Francamente non so se ancora oggi chi avesse la ventura di recarsi presso il porto di Brighton potrebbe ancora imbattersi in un Piotr Fijalkowski intento a vendere libri usati su una bancarella allestita proprio di fronte al molo.

Se non facciamo caso al vento gelido che soffia sul mare del nord e l’umidità che probabilmente sta uccidendo il vecchio Piotr, quello che avremmo davanti sarebbe davvero uno spettacolo a dir poco singolare: un vecchio cantante di pop britannico, dimenticato dai più e superato dalla storia, che chissà come si ritrova a vendere libri usati di fronte al mare…

Magari sono io, ma mi sembra un’immagine davvero poetica. Di quelle su cui magari finisci per imbastire arbitrarie costruzioni estetiche o intravedere inesistenti significati nascosti. Insomma, le stesse operazioni che si è soliti compiere in relazione alle canzoni pop, nel momento in cui diventano parte rilevante della propria vita. Ad esempio, sarebbe facile vedere un certo parallelismo tra questi libri di seconda mano (cause perse, orfani scacciati dalle case dei padroni) e la carriera di Piotr che da tempo sembra non conoscere più alcun padrone.

Dopotutto, la risacca del pop lascia da sempre sul bagnasciuga parecchi gioielli e occorre aguzzare occhi e orecchie se non si vuole che se ne perdano del tutto le tracce.

Di vendere libri usati, ad esempio, Piotr ne ha fatto quasi una questione di principio, cominciando ad andare in giro con conferenze in cui si dava conto di quali tesori vi si riesce a trovare in mezzo. Paccottiglia che sembra inutile, ma che invece possiede un valore inestimabile nel senso che non è proprio possibile stimarlo secondo moneta corrente. Roba come vecchie liste della spesa, fotografie sbiadite, lettere mai spedite: gli si farebbe un torto ad applicargli sopra un cartellino con il prezzo. Che poi è il torto che si farebbe allo stesso Piotr… Uno il cui valore ha finito per essere difficile da misurare.

Ma andiamo con ordine.

Il nome di Piotr Fijalkowski, cittadinanza inglese, nato da famiglia d’origine polacca l’11 dicembre del 1968, è inevitabilmente legato agli Adorable. Una band di culto, da molti dimenticata, ma che vive ancora nei ricordi di chi c’era e grazie alla presenza fissa in tutte le classifiche che si propongono di elencare “i migliori dischi di shoegaze”, zona d’ombra del rock britannico situata tra i rutilanti anni ottanta e l’esplosione brit dei novanta. Tra questi due estremi, era sorto infatti un plotone di rocker-antidivi che per lo più fissava i pedali dei propri effetti per chitarra, ma che recuperava un po’ di quella fisicità che il rock aveva perso nel momento in cui si era consegnato alle tastiere.

Dall’epoca, gli Adorable vengono inseriti in questa scena con disappunto degli stessi, che hanno sempre preso le distanze dal movimento, inaugurando una certa attitudine a non allinearsi che ne ha da subito caratterizzato la breve vita.

Piotr è originario del Surrey, ma è cresciuto a Coventry che è una città ubicata nelle West Midlands inglesi. Dista un po’ di chilometri da Londra (circa centocinquanta), ma non abbastanza da non consentire a Piotr di cominciare a fare la spola verso la capitale, in cerca di occasioni per poter mostrare le proprie doti.

La prima esperienza in una band si consuma con i Bublegum Flesh (divenuti poi The Fuzzyfelts), gruppo che dal marzo del 1988 all’aprile 1989 prova a calcare i palchi, potendo contare sul basso di Piotr, la voce di tale Wil Superstar (che della rockstar possiede giusto l’enfasi sul nome), la batteria di Matt Crane (amico di Coventry, passato alla storia più per il morbido ciuffo e il senso dell’umorismo che per la capacità di tenere il tempo) e infine Louise, fidanzata di Wil e accreditata al “tamburello e ai sorrisi”. Insomma, si tratta di una nota a piè pagina che serve giusto per spezzare il ghiaccio e far prendere confidenza con il palco.

