L.A. Salami è un nome che all’apparenza può sembrare al tempo stesso esotico ed enigmatico. In realtà non vi è alcun mistero poiché si tratta semplicemente del nome abbreviato del musicista londinese Lookman Adekunle Salami. Se invece passiamo alla domanda relativa a quale tipo di musica produca questo musicista, le cose si fanno lievemente più complicate, soprattutto alla luce del suo terzo e più recente disco. Se i lavori precedenti mostravano infatti un cantautore con spiccate influenze dylaniane e somiglianze con artisti come Tallest Man On Earth (a proposito di epigoni del menestrello Di duluth) e Conor Oberst, con il nuovo “The Cause of Doubt & a Reason to Have Faith” L.A. ha deciso di ampliare i propri orizzonti, optando per uno sguardo più libero, capace di muoversi tra i generi a seconda delle proprie necessità espressive. Da musicista facilmente etichettabile è diventato così il classico artista che fa della difficoltà a essere incasellato la propria identità.

Un tipo di attitudine spesso polarizzante, capace di affascinare chi ne ammira lo spirito avventuroso e eclettico, ma anche di respingere chi vi scorge sospettosamente una cortina di fumo elevata per nascondere una scarsa sostanza.

Non nego di appartenere alla prima categoria, ma anche cercando di osservare obiettivamente, penso si possa affermare che questo scarto creativo fosse necessario per la carriera di Salami. Con i dischi precedenti il londinese sembrava un tipico cantautore di talento, dotato di una voce notevole ma che nonostante ciò rischiava di rimanere confuso nel gruppo e costretto a una carriera di brillante anonimato. Mancava qualcosa e quel quid lo ha cercato paradossalmente svestendo i panni rassicuranti del cantautore e indossando quelli più incerti di artista poliedrico; insomma per sintetizzare in una parola forse quello che mancava a L.A. era un po’ di ambizione, come quella che finalmente troviamo in “Doubt & Faith”.

L’ambizione è un’arma a doppio taglio: capita molte volte infatti che a un artista venga rimproverata l’incapacità di osare e poi quando invece trova il coraggio, gli venga consigliata una maggiore umiltà…

Personalmente tendo ad apprezzare maggiormente il rischio di fallimento e del passo più lungo della gamba rispetto alla sicurezza del passo del granchio, poi ovviamente dipende dal risultato finale. Perciò andiamo a vedere a cosa abbia portato questo tentativo di Salami.

L’ambizione di cui parlavamo si manifesta fin dal titolo, “The Cause of Doubt & a Reason to Have Faith”, che allude al Dilemma esistenziale e spirituale per eccellenza, per poi proseguire con la scelta del numero dei brani: solo 7 e per la maggior parte lunghi tranne un frammento di un minuto. Un bel rischio perché se si hanno poche pallottole non ci si possono permettere colpi a vuoto!

E il disco parte subito con una cartuccia esplosiva, la title track di oltre 10 minuti. Dopo un intro che richiama le radici cantautorali con chitarra e voce che svanisce delicatamente in un tappeto dalle tastiere, la canzone parte sul serio trasformandosi in una ballatona dal sapore soul in mid tempo che poggia sulla batteria scandita in primo piano e sull’espressività della voce di Salami, il cui falsetto sembra richiamare quello di Benjamin Clementine.

Ma si tratta solo del substrato sul quale il londinese mette in atto la sua strategia sonora: il brano viene elaborato per tenere desta l’attenzione durante tutta la lunga durata.

Così ad esempio viene più volte spezzata da improvvisi break prima intimisti dove la batteria lascia spazio alla voce avvolta da suoni in sottofondo e poi onirici con interventi di piano e armonica; oppure viene differenziata grazie a diversi arrangiamenti o a linee vocali come il cantato più vicino al talking quasi rap della parte centrale. Si tratta di stratagemmi utilizzati in maniera funzionale a un continuo, seppur non lineare crescendo che porta all’elettrizzante culmine, rappresentato dalla sezione finale nella quale un Salami quasi tarantolato ripete continuamente “that’s a reason to have faith” accompagnato dalla chitarra elettrica, da un’armonica lancinante ed effetti che cementano il tutto prima che tutto sfumi in un finale di voci in sottofondo.

