Dal punto di vista musicale, il 2020 resterà nella storia come l’anno in cui molte band hanno dovuto adeguarsi a nuovi mezzi di sponsorizzazione e distribuzione, causa la chiusura dei principali canali a noi noti. Esaminando soltanto il filone riconducibile in qualche modo al gran calderone del post-punk, non sono certo mancate le uscite.

Da queste parti, abbiamo apprezzato parecchio le uscite di King Krule e Fontaines D.C. (dei loro lavori abbiamo già parlato molto bene qui e qui) , ma abbiamo ascoltato con piacere anche gli statunitensi Protomartyr e i leggendari Wire, nonché uscite meno blasonate (ma non per questo di bassa qualità!) come quelle di Bambara, Crack Clouds, Porridge Radio, Sleaford Mods, Psychedelic Furs, Algiers etc.

L’attenzione di media, critica e fan però era innegabilmente rivolta a un’altra formazione britannica, protagonista di una rapida ascesa verso l’Olimpo musicale: gli IDLES.

Quintetto di Bristol formato da disillusi, problematici amici di vecchia data, che in pochi anni si fanno notare prima con lo strepitoso “Brutalism” (2017) e poi con l’osannato “Joy As An Act Of Resistance” (2018), di cui abbiamo parlato qui, entrambi editi da Partisan Records (che caso…).

A conquistare è stato il loro mix al vetriolo di ritmiche squisitamente punk, capaci di sostenere la rabbia del cantante Joe Talbot, i cui testi spiccatamente politici, ricchi di critica sociale e retorica socialista, andavano dritti al punto.

Un esempio calzante è “Mother”, tratta da “Brutalism”:

IDLES - MOTHER (Official Video)

In questo pezzo Talbot attacca più volte i Tories (“The best way to scare a Tory is to read and get rich” / “I know nothing I’m just sitting here looking at pretty colours”) per i tagli al sistema sanitario (Joe si definisce un romantico amante del NHS inglese, che si è preso cura della madre e di parecchi familiari. I tagli all’NHS hanno invece sancito l’interruzione delle cure della madre e l’inevitabile morte) e all’istruzione, e inoltre critica brutalmente la cultura maschilista e il “white privilege” (“Sexual violence doesn’t start and end with rape/It starts in our books and behind our school gates”).

Un altro attacco pesante alla classe più abbiente e conservatrice avviene in “White Privilege” (“How many optimists does it take to change a lightbulb? / None! / Their butler changes the lightbulb”).

La rabbia, l’invettiva e le ritmiche abrasive e taglienti sono il leitmotiv anche del disco successivo, che introduce per la prima volta cori e ritornelli più cantabili ed immediati e tratta molto direttamente il tema della violenza, delle droghe e della “mascolinità tossica” che affligge la società inglese odierna.

I testi sono come sempre colmi di rabbia, di immagini crude e riferimenti al passato oscuro dei membri.

Il picco dell’album è forse “Never Fight a Man With a Perm”, insieme a “I’m Scum” e “Colossus”:

IDLES - NEVER FIGHT A MAN WITH A PERM (Official Video)

A queste due fatiche è seguito un enorme successo di critica e di pubblico, culminato con un lunghissimo tour nel corso del il 2018, concluso a Settembre 2019 nella loro Bristol.

Poco dopo l’annuncio ufficiale della band su un ipotetico terzo album quasi pronto, di nome “Toneland”, in arrivo entro la fine del 2019.

Le pressioni e il cosiddetto “hype” crescono, ma nel contempo la band si allontana dai social, come di certo non si conviene a qualcuno che è in procinto di raggiungere (o eventualmente posticipare) la propria consacrazione.

Manco a dirlo, “Toneland” non esce nel 2019, non è ancora uscito e non uscirà mai, con tutte le probabilità.

Ad Aprile, in pieno lockdown, l’annuncio: il nuovo album uscirà il 25 Settembre 2020 e si chiamerà Ultra Mono.

Il curioso titolo, come poi rivelato dallo stesso Joe Talbot in uno dei tanti impegni di stampa, deriva da una ricerca sonora spasmodica che ha caratterizzato tutta la fase di produzione del disco.

Il leader e vocalist si è detto più volte attratto dalle magniloquenti produzioni nel mondo hip-hop (pare sia grande fan di Kendrick Lamar e Danny Brown), che a suo giudizio suonano molto più potenti e attraenti di quelle del mondo rock/alternative: da qui l’intenzione di produrre un album che suonasse il più possibile come un disco hip-hop del 2020, pomposo, magniloquente e “catchy”.