Quando successivamente il giovane Piotr decide di alzare il livello e formare un altro gruppo, che prenderà il nome di The Candy Thieves, non solo ha lasciato il basso in favore della chitarra, ma ha cominciato anche a scrivere e cantare delle canzoni. Accanto a lui l’amico Wayne Peters che vanterebbe qualche esperienza in più al microfono, ma che per l’occasione vuole dedicarsi alla chitarra anche perché Pete non è certo un fulmine sulla sei corde. Piotr dunque comincia a cantare o meglio a bofonchiare, timido, melodie che scimmiottano i pastelli pop di Pastels e Primitives. Accanto a Wayne e Pete, trovano posto rispettivamente al basso e alla batteria “i due Simon”. Nel senso letterale di due ragazzi che si chiamano Simon e che non passeranno alla storia per meriti musicali: il primo perché piuttosto belloccio e capace di attirare un sacco di ragazze ai concerti, il secondo (Simon Harper) perché molla la formazione praticamente subito per dedicarsi ad altri progetti. E così per sostituire Simon & Simon ecco che arrivano due ragazzi di cui stavolta occorre segnare il nome, visto che torneranno anche negli Adorable: Wil (vero nome Stephen Williams) al basso e Kevin Gritton alla batteria.

Pete a questo giro si impegna sul serio, comincia ad affinare la propria penna al punto che alcuni classici degli Adorable come ”Homeboy”, “I’ll be your Saint” e “Pilot” sono già presenti in versioni non troppo dissimili da quelle che ritroveremo negli Adorable, magari solo con un sound più wave e meno rumoroso.

Alla fine della storia i Candy Thieves lasciano solo alcuni demo, pubblicati in cassette o sette pollici (“Head Inside”, “Lush”, “Homeboy/Underwater” e “Blow”), una serie di concerti che si fanno apprezzare anche dalla stampa e l’interessamento di alcune etichette tra cui nientemeno che la Rough Trade. Ciononostante, Wayne Peters decide di lasciare il gruppo, stanco del suo girare a vuoto. In breve, la formazione ha un nuovo nome (secondo Pete “The Candy Thieves” è ormai bruciato e bisogna trovarne uno meno wave e più al passo con i tempi) e un nuovo chitarrista che di nome fa Robert Dillam.

Signori, ecco a voi gli Adorable!

ADORABLE

Ve lo immaginate uno che si chiama Piotr Fijalkowski diventare una rockstar?

Uno che peraltro non si da nemmeno il disturbo di cercarsi uno pseudonimo più semplice e efficace per cercare di essere ricordato?

E ancora: vogliamo parlare di quelle giacchette bianche che indossava nei video? Difficile potessero aiutare…

Così come non lo faceva quella faccia da cane bastonato, stropicciata e sorniona, al massimo strafottente, ma non certo bella in un’Inghilterra popolata da visi angelici come quelli di Morrissey, dei Fratelli Reid, dei Ride e persino di Kevin Shields.

E’ pur vero però che il ragazzo ha altri assi nella manica. Qualcosa nella voce, differente dal cantato esangue che sta conquistando l’Inghilterra, dotata piuttosto di una pasta più scura e arrabbiata (impressione mia, magari… ma mi è sempre sembrata simile a quella che Greg Dulli stava utilizzando al tempo per mescolare, nei suoi Afghan Whigs, garage rock e soul).

Ma soprattutto, rispetto alla media dei colleghi, Pete è molto più rock. Se ne accorge Alan McGee che lo mette sotto contratto e che avrà a paragonarlo (magari esagerando…) addirittura a Iggy Pop, prima di disinteressarsene del tutto e ritornare alle proprie occupazioni del tempo: sballare con Bobbie Gillespie, procurarsi donne e droga, evitare che i conti di “Loveless” mandino definitivamente a puttane il bilancio della sua etichetta. Parliamo ovviamente della Creation, label cardine del rock britannico a cavallo tra ottanta e novanta, cui dobbiamo i primi carbonari singoli dei Jesus and Mary Chain, ma anche i numeri milionari degli Oasis, passando per My Bloody Valentine, Primal Screams, Teenage Funclub, Ride e House of Love. Il rapporto con la Creation per gli Adorable sarà sempre difficile (pensate che il primo disco avrebbe dovuto chiamarsi “Against Creation”), mentre quello con la SBK, l’etichetta americana, oscillerà tra l’inesistente e l’incomprensione.