Insomma che dire, con il primo proiettile obiettivo colpito e affondato e un brano che già da solo rende l’intero disco degno di un ascolto. Anche perchè la canzone stessa (insieme all’ultima come vedremo) si presenta come manifesto programmatico della nuova fase artistica: più che quella di un artista che si discosta dal proprio passato, parte da esso per farlo germogliare in un frutto nuovo e vitale.

The Cause of Doubt & a Reason to Have Faith

Ma vediamo il resto: “When you play God” è una ballata folk costruita su un pigro arpeggio di chitarra e su una efficacissima interpretazione vocale: i due elementi principali sono contrappuntati dalle note di un piano che sembra venire da lontano, da un insistente violino pizzicato e da interventi e rullate sparse di batteria. il tutto assume un’atmosfera straniante grazie alla produzione fantasmatica e riverberata che pian piano con l’avvento di una tastiera ambient assorbe fino a far scomparire la canzone stessa.

Dopo un breve frammento pianistico di puro stampo soul, arriva “Dear Jessica rabbit”, brano che si sviluppa attorno a una linea melodica piuttosto monocorde e ad una morbidissima linea di basso, ma nuovamente è il densissimo arrangiamento la vera arma segreta: oltre ai “soliti” elementi (piano, chitarra e vari echi e riverberi) è da notare l’utilizzo addirittura di una macchina da scrivere e soprattutto il contrasto disorientante tra melodia e dissonanza.

E’ la volta poi del pezzo più rock e più immediato del lotto, “Things ain’t changed”: su una base di chitarre roots rock e un drumming sostenuto, Salami snocciola, con la sua eccellente vocalità, una melodia catchy che questa volta è supportata da una produzione decisamente più canonica con piano, organo e tastiere a rinforzare il brano.

Ma è solo un episodio perchè con “The cage” si cambia ancora e stavolta il londinese rappa sul serio, in un lungo brano hip hop reso ipnotico dal flow di Salami e dall’ossessivo campionamento di flauto. Brano chiave del disco che svela come l’arte dell’assemblaggio e dell’accumulo, attuata lungo gli arrangiamenti di tutto il disco, peschi proprio dalla lezione dell’hip hop che di queste caratteristiche si è sempre nutrito.

Il disco si conclude con la reinterpretazione di un brano dello stesso autore presente nel disco “The city of Bookmakers” del 2018. “The Talis-man in the age of glass”. Un’auto-cover con cui il nostro sembra voler rivendicare la propria identità artistica, pur nel conquistato eclettismo stilistico: come dire “sono lo stesso ma… non sono più lo stesso”. Da semplice ballata folk per voce, chitarra e piano il brano diventa una canzone a tutto tondo: se lo scheletro resta il medesimo arpeggio di chitarra lo stesso viene circondato da un ritmica costituita sia dalla batteria che da un cicaleccio di drum machine, da un piano decisamente più libero rispetto a quello originale e da morbide tastiere che ingrossano la trama. La voce poi non ricalca più il cliché del cantautore dylaniano e non ha paura di mostrarsi in tutte le sue sfumature black; il paradosso finale è infine l’armonica, che da strumento tipico del folk acustico viene trasfigurata in un urlo lancinante e riverberato, rimarcando proprio la distanza dall’approccio acustico e cantautorale.

Al termine del disco resta solo da dire che L.A. Salami dimostra di avere una falcata “artisticamente” sufficientemente ampia da consentirgli di osare senza capitombolare e che testimonia la volontà di non restare prigioniero dell’etichetta di cantautore folk: oltre alle capacità di autore e a quelle, già note, di interprete stupisce la capacità di esaltare i brani attraverso una produzione che arricchisce senza soffocare l’essenza melodica delle canzoni, donando loro un’atmosfera singolare e personale.

Perciò, missione compiuta! Ma si sa, ambizione chiama ambizione e un disco soddisfacente come questo fa già salire le aspettative per i prossimi lavori di un artista che si candida come uno dei possibili personaggi più interessanti per il futuro prossimo.