Lo dico subito a scanso di equivoci: sono un sufjaniano di ferro, anzi – visto l’alone religioso che lo circonda e il nome mistico che si porta addosso – posso dire di essere uno di coloro che “porta la spada”.

Ma a differenza di parecchi convertiti sulla via di Damasco, le illuminazioni che Sufjan Stevens mi ha regalato nel corso degli anni non si limitano a un unico epifanico episodio: potrei citare il momento in cui sentii per la prima volte le delicate note di piano del primo brano di “Illinoise” trasformarsi in un tripudio bandistico orchestrale in tempi dispari per morire nell’implosione definitiva di “John Wayne Gacy Jr.” oppure raccontarvi di quel natale indimenticabile in cui a farmi compagnia non fu “Bianco Natal” ma la filastrocca lussureggiante con fiati alla Steve Reich di “Put your lights on the tree”. Oppure, ancora, il collasso da shock per ipertrofia sonora causato da “Age Of Adz” o le lacrime che mi hanno colto inerme all’ascolto di “Death with dignity”.

Per onestà occorre anche dire che di Stevens ho anche dimenticato parecchie altre cose e mi riferisco a quelle pubblicazioni secondarie che costellano la sua discografia; che siano vezzi e facezie, prove generali per mantenere il proprio stile vitale o semplicemente momenti di calo di ispirazione, questi episodi dimostrano però come l’artista, newyorchese di adozione, abbia nella non linearità e nell’incostanza un tratto distintivo.

In particolare a un primo decennio del nuovo secolo che ha visto una entusiasmante esplosione creativa ha fatto seguito una decade nella quale le pubblicazioni si sono diradate, mentre sono aumentati i lavori interlocutori.

Il passaggio dal Sufjan pirotecnico a quello più parco può essere identificato in due momenti: dal punto di vista discografico con la pubblicazione nel 2010 di “Age Of Adz”, momento che rappresenta il culmine quantitativo del massimalismo dell’artista (anticipato per dire da un EP di 60 minuti…), mentre idealmente il passaggio può cogliersi nel disvelamento della bugia in merito al progetto dei 50 dischi per 50 stati. Fallimento che servì tra le altre cose a riportare Sufjan a una dimensione più umana rispetto alla percezione quasi mitologica tale da rendere possibile pensare che non solo fosse l’unico uomo che poteva pensare a un progetto così folle, ma anche l’unico che avrebbe potuto davvero realizzarlo.

L’ultimo decennio quindi lo ha visto defilarsi, con la pubblicazione di un “solo” lavoro maggiore, anche se si tratta probabilmente del suo miglior disco, nonché di una delle opere capitali del decennio appena trascorso ovvero “Carrie & Lowell” del 2015.

THE ASCENSION

Il post “Carrie & Lowell” ha visto poi l’uscita di lavori classificabili come bozze o trascurabili. Con l’eccezione del collaborativo “Planetarium”, buon disco seppure un po’ pasticciato, dove la vena elettronica e massimalista di Sufjan si univa alla propensione orchestrale di sodali come Nico Muhly, Bryce Dessner e James McAllister. Insomma troppo poco per saziare la fame che il nuovo album “The Ascension” si propone adesso di placare.

E diciamolo subito si tratta di un gran bel disco, che gioca sul terreno dello Stevens elettronico di “Age Of Adz” ma anche del suddetto “Planetarium”. Già al termine del primo ascolto si può affermare che tutti i pezzi sono azzeccati e la produzione impeccabile; i suoni sono moderni (c’è anche l’autotune usato non sulla voce, ma per creare dei tappeti) e il vecchio amore per il glitch riemerge. Viene da pensare che sia un album che possa ambire al ruolo di disco definitivo (finora) di un “certo” suono (versante elettronico) prodotto da una “certa” scena americana (fratelli Dessner, Bon Iver etc).

Eppure stranamente resta in bocca un po’ di insoddisfazione, così come appare rivelatrice la poca voglia di riascoltarlo compulsivamente, come solitamente accade con i dischi di Stevens: la sensazione è che manchi “qualcosa”. Una parola tanto indefinita quanto insidiosa, ma fondamentale perché in fondo spesso è quell’ingrediente speciale e il piacere della sua scoperta a rendere soddisfacente il sapore del piatto.

Proviamo dunque a identificare il quid mancante.