Eppure è la Creation a pubblicare i primi tre fenomenali singoli del gruppo. Stiamo parlando di “Sunshine Smile“, “I’ll Be Your Saint” e “Homeboy“. I primi due in realtà usciti (assieme al futuro classico “Breathless”) in un 12” che i ragazzi avevano fatto girare, in cerca di un’etichetta. Se ne accorge il New Musical Express che recensisce ottimamente con il risultato che, complice anche la partecipazione alla serata “NME On For 92” (che a detta di Pete va alla grande: “Quando siamo usciti sapevo che se non avessimo ottenuto un contratto discografico quella sera, non l’avremmo mai fatto…”), il nome degli Adorable comincia a ingolosire varie etichette tra cui la solita Rough Trade, ma soprattutto la Food Records (che a breve metterà a segno il colpaccio dei Blur) e, appunto, la Creation, che alla fine dunque la spunta e pubblica il primo singolo “Sunshine Smile”.

Immaginate una qualunque canzone inglese incisa lungo la strada che collega la C86 agli attuali cofanetti della Cherry Red, ecco: “Sunshine Smile” di quella maniera di mettere insieme chitarre e melodie, lasciando sbavature rumorose, costituisce semplicemente uno degli esempi migliori, nonché epitome e paradigma.

Adorable - Sunshine Smile

Una simile meraviglia non passa certo inosservata e diventa singolo della settimana per il NME e si piazza fino al numero 1 nelle classifiche indie, stazionando per tre settimane nella top 100 delle classifiche nazionali. Per fortuna i ragazzi ancora non lo sanno, ma – quantomeno dal punto di vista del successo commerciale – quello sarà il loro picco: da lì in poi sarà tutta una discesa.

E infatti già il secondo singolo “I’ll be your saint”, nonostante non tema il confronto con “Sunshine Smile” e possa vantare due lati B fenomenali (“Selfimperfectionist” e “Summerside”) non riesce ad alzare le aspettative. Si comincia piuttosto a scatenare una certa reazione avversa nella stampa di settore che vede nel titolo la stessa boriosa presunzione che fu invece perdonata agli Stone Roses di “I wanna be adored” e “I am resurrection” (se solo avessero saputo che il primo nome preso in considerazione dalla band, invece di Adorable, era stato un più perentorio Adored…). Le (poche) interviste di Piotr poi non aiutano: atteggiamento scostante e rifiuto infastidito di essere associato alla scena shoegaze. Nasce la fama degli Adorable come “la band che ami odiare” per citare un tragico-comico strillo pubblicitario che l’etichetta americana della band, la SBK, conierà per promuovere all’insaputa della band stessa il tour statunitense che verrà da lì a poco. Intorno al gruppo dunque il clima non si fa favorevole, al punto che il terzo singolo, intitolato “Homeboy”, che del trittico sarebbe pure quello con più carte in regola per diventare una hit va piuttosto male.

Adorable - Homeboy

Per fortuna arrivano il quarto singolo “Sistine Chapel Ceiling” (eletto nuovamente singolo della settimana per NME) e soprattutto il tanto atteso primo album: è il 1993 e la Creation pubblica “Against Perfection”.

Di “Against perfection” si possono dire molte cose, ma quella più intrigante rimane forse quella di considerare il disco come una “celebrazione dell’imperfetto, perché sono i difetti che rendono umani e danno carattere”. Parole pronunciate da Piotr a proposito del titolo scelto per un disco che, se forse non raggiunge davvero la perfezione, perfettamente si presta a divenire tesoro nascosto (avendo mancato clamorosamente la storia maggiore del rock), nonché disco della vita per tutti quelli che amano la bellezza di ciò che poteva essere e non è stato.

Glorious” ne rappresenta l’intro perfetto, celebrando la giovinezza e l’ebbra arroganza data dalla possibilità, ancora intonsa, di vivere la vita con tutte le alternative ancora a disposizione:

I don’t want you to share your knowledge out and the feeling’s called glorious.

