the birds say What the wind and and the clouds say/ A sensual soul and self, that African sense/ And she raised me like she raised four of her own/And I was hurt and scared and shocked when Lily Scott left/ Suddenly one night/ And they sent a limousine from heaven to take her to God/If there is one/ So I knew she had gone/And I came from a broken home”), per poi risalire la corrente della cosiddetta black music e azzannare la giugulare dell’ascoltatore con una clamorosa versione del classico blues di Robert JohnsonMe and the Devil”. Interpretazione scura come la pece, adagiata su un doppio battito scheletrico, un clap hand campionato e che viene impreziosita dai drammatici overdubs di tastiere di un Damon Albarn sempre più buddy di Russell (due anni più tardi, i due riesumeranno un’altra star dimenticata del soul americano, Bobby Womack, dando alle stampe un altro capolavoro “The bravest man in the universe”):

Robert Johnson - Me And The Devil Blues With Lyrics

A testimoniare che la musica nera è parte di un unico grande folk americano ci pensa la terza traccia, in cui il blues notturno scolora in un tenue e delicatissimo folk suonato in fingerpicking. “I’m new here” è un meraviglioso brano intimista e cantautoriale (Non importa quanto hai sbagliato, puoi sempre voltarti… girati, girati, girati… potresti tornare al punto di partenza ed essere di nuovo qui) che si appropria (senza più restituire) di una canzone scritta da Bill Callahan e dallo stesso pubblicata nel 2005 nell’ultimo disco a nome (Smog)A river ain’t too much to love”:

In “Your Soul and Mine” riprendono i beat oscuri e vischiosi di Russell su cui Gil recita una poesia dall’attacco straordinario: “Standing in the ruins of another black man’s life/ Or flying through the valley separating day and night/ “I am death!” cried the vulture. “For the people of the light. (…) So if you see the vulture coming, flying circles in your mind/Remember there is no escaping for he will follow close behind/ Only promise me a battle, battle for your soul and mine”. Dopo il breve frammento parlato di “Parents (Interlude)”, arriva la terza cover del disco ed è la terza staffilata: “I’ll take care of you” è un brano del 1959, scritto da Brook Benton e inciso per la prima volta nel 1959 da Bobby Blend. Coverizzata da svariati musicisti, il pubblico rock è solito associare il pezzo al nome di Mark Lanegan che nel 1999 ne pubblicava una versione da brivido nell’omonima raccolta di cover:

Mark Lanegan - I'll Take Care Of You

La versione di Gil asciuga tutto all’osso, poggiando su un battito sordo e pochi, solenni accordi di piano. Un’interpretazione rauca che lascia drammaticamente scorgere tutta la consunzione della vita sbagliata in cui si è impelagato. Ai dodici secondi di “Being Blessed (Interlude)”, segue l’ennesimo spoken su fondale sintetico apparecchiato da Russell: in “Where Did the Night Go” il mattino coglie di sorpresa Gil, che resta a rimuginare su quello che avrebbe dovuto fare al posto di quello che ha fatto.

Dopo il breve campione di “I Was Guided (Interlude)” arriva il brano autografo “New York Is Killing Me” che parte con delle formicolanti percussioni che non possono non richiamare quelle di “Small Talk at 125th and Lenox”, cerca di svilupparsi armonicamente, ma finisce sempre per rintanarsi in un battito minimale e palingenetico. Negli anni d’oro sarebbe diventato un perfetto successo soul, qui si limita a essere un capolavoro destrutturato che lascia senza fiato anche per un testo in cui Gil racconta quanto vicino alla morte abbia vissuto negli ultimi anni (Yeah the doctors don’t know, but New York was killing me/ Yes, I was standing nearly dying here/ Seems like I need to start over/And move back home in Jackson, Tennessee/ Lord have mercy, mercy on me/ Tell him to bury my body back home in Jackson, Tennessee/Yeah Lord have mercy, have mercy on me/ Yeah I need to be back home, need to be back home/ Need to be back home, need to be back home/ Born in Chicago but I go home Tennessee/ Yeah I born in Chicago but I…):