La prima ipotesi che mettiamo in campo è l’assenza di un filo comune capace di legare le canzoni. Dando uno sguardo globale alla discografia dell’artista, si può notare come quasi tutti i suoi dischi “maggiori” siano infatti contraddistinti da un comune minimo denominatore, non inteso necessariamente come concept, ma come un’ambientazione capace di dare coerenza e unità al lavoro; passiamo dell’oroscopo cinese di “Enjoy your rabbit” fino alla morte e alla perdita di “Carrie & Lowell”, passando per i 50 stati, la pittura di Royal Robertson in “The Age of Adz” o il Natale per i cofanetti, etc; il disco nuovo, il cui titolo sembrava poter alludere a un’ambientazione religiosa, si presenta invece come una sequenza di canzoni slegate tra loro.

Tuttavia, ed ecco la seconda ipotesi, riteniamo che il vero elemento mancante sia in verità un altro: l’assenza dell’elemento massimalista. Scorrendo il disco ci si trova a canticchiare piacevoli frivolezze come “Video game” o ad ammirare i virtuosismi elettronici di “Ativan”, restano impresse magistrali ballate come “Come Away with me” o la title track (d’altronde Sufjan è un fuoriclasse in questo campo), ma ci si scopre ad aver voglia di riascoltare “America” e… “My Rajneesh”. Se quest’ultimo brano risulta sconosciuto è perchè non ha trovato spazio nella scaletta finale dell’album, esclusione forse indicativa; si tratta infatti di un brano relegato a lato B del singolo della succitata “America”, con la quale condivide una durata superiore ai 10 minuti e una struttura multiforme e complessa, caratterizzata da uno spettro sonoro che va dal tipico intimismo sufjaniano all’altrettanto caratteristico massimalismo.

Dunque, il massimalismo. Aspetto controverso e divisivo perché si potrebbe discutere a lungo se esso rappresenti sempre un fattore positivo o se piuttosto a volte costituisca un tallone d’Achille per un Sufjan che ha dimostrato di non saper sempre gestire la materia rimanendoci spesso “sotto”.

Eppure la nostra tesi è che in “The ascension” il nativo di Detroit abbia tentato di controllare la sua tendenza all’eccesso (in tal senso l’inclusione a fine scaletta della sola “America” pare rappresentare l’inevitabile sbracamento o forse l’agognato abbandono alla forza creativa primigenia, per sua natura indomabile), ma così facendo abbia in qualche modo rinunciato a uno degli elementi che nel bene e nel male più lo caratterizza: la sua strabordante e imperfetta esuberanza creativa. Ad esempio si può dire che “Illinoise” non è uno dei suoi capolavori solo per “Chicago” o “John Wayne Gacy Jr.” etc cioè per quei brani superbi che lo collocano ai vertici di un certo cantautorato ma anche per la title track e in generale per la sinergia di questi brani con le varie estrosità e gli eccessi orchestrali.

Tornando a “The ascension” viene dunque da chiedersi se valesse la pena cercare di consegnare un disco ricco ma misurato, con un approccio all’elettronica senz’altro più “professionale”, ma forse meno efficace. Contenendo l’eccesso infatti paradossalmente il risultato finale è un disco canonicamente più bello del suo più vicino riferimento, ovvero “Age of Adz”, ma d’altra parte anche meno sfizioso e stimolante: un lavoro che offre una versione incompleta di sé e che instilla anche il sospetto che per la prima volta Sufjan stia inseguendo una linea tracciata da altri invece che dettata da lui stesso, come ci si aspetta da un fuoriclasse del suo calibro.

Ci auguriamo tuttavia che “The ascension” rappresenti un disco con il quale l’ormai quarantacinquenne Sufjan stia iniziando a cercare la propria strada verso la maturazione. Si potrebbe infatti inquadrare in quest’ottica il tentativo di mitigare il vitalismo giovanile che si esprime attraverso una esuberanza creativa difficile da governare. Questa ricerca però sembra essersi concretizzata nel più classico disco di transizione, paragonabile a un belva ammansita e fin troppo omologata.

Sembra quindi stagliarsi all’orizzonte un percorso nel quale Stevens si troverà a dover contemperare impulso creativo e controllo e a doverli guidare verso un insieme compiuto.

Riteniamo d’altronde che l’identità di Sufjan Stevens si collochi tra ricchezza espressiva incontrollata e un intimismo sincero e spontaneo figlio di esperienze di vita tenute insieme da collanti a volte emotivi, a volte mistici, altre storico geografiche.

Da parte nostra quindi ci permettiamo solo un piccolo consiglio: non pensare troppo, rilassati e sii semplicemente te stesso perché, Sufjan, l’importante è esagerare!