Adorable - Glorious

Trovatemi poi un altro disco che nel primo brano celebra le possibilità della giovinezza e subito nel secondo la bellezza del fallimento. Cosa che fa “Favourite Fallen Idol”, staffilata punk con finale noise per chitarre rovinate e un Piotr che, ammettendo la propria fascinazione per la sconfitta, alimenta un atteggiamento che non può che portare (profezia che si auto-avvera) al fallimento stesso.

La carriera degli Adorable e forse la vita intera di Piotr sta racchiusa tutta in queste due canzoni: il rock n’ roll, la giovinezza e la consapevolezza di essere destinati a fallire, perché è quello che si vuole davvero.

When I fail, I want to fail completely”/ “I’m only falling now just to entertain you, I’m only failing here, because there’s little else to do”.

Il resto del programma regala brividi assoluti come “A to fade” in cui Piotr cerca dichiaratamente di riscrivere “Cattle and Cane” dei Go-Betweens, finendo per creare una meraviglia sospesa che immortala il senso di perdita di un ricordo che sfuma via: se vogliamo i Cure irrobustiti dalle chitarre shoegaze.

Segue “I know you too well” mid tempo pop dal ritornello molto Smithsiano, che consolida il rapporto scostante con il pubblico, mettendone alla berlina l’abitudine a imitare i propri idoli come fossero guru.

Dei tre singoli che hanno anticipato il disco, “Against Perfection” si permette di rinunciare ai primi due, ma non al terzo e così “Homeboy” viene piazzata al centro della scaletta con la sua dinamica forte/piano di cui i Pixies sono stati profeti. Gli va dietro “Sistine Chapel Ceiling”, pubblicato come singolo nonostante non abbia nessun ritornello, ma che funziona lo stesso grazie alle chitarre avvolgenti di Gritton e a una interpretazione di Piotr dapprima insinuante e infine esplosiva nel finale urlato di “Up on the ceiling I’m going!”. Di “Cut # 2” colpisce l’interazione delle chitarre, con Robert e Piotr che illustrano meglio di tante parole cosa si intendeva all’epoca per shoegazing (non fosse per le urla dannatamente rock di Piotr che entrano proprio nel momento di maggiore sospensione: eccola qua la vera differenza fra l’esangue shoegaze e la potenza rock n’ roll degli Adorable).

Dopo due numeri di livello come “Crash Sight” e “Still Life”, si arriva al finale di “Breathless” (già presente nel primo singolo white label che la band aveva fatto girare tra etichette e riviste) che richiama alla memoria le fragilità eteree, ma sempre materiche dei maestri Breathless (la band) e che rappresenta, checchè ne dica Piotr, uno dei capolavori dello shoegaze.

Nonostante gli screzi tra la Creation e la Sbk non creino la giusta atmosfera, il tour che segue la pubblicazione del disco si rivela un piccolo trionfo, toccando oltre l’Europa anche America, Australia e Giappone. Una volta scesi dal palco però i ragazzi hanno come la sensazione che, nonostante con “Against perfection” si siano espressi al massimo delle loro potenzialità, stiano in realtà rimanendo al palo: gente come Suede ad esempio catalizza tutta l’attenzione dei media, mentre di loro praticamente non si parla quasi più. Non resta che dedicarsi a un secondo disco che possa spazzare ogni dubbio su chi sia il cavallo vincente su cui puntare.

Disco che arriva puntuale nel 1994, si intitola “Fake” e no, non va bene per niente, al punto che la Storia negherà alla band persino l’esame del “difficile terzo album”.

Eppure “Fake” è un disco che, se non regge il paragone con “Against perfection”, rappresenta ancora oggi un ascolto notevole, magari discontinuo, ma comunque capace di confermare quali fossero le potenzialità della band. Se l’incipit di “Feed me” si pone in continuità con il lavoro precedente, rappresentando un po’ una “Glorious” minore, il resto della scaletta sembra volersi definitivamente scrollare di dosso l’etichetta shoegaze, in favore di certo stadium rock, quando ancora il genere non era stato (del tutto) sputtanato. Purtroppo i nostri sbagliano il singolo di partenza “Kangaroo Court” ed è in canzoni insicure nella direzione da prendere come “Radiodays” che svelano il loro vero destino:

Blinded by my own beauty/ Of course I did, but then that’s my prerogative/ If it’s all the same to you/ I’m gonna do what I want to do/ I’m gonna crash my car/ My way/I’m gonna crash my car To my tune.