Gil Scott-Heron - New York Is Killing Me

Certain Things (Interlude)” è un altro interludio che porta allo spoken di “Running” che prevede il “solito” tappeto elettronico di Russell, minimale ma ricchissimo, e quello che probabilmente è il testo più bello del disco. Vale la pena riproporlo nella sua interezza. Prendete e godetene:

Because I always feel like running, not away, because there is no such place

Because, if there was I would have found it by now

Because it’s easier to run, Easier than staying and finding out you’re the only one who didn’t run

Because running will be the way your life and mine will be described

As in “the long run”, or as in having given someone a “run for his money”, or as in “running out of time”

Because running makes me look like everyone else though I hope there will ever be cause for that

Because I will be running in the other direction

Not running for cover

Because if I knew where cover was I would stay there and never have to run for it

Not running for my life

Because I have to be running for something of more value

To be running and not in fear

Because the thing I fear cannot be escaped, eluded, avoided, hidden from, protected from, gotten away from

Not without showing the fear as I see it now

Because closer, clearer, no sir, nearer

Because you of you and because of that nice

That you quietly, quickly be causing

And because you’re going to see me run soon

And because you’re going to know why I’m running then

You’ll know then

Because I’m not going to tell you now

The Crutch” si nutre di un ronzare di synth e di un battito scarno che sa quando farsi sentire per enfatizzare un testo criptico e che ci conduce, dopo l’interludio di “I’ve Been Me (Interlude)”, al finale affidato alla seconda parte di “On Coming from a Broken Home” in cui Gil, tornando al racconto della propria vita, prova a tracciare un bilancio:

“I came from what they called “a broken home”, but they ever really called it “a house”

They would have known how wrong they were, we were working on our lives and our homes

Dealing with what we had, not what we didn’t have

My life has been guided by women, but because of them – I am a man

God bless you mama – and thank you”

Sono queste le parole con cui Gil Scott-Heron si congeda.

Il disco riscuote un successo immediato. Stavolta la rinascita sembra acclarata e Gil parte anche per una serie di concerti di grande successo.

Ma sbagliavamo tutti: non si trattava di rinascita, ma di testamento.

Nel 2011 il suo fisico debilitato cedeva e Gil se ne andava.

REMIXED

Passa solo un anno dall’uscita ufficiale di “I’m New Here”, che viene pubblicato “We’re New Here”, album di remix ad opera del britannico Jamie Smith, in arte Jamie xx, deus ex machina della band da cui prende il suo nome d’arte. Classe ‘88, Jamie è un produttore che gode di grande considerazione nella terra d’Albione, autore di numerosi remix per artisti come Radiohead, Adele, Florence + The Machine, nonché co-produttore dell’ottimo album “The xx”, datato 2009.

remixedTempi movimentati quelli in UK: erano gli anni di “The King of Limbs” dei Radiohead, della dubstep made in UK (Burial e Benga sono influenze fortissime nel lavoro di Jamie), mentre nel mondo spopolavano personaggi del calibro di Kanye West (nel 2010 autore del capolavoro “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”). Inoltre, ad aggiungere brio e complessità alla scena elettronica del tempo vi sono artisti del calibro di Grouper, Oneothrix Point Never, Fever Ray, Four Tet, amico personale di Jamie, nonché il ritorno sulle scene dei Massive Attack con “Heligoland”.

In un clima di fervore musicale simile, possono essere innumerevoli gli spunti per una reinterpretazione di un “instant classic” come “I’m New Here”: nell’opera di Jamie xx sono ravvisabili molte delle influenze prima descritte, dalla dubstep al breakbeat, ai ritmi più squisitamente hip-hop. Il lavoro inizia con la destrutturazione della title-track che, dopo una introduzione “acappella” di Gil, si produce in una cavalcata house, accompagnata da un coro di voci bianche, ed edulcorata con un vasto uso del “pitching”. I picchi dell’album vengono raggiunti con “Running”, “The Crutch” e “NY Is Killing Me”, in cui la voce di Scott-Heron si fonde con i breakbeat del tempo e con sonorità dubstep tipicamente britanniche. Ad esempio, questa ultima traccia viene trattata con un battito di synth luminoso, artificiale e asettico, quasi come fosse una superficie liscia su cui appoggiare la voce impolverata di Gil Scott-Heron. Il golden boy britannico utilizza diversi campioni della voce di Gil, molti dei quali rimasti fuori dal disco d’origine o in alcuni casi tratti da incisioni del periodo d’oro dell’artista afro-americano, creando così una contrapposizione tra i due Gil. Eppure qualcosa non torna….