Ultra Mono” è un lavoro incentrato sul processo di guarigione e recupero dai traumi personali e si propone di illustrare il processo (o un processo) di miglioramento interiore di se stessi.

Sicuramente gli IDLES sono una band a sé stante, simile ma altrettanto distante dai “colleghi” Fontaines D.C., Protomartyr, Murder Capital, giusto per citarne un paio, con un’idea ben chiara di sound e di comunicazione.

La tematica sociale non veniva sputata così violentemente e direttamente da anni in un disco punk, e sempre da parecchio non si vedevano in giro dei personaggi con tanta presenza scenica e carisma, in grado di unire vastissimi pubblici nel segno della musica, del pogoi e del sudore.

Con questi presupposti, era inevitabile che ai ragazzacci di Bristol venisse affibbiato (con parecchia riluttanza da parte loro) il titolo di “next big thing” nel mondo della musica alternative, e di conseguenza che le pressioni e l’attesa salissero in maniera sconsiderata.

Ultra Mono” è la risposta degli IDLES a queste pressioni, e per certi versi è anche un gran vaffanculo alle leggi del mercato e allo showbiz.
I ragazzi hanno fatto quello che hanno voluto, insistendo nel voler suonare “hip-hop” e diversi dal resto del mondo, coinvolgendo un grande cast di comprimari e scrivendo un disco che carica a testa bassa come un toro: rabbioso e con pochi fronzoli. Scordatevi dunque i cori da stadio e i ritornelli da imparare a memoria e urlare durante i concerti. Quello che si sente in “Ultramono” è nel bene e nel male un assalto all’arma bianca.

Nel disco sono citati come produttori Nick Launay (Nick Cave, Arcade Fire, Public Image Ltd, Anna Calvi) e Bernie Grundman (Michael Jackson, Dr. Dre, OutKast, Prince, Tupac), mentre tra i musicisti addizionali compaiono tra gli altri Kenny Beats (l’avevo detto che la componente hip-hop era forte…), David Yow (quel David Yow!), Jehnny Beth e Warren Ellis (avete letto bene).

Nonostante il cast stellare e la forte intenzione di cambiare e diventare enormi e magnifici, qualcosa non ha funzionato.

L’impressione che si ha fin dal primo ascolto è quella di un album che scorre, ma senza lasciare particolari ricordi nel cervello.

I picchi di qualità e/o di incazzatura sono meno del previsto e sono dominati da tracce riempitive che appaiono poco ispirate.

E se i collaboratori sembrano inesistenti, l’unico spiraglio hip-hop veramente ravvisabile sembra riscontrarsi in “Grounds”, uno dei primi singoli estratti:

IDLES - GROUNDS (Official Video)

Il brano inaugurale “War” sembra citare “Doolittle” dei PIXIES nelle chitarre, il cantato schizoide e nei cori, mentre l’altro estratto “Mr. Motivator” è un inno alla motivazione e all’amore per se stessi su una ritmata base post-punk (con una memorabile bassline).

Il picco risiede forse nella conclusiva “Danke”, unica vera sfuriata punk con venature noise (chissà che qui Yow non abbia dato davvero qualche suggerimento…).

Il risultato complessivo dà l’idea di un prodotto che poteva/voleva essere ma non è stato, forse a causa del mancato raggiungimento di una chimica completa con gli ospiti/collaboratori, forse per aver stravolto in corsa i piani (di “Toneland” chissà se è rimasto qualcosa di palpabile), forse perché la scrittura o le idee stanno cominciando a venire meno e risultare stantie.

Il tentativo di portare l’hip-hop nel punk, ovvero di raggiungere la stessa portata e rilevanza nel dibattito musicale contemporaneo, può dirsi solo parzialmente riuscito: se la band sta avendo un impatto mediatico notevole (i tour schedulati per il 2021 sono sold out praticamente ovunque e le vendite dei dischi fisici sono ottime), per diventare davvero grandi, come pare i cinque musicisti sembrino ambire, occorre qualche spunto e azzardo in più. O magari semplicemente affinare la propria scrittura e la capacità di intrecciare linee di basso, riff di chitarra e incastri di batteria. Dopotutto anche chi carica con furia cieca non può fare a meno di indirizzare oculatamente la propria corsa.

Per ora possiamo solo dare per certo che gli IDLES sono loro stessi e nessun altro, per nessun motivo, e chi pensa altrimenti farebbe bene a rivedere le sue posizioni in merito.