Eppure Ritornelli ficcanti come quelli di “Vendetta” e “Submarine”, midtempo come “Lettergo” (che contiene una delle migliori scansioni armoniche di Piotr), delicatezze come “Man in a Suitcase” avrebbero meritato ben altri numeri e clamore, ma forse è andata meglio così e oggi raccontiamo di una cult band, piuttosto di un gruppo che si è sputtanato in un campionato per il quale non aveva il pelo sullo stomaco per reggere.

E così “Fake” da disco di transizione diventa pietra tombale della band. Lo shoegaze è finito e gli Adorable non riescono a prendere né la corriera per il brit-pop, né quella del rock da stadio il cui testimone passerà dagli U2 ai Radiohead per finire nelle mani dei Coldplay.

Si, decisamente meglio così.

Postilla:

Il finale della band non può essere più amaro con la band scaricata dalla Creation, in ragione delle scarse vendite, che riceve la notizia al termine di un concerto e proprio quando la band di apertura del loro show, i 60 Foot Dolls, hanno appena ricevuto la notizia di essere stati messi sotto contratto: si finisce per brindare con champagne alla loro ascesa, mentre gli Adorable concludono la propria carriera ubriachi e perdenti.

POLAK

Dopo la storia degli Adorable, Piotr è ufficialmente un reduce, uno che non ce l’ha fatta.

Ma sembra stranamente sollevato dalla faccenda: l’ultimo anno con gli Adorable è stato teso e la magia e la voglia di fare musica sembrava irrimediabilmente perduta. Passeranno due anni per la formazione del progetto successivo e ben sei per la pubblicazione del primo disco. Piotr, che adesso comincia a farsi chiamare Pete, non ha più voglia di tensioni e decide di ripartire con calma. Prima si mette a suonare le tastiere in un duo formato assieme a un amico. Il progetto avrebbe dovuto chiamarsi Casino ed essere una cosa a metà tra i Pet Shop Boys e gli Sparks (ma senza baffetti da Hitler). La cosa non va e Pete torna alle chitarre e si rivolge al fratello Krzys con cui non aveva mai collaborato se non per qualche live all’epoca dei Candy Thieves, quando il fratello sostituiva le assenze di Wayne Peters. Eppure Krzys è un musicista che vanta una certa esperienza, avendo militato per alcuni anni anche nei Bardots, band che aveva pubblicato due dischi per la Cheree (“Eye-Baby” del 1992 e “V-Neck” nel 1995: almeno il primo è un gioiellino da ripescare) ed era guidata dalla voce di Simon Dunford. E’ proprio da Simon Dunford e da Krzys Fijalkowski, che Pete decide di ripartire. Durante una discussione al pub, Pete e Krzys buttano lì l’idea di quello che presto diventeranno i Polak: nome che allude alle origini della famiglia Fijalkowski e che vede in organico i due fratelli, oltre a Simon Dunford alle tastiere e a una sezione ritmica costituita da Bob Brown al basso e Chris Parsons alla batteria, cui si aggiunge alle tastiere anche Matthew Sigley.

Il gruppo decide di prendersela comoda: per tutto il 1998 e il 1999 pubblica diversi singoli poi raccolti nella compilation “3x3” che allinea i nove brani contenuti nei singoli, fra cui il primo composto dalla band “Not listening”, “Impossible” che verrà ripresa nel debutto e la cover di “Goodbye Joe” da “Strange Boutique” dei Monochrome Set.