Gil Scott-Heron and Jamie xx - 'NY Is Killing Me'

Va infatti notato come “I’m New Here”, sebbene si presti alle più svariate destrutturazioni e concezioni, finisce per fondersi davvero con la musica di Jamie xx solo nel momento in cui l’inglese esce dalla “comfort zone” rappresentata dalla house music e si tuffa nelle sconfinate lande della sperimentazione e in particolare quando comincia a tracciare collegamenti tra stili, generi ed epoche diverse. E’ un peccato che l’autore si sia palesemente contenuto nella stesura di molti dei remix, forse anche intimorito da una possibile accoglienza negativa a livello di critica e pubblico. Eppure alcune scelte, come ad esempio quella di non inserire uno dei brano più importanti come “Me and the devil” sembravano rivelare una buona personalità e autonomia di scelta. Ma a conti fatti, a nove anni dall’uscita, si può affermare che i brani più “piacioni” e “ordinari” siano proprio quelli che meno si sposano con l’opera di un pioniere come Scott-Heron. Il risultato di un lavoro così bipolare è ambiguo tanto quanto il suo background: per larghi tratti il disco non suona coeso, anzi, spesso la voce di Gil Scott-Heron, seppur destrutturata e decontestualizzata, non funge da collante e non ottiene l’effetto desiderato. Jamie, parlando degli obiettivi che si era posto nel remixare il lavoro, aveva affermato che la sua intenzione era quella di far suonare l’opera come “something you’d hear on pirate radio. You hear so many different genres, and it’s all so convoluted and mixed-up, but it makes sense when you turn on the station”.

Può dirsi che l’obiettivo sia stato raggiunto solo a metà.

REIMAGINED

Crediamo che quando Richard Russell ha deciso di proporre una versione re-immaginata di “I’m New Here” fosse ben conscio del rischio che stava correndo. Opere “ex-post” di questo tipo sono spesso divisive e in breve tempo si assiste allo scontro tra chi le elegge a priori come capolavori (che brillano magari di luce riflessa…) e chi invece invoca la lesa maestà. Inutile dire che anche la scelta del nome a cui affidare l’onere e l’onore non deve essere stata facile….

reimaginedMa probabilmente è stato proprio il nome alla fine individuato ad aver rincuorato Russell: Makaya McCraven non poteva che essere l’uomo giusto per questa operazione e ciò in forza ad almeno due buone ragioni. La prima riguarda la formazione “post-ideologica” del musicista, che appartiene a quella nuova generazione di jazzisti che, essendo cresciuti in un’epoca dove molti steccati culturali erano ormai caduti, riesce a integrare nella propria musica generi diversi e senza alcuna forzatura. La seconda e più importante ragione risiede nel fatto che McCraven era già abituato a re-immaginare la propria musica: nei suoi dischi infatti, sperimenta da tempo un procedimento di post-produzione ispirato a quello che il leggendario Teo Macero utilizzava con il Miles Davis “elettrico”, ovviamente aggiornandolo e avvalendosi della tecnologia oggi disponibile. La musica proposta nei suoi dischi è ricavata infatti dalla manipolazione digitale e dall’editing di spezzoni di session improvvisate che vanno a comporre il risultato che troviamo nei dischi.