Nel mettere in fila i vari singoli, la raccolta mette in luce quella che sarà la cifra del gruppo nella sua breve vita: se si eccettuano le chitarre sostenute di “2 Minutes 45” che sembrano riprendere da dove gli Adorable avevano finito e le tempeste chitarristiche presenti nel finale di “Last orders”, assistiamo a un suono che si appoggia per lo più su acustiche arpeggiate, pattern pianistici e tastiere che donano ariosità alle melodie imbastite da Pete. Non mancano come in “I’ll lie to you” soluzioni più ricercate con arpeggi tremolanti, batterie elettroniche quasi hip hop, bassi profondi e loop di piano, campionamenti di fiati innestati chirurgicamente e chitarre elettriche che irrompono rock in un contesto elettro. Ma su tutto svetta la voce di Pete che è diventata più calda, grazie anche a melodie che ne enfatizzano un tono confidenziale che i fan degli Adorable probabilmente mai gli avrebbero attribuito.

I singoli vanno bene e vengono apprezzati dai tipi della One Little Indian che mettono sotto contratto la band e producono il primo album “Swansongs”.

Il contingente si è spostato a Brighton, dove risiedono Bob Brown e Chris Parsons: i fratelli Fujalkowsky si godono la nuova vita in città, in compagnia di quello che è più un gruppo di amici che una congrega di colleghi musicisti. I giorni delle tensioni degli Adorable e della smania di ottenere interviste e copertine sulla stampa sembrano un ricordo lontano: c’è solo voglia di stare assieme e di suonare le canzoni di Pete, che per l’occasione ne scrive alcune delle sue migliori.

La via della musica è piena di classici mancati e allora ecco che “Tracer” è la più bella canzone che non avete mai sentito: un canto d’amore, assoluto, che strazia il cuore

mentre “Impossibile”, già pubblicata come singolo, si stenta a credere abbia raggiunto solo la 110esima posizione delle classifiche indie.

Ma d’altronde i Polak suonano come dovrebbe fare la vita quando ci si scrolla di dosso ogni aspettativa e si gode soltanto dei singoli momenti.

Swansongs” dunque non cerca di strafare, ma allinea semplicemente delle belle canzoni che possono contare su una scrittura superiore alla media con tutti i ritornelli e i bridge posizionati al posto giusto, arrangiate con gusto notevole e un suono originale, pur nel suo percorrere strade già battute.

E su tutto Pete: la voce e le melodie, certo, ma anche il notevole lavoro come produttore del disco che può vantare dei suoni molto curati, una buona gestione delle parti elettroniche, delle dinamiche ritmiche e dei crescendo che servono a enfatizzare i ritornelli.

Il budget della band è piuttosto limitato e il disco viene registrato di notte, quando nessuno vuole utilizzare la sala e precisamente, nelle parole di Pete: “si inizia quando i pub chiudono e si finisce quando aprono i caffè di prima mattina, sussultando alla vista del sole delle sei che segnala che è ora di strisciare verso casa, superando i lavapiedi, i lattai e gli ubriachi”.

Se di “Tracer” e “Impossible” vi ho già detto, di “Nobody’s Cowboy Song” segnalo il bel riff rock con un hammond a dare un sapore americano, di “Gutter Song” la sinuosità del ritornello doppiato dai cori e di “Love In Reverse” il duetto con Ruth Calder, nonché la splendida produzione sospesa tra un arpeggio onirico e una tastiera wah.

Insomma, tutto già visto e sentito, ma bello. Chiaramente, il mondo non se ne accorge: il pop inglese nel frattempo ha abbandonato l’euforia brit-pop, si è innamorata dei Radiohead e insegue qualunque band presenti un cantante dalla voce in falsetto da mandare negli stadi (ci riusciranno soprattutto Muse e Coldplay).

Passano due anni e i Polak ritornano con “Rubbernecking” pubblicato nell’agosto del 2002 dalla One Little Indian. Ed è un secondo centro, almeno per chi considera “Swansongs” un bersaglio colpito. Il disco passa se possibile ancora più inosservato del suo predecessore: viene a stento recensito e non da tutti. Nella formazione si registra un avvicendamento: Matthew Sigley sostituisce Simon Dunfold, ma la formula non subisce grossi scossoni… Sembra solo che Pete a questo giro si sia divertito meno a produrre il disco, rinunciando a quella curiosità verso le possibilità offerte dallo studio che aveva reso frizzante “Swansong”.

Una ecletticità che viene comunque recuperata in episodi come “Payback”, “Dumbstruck” o nel singolo “Joyrider” che, pur incastonando una pregevole melodia tra le chitarre elettriche, non credo abbia ottenuto certo molti passaggi radiofonici, così come l’apertura affidata all’ottimo uno-due iniziale “Don’t Wake Me”/“Love Lies”.

Il resto del programma, pur rimanendo di livello alto soprattutto in fase di scrittura (credo che Pete non riuscirebbe a scrivere una brutta canzone neanche se ci provasse…) mostra il leader troppo ripiegato sulla gestione della canzone e meno curioso di girarci attorno.

Pete all’uscita del primo disco si augurava che i Polak continuassero fino al punto di diventare una band di dinosauri… di quelli di cui il pubblico dice “avrebbero dovuto rinunciare anni fa“. Ma come spesso capita a questo ragazzo dal nome impronunciabile, tutto finisce e lo fa quasi sempre all’alba con la luce del giorno che si porta via la magia della notte, delle chiacchiere e della musica. Krzys molla, resterebbero solo Bob Brown e Chris Parsons (i vari tastieristi li hanno via via persi per strada: Simon Dunford, Matthew Sigley, Richard Brincklow), ma Pete decide di mollare anche se la One Little Indian ha offerto loro la possibilità di incidere un terzo disco. La prospettiva dei guadagni è tale da consigliare ai superstiti di dedicarsi ad altro e così: Krzys torna a insegnare Storia a scuola, Bob a occuparsi di grafica e Chris Parsons a fare il giardiniere.

Pete dal canto suo si allontana dagli studi di registrazione, riprende a vivere la propria vita che contempla, tra le altre cose, anche la vendita di libri usati sul molo di Brighton. Gli restano i tour e un piccolo traguardo: non solo questa volta è riuscito a pubblicare un secondo disco che lo soddisfa pienamente, ma se dovesse indicare il suo disco preferito dei quattro che ha inciso sceglierebbe proprio “Rubbernecking”.

PETE FIJ & TERRY BICKERS

Passano quattro anni e solo nel 2006 Pete comincia a pensare a incidere nuovamente qualcosa. Ha scritto alcune nuove canzoni e si è riappropriato di alcune pagine del proprio passato da rileggere in chiave acustica. Finisce per registrare un piccolo disco privato che sa di album di fotografie, del quale non avverte nemmeno la necessità della pubblicazione. Questo almeno fino a quando non incontra Terry Bickers, chitarrista storico degli House of Love, nonchè titolare dei Levitation, band psichedelica formata assieme a Laurence O’Keefe dei Jazz Butcher e Christian Hayes dei Cardiacs. Chitarra eclettica, Johnny Marr mancato, quantomeno a livello di fama, Bickers è un chitarrista formidabile, quintessenzialmente britannico della stessa stirpe di John Squire degli Stone Roses o di Bernard Butler dei Suede.

E’ il 2014 quando Pete Fij (adesso ha preso a farsi chiamare così) e Terry Bickers ‎pubblicano “Broken Heart Surgery”. Musicalmente Pete riprende da dove aveva lasciato con i Polak: si tratta di suonare le sue canzoni che parlano sempre più di “love, loss and loneliness” ma stavolta senza avere una band di supporto, contando solo sulla propria voce e sugli intarsi e i ricami chitarristici di Terry Bickers. Il canovaccio dunque è quello di Pete alla acustica, con Terry che su una elettroacustica ricama arpeggi e piccoli soli ispirati. Non mancano tastiere e anche delle (sporadiche) batterie, ma l’atmosfera rimane quella descritta dal duo stesso: “i Velvet Underground, Johnny Cash e gli Everly Brothers che si esibiscono alle quattro del mattino, cercando di non svegliare i vicini di casa”. In tale economia di mezzi finisce che a fare la differenza sono i dettagli e così ad esempio i falsetti striduli di “Betty Ford” che duettano all’unisono con i break saturi della chitarra di Terry

Pete Fij / Terry Bickers - Betty Ford

la penna ispiratissima di Pete in “Downsizing” su cui Terry piazza ricami simili a quelli che addobbavano le domeniche mattine dei Velvet; la coralità sommessa del ritornello di “Sound Of Love” e l’armonica che si staglia sull’intreccio di chitarre che divide in due “Breaking Up”; la chitarra twang e tremolante che detta i tempi ed enfatizza la drammatica delicatezza di “Parallel girl”; la moviola che avvolge la loureediana “Satellite of love” riscritta per l’occasione con il titolo di “Gravity”, fino a giungere a “I Don’t Give A Shit” che era stato il primo brano pubblicato dal duo e che si avvale anche della partecipazione vocale di Terry.