Passando all’analisi del disco, sono due le caratteristiche che colpiscono sin dal primo ascolto e sono tra l’altro intimamente collegate fra loro: da un lato l’assoluta libertà che ha portato il disco ad avere musicalmente pochissimi punti di contatto con l’originale, dall’altro l’aver fatto della voce di Scott-Heron la stella polare del lavoro, al punto che può dirsi che l’intera opera di Makaya risulti costruita su di essa, al fine di farne risaltare la forza. Così facendo, McCraven schiva sia il rischio di un approccio troppo timido, ma anche l’accusa di mancanza di rispetto nei confronti dell’autore originale.

L’apertura, dopo un breve interludio, di “I’m new Here” è folgorante. Quello che originariamente era un brano per chitarra acustica e voce diventa una ballata jazzata con groove molto laid back sul quale giganteggia il parlato di Scott-Heron. Ma i colpi da maestro sono: un ritornello armonioso ricavato dalla breve parte cantata del brano originario, l’utilizzo di cori, vibrafoni e chitarre per rafforzare l’intensità e, infine, le cascate di note di arpa che donano un’atmosfera celestiale. Da brividi:

Gil Scott-Heron, Makaya McCraven - I'm New Here

Ritroviamo l’arpa nella delicata introduzione di “I’ll take care of you”, brano dove l’intento di McCraven di asservire la propria musica alla voce di Scott-Heron è ancora più evidente. Makaya infatti reimmagina il brano come un soul modernista, cosa che avviene anche nel breve frammento di “It can’t be real”. E’ interessante la scelta di non utilizzare in questi due brani un elemento classico del genere, ovvero i cori, ma di servirsi della stessa voce del cantante di Chicago raddoppiata. Questo stratagemma per rafforzare o echeggiare la voce originale viene utilizzato più volte nel disco con risultati decisamente interessanti.

Il terreno che McCraven utilizza più spesso per fornire la base giusta su cui far emergere la voce di Scott-Heron, è però quello del groove. Si passa dal funky ipnotico e cibernetico di “Running” a quello elastico e jazzato della paranoica “People of The light”, dove Scott Heron fa virtualmente coppia con un sax obliquo e disturbato. Ci sono poi il groove ossessivo e rockeggiante di “The Crutch” e quello blueseggiante di “Me and the devil”, con un contagioso riff della sezione fiati e un trascinante assolo di chitarra di Jeff Parker.

Non poteva mancare il jazz che, oltre che negli interludi, appare soprattutto in “New York is Killing me”, una melodia blues trasformata in maniera efficacissima in un bollente hard bop con piano alla McCoy Tyner, percussioni latine e coro gospel.

Infine va citata “Where did the night go?”, come traccia esemplificativa della strategia alla base del disco. Il brano è uno spoken word diviso in due parti: la prima è costruita su uno svolazzo di flauto campionato, note di contrabbasso e tocchi di piatti sparsi, poi entra la batteria con un ritmo essenziale e ripetitivo e lo svolazzo di flauto diventa ossessivo per sottolineare la voce di Gil che ripete continuamente e con effetto onirico, “The sky is dark/I think it may rain/The sky is dark/Oh God I must be dreaming”.

In conclusione, può dirsi che la scelta di Russell si sia rivelata certamente azzeccata. A fronte di un compito quasi improbo, McCraven ha consegnato un lavoro valido e personale, che – tornando alla nostra introduzione – coglie appieno lo spirito del progetto: quello di non appropriarsi dell’opera, ma piuttosto di mettersi al servizio di quel gigante che è stato Gil Scott-Heron.

FINALE

E adesso, prima di mettere su una delle tre versioni di questo standard moderno, vi suggeriamo di fare una cosa per il vecchio Gil… Seguite alla lettera le istruzioni da lui fornite nel booklet di “I’m New Here” per un ascolto UNDER OPTIMUM CONDITIONS:

Not in your car or on a portable player through a headset.

Take it home.

Get rid of all distractions (even her or him).

Turn off your cell phone.

Turn off everything that rings or beeps or rattles or whistles.

Make yourself comfortable.

Play your CD.

LISTEN all the way through.

Think about what you got.

Think about who would appreciate this investment.

Decide if there is someone to share this with.

Turn it on again.

Enjoy Yourself.

Gil Scott-Heron