Accanto all’uscita del disco, Pete si concede il lusso di pubblicare – sempre nel 2014 – quello che era stato il prequel del disco con Terry ovvero quel disco solista, acustico e solitario, che aveva finito per abbandonare. Lo vende sul suo bandcamp in copie numerate e autografate e forse se vi sbrigate qualche copia è pure rimasta, io vi consiglio di farlo vostro, se non altro per una “Rehab” che altro non è che la prima versione di “Betty Ford”, per il classico degli Adorable “Homeboy”, rifatto in chiave acustica, per le cover di “Love Vigilantes” dei New Order di “Lovelife” e di “Til I get it right” della cantante country Tammy Wynette o per risentire alcune perle del disco con Bickers in versione ancora più intima come la splendida “Parallel” o la maggiormente blueseggiante “Gravity”. Insomma, il classico disco che ti da la sensazione di trovarti nella stessa stanza del cantante, mentre sta provando le sue ultime composizioni.

Il sodalizio con Terry Bickers si rinnova tre anni dopo, nel 2017, quando per la Broadcast Recording viene pubblicato “We are millionaires”. Il disco prosegue sulla scia del precedente e non apporta cambiamenti alla formula, a partire dall’iniziale “Let’s Get Lost Together” che vede Terry comparire anche alla voce, passando per canzoni che sembrano esistere da sempre come “If The World Is All We Have”, “We Are Millionaires”, “Maria Celeste” o la conclusiva “Sometime Soon”.

Pete Fij / Terry Bickers - If The World Is All We Have

Canzoni che ricercano l’incanto reverberato ed avvolgente e si colorano di sfumature sempre più retrò, vergate da un autore che scrive con la naturalezza di chi ha ormai acquisito definitivamente il mestiere di coniugare al meglio musiche e parole.

Canzoni che dimostrano come Pete abbia ormai una statura di classico … solo che nessuno se n’è mai accorto.

Si tratta dunque di due dischi piccoli piccoli, suonati tutti a un passo dal silenzio. Impossibile accorgersi di loro nel frastuono del nostro quotidiano.

FINALE

Nel febbraio del 2019, Pete pubblica una nuova canzone in occasione di un tour europeo condotto tutto in solitaria. Si intitola “Sci Fi Siren” e si avvale di poco, pochissimo: un tappeto di batteria giocattolo, qualche chitarra tremolante, un paio di sovrapposizioni della voce e il gioco è fatto. Sulla bellezza della melodia, d’altronde non c’è da avere dubbi.

PETE FIJ 'Sci Fi Siren'

Pete ha annunciato tour e singolo con queste parole:

Per celebrare i miei 50 anni su questa terra e prima che arrivi la calamità chiamata Brexit, preparo le mie borse e andrò in tour in Europa e nel Regno Unito, suonando canzoni dal mio vecchio catalogo di più di venticinque anni, raccontando le storie riguardo a queste e alla mia vita.

Oltre a questo tour in solitaria, Pete trova anche il tempo di riunire per alcune date nientemeno che gli Adorable, con cui consuma alcuni furiosi show, dove dimostra di essere ancora in grado di poter domare il rumore.

La storia per il momento si conclude qui ed è bello sapere che Pete va ancora in giro con la stessa giacchettina bianca che vedevamo nel video di “Sunshine smile” e che indossa anche nel video dell’ultimo solitario singolo del 2019.

E’ bello sapere che la musica va avanti, nonostante tutto, incurante del mercato, dell’hype e del clamore.

Che, nonostante tutto, riesce a sopravvivere nella memoria, nell’affetto e nel talento.