La notizia è che, dopo diciassette anni Phil Elverum, è tornato a utilizzare il moniker di Microphones. Lo stesso con cui nel 2001 aveva firmato una delle sue opere più importanti: “The Glow Part 2”. Poco dopo quel disco, Elverum era passato al nome Mount Eerie, ragione sociale con la quale aveva pubblicato diversi lavori, fra i quali l’accoppiata “A crow looked at me” (2017) e “Now Only” (2018). Lavori in cui il songwriter americano faceva i conti con la perdita, causata da un brutto male, della propria compagna che lo aveva lasciato solo assieme alla figlioletta.

Questo per dire che la musica di Elverum si è da sempre distinta per un’intensità che lasciava poco spazio ai compromessi. Il nuovo lavoro a nome Microphones non fa adesso eccezione ed anzi sembra quasi rilanciare sul piatto, proponendo una lunga composizione di circa 45 minuti intitolata “Microphones in 2020” che, come suggerito dal titolo, fa un po’ il punto della situazione del progetto, illustrando cosa rappresenti per l’autore l’esperienza Microphones, così come giunta fino ai giorni nostri.

Un’autobiografia in musica che a noi è piaciuta tantissimo, ma che da subito ci è sembrato appartenere al novero dei dischi difficili da classificare e ricondurre alle categorie di bello o brutto. Questo perché si tratta di un’opera che vive in uno spazio tutto suo, refrattario dunque a essere giudicato con metri (o voti) comuni. Qualcuno magari potrebbe trovare eccessivamente lunga o magari noiosa questa lunga suite folk, ma un giudizio di questo tipo non coglierebbe il punto di un’opera che vive e acquista senso proprio nella sua lunghezza e che, nei suoi quarantacinque minuti, riesce a non annoiare grazie al talento di Elverum che, nonostante i pochi e scarni hook melodici, rende il disco fruibile, grazie a piccoli accorgimenti di arrangiamento che, pur restando minimali, donano dinamismo al brano.

A questo punto, per convincervi del tutto, potremmo passare in rassegna altri dettagli (la pasta delle distorsioni, il tono dimesso e sognante della voce, le tastiere lo-fi, gli inserti noise etc) o tirare in ballo Mark Kozelek (primo nome che viene in mente all’ascolto, a cui Elverum è accostabile per la scrittura alluvionale e autobiografica, ma non per l’ultimo solipsismo ombelicale) e, in generale, la felice stagione del cantautorato lo-fi americano (di cui Elverum fu prezioso esponente), ma la verità è che si tratta di un disco che ci ha convinto, semplicemente perché ci ha emozionato. Ci ha rapito con un flusso di coscienza poetico e, in qualche modo, rasserenato, che – nel tracciare un bilancio esistenziale – non “specula” nemmeno un momento sui lutti del proprio autore, ma si concentra sull’essenza stessa della sua ricerca musicale e artistica. Capolavoro? Francamente non lo sappiamo e non importa… Certamente emozionante come poche cose quest’anno.

L’occasione di intervistare Phil Elverum era, dunque, troppo ghiotta e quella che segue è la bella chiacchierata che l’autore ci ha concesso.

Ciao Phil,

Cominciamo dalla genesi di questo nuovo brano/album. Si è trattato di una normale canzone che “ti ha un po’ preso la mano” o fin dall’inizio ne avevi programmato la lunghezza? Il testo è stato scritto di getto in una specie di flusso di coscienza o è frutto di una minuziosa rifinitura?

Alla base dell’album vi è sempre stata l’idea di comporre un’unica, sterminata canzone che percorresse una gran parte della mia vita e cercasse di analizzare cause e sensazioni provate in quegli anni (1997-2002). L’album/canzone è stato scritto in circa un anno e ha avuto bisogno di numerose revisioni e rifiniture, ma l’idea di un unico brano è sempre stata al centro dei miei pensieri. So che il testo può sembrare spontaneo, ma in realtà ogni parola è stata ben dosata.

Perché hai deciso di tornare a usare il nome “Microphones”? Avevi qualche conto in sospeso? Che cosa significa per te questo nome e come decidi di associare un lavoro a un tuo alter ego musicale piuttosto che un altro?

Provo a spiegare questo esatto concetto nel corso della canzone.

Concretamente come hai “costruito” la canzone? I vari inserti che andavano via via a doppiare il giro di chitarra avevano soltanto la funzione di vivacizzare il brano, arricchendo l’esperienza dell’ascolto, oppure andavano a sottolineare “narrativamente” gli snodi della vicenda?

Ho usato un metronomo e una griglia per tenere conto delle battute e del tempo delle varie sezioni. Ho pian piano sezionato e rifinito le varie parti per creare una lunga pergamena. Ho inoltre un particolare sistema da me inventato per tenere conto del ritmo delle parole: uso pennarelli di diversi colori e una serie di segni per riuscirci. Ritengo che la strumentazione e gli arrangiamenti siano tutti cruciali e necessari. Esistono per una pura ragione artistica, che va oltre le banali spiegazioni.

Ti sei preoccupato se la lunghezza del brano potesse tenere lontani gli ascoltatori? Hai usato qualche strategia particolare per tenere alta e costante l’attenzione durante tutto il brano?

Sì! Ho voluto dare solamente le informazioni essenziali e ho rimosso tutto quanto ci fosse di ornamentale e riempitivo: non volevo che il disco fosse lungo solo per il gusto di essere lungo e basta.

L’andamento del brano unito al tema della canzone ci ha portato a una suggestione: leggere il giro di chitarra come la tua “essenza”, il tuo “io”, mentre i vari inserti di arrangiamento rappresenterebbero i fatti che vi capitano attorno, come istantanee di situazioni realmente accadute: ti piace come interpretazione?

Sì, mi piace! Mi piace molto la metafora del fiume, quando si parla di me o della mia musica. Un fiume scorre, si dirama, si allarga e si restringe, ma resta se stesso nel corso del tempo. Le acque non saranno mai le stesse, ma il fiume sì. Gli accordi fondamentali della canzone seguono questa metafora nella pratica.

La musica per Phil Elverum è ormai una questione da vivere in solitaria? Condividi quello che ascolti o quello che componi prima di procedere?

Sì, è prevalentemente una faccenda privata. Ascolto sempre musica quando sono in casa, ma siamo solo io e mia figlia. Per quanto riguarda la mia musica, voglio evitare di pensare a possibili interpretazioni esterne. Cerco sempre di essere me stesso e seguire il flusso delle idee.

Torniamo ai tempi di “A Crow Looked At Me” (2017), un disco dominato da dolore e sofferenza, dove la perdita ha un ruolo chiave nel corso della narrazione. Spesso si dice che alcuni autori debbano necessariamente esternare il proprio dolore per esprimersi al meglio e creare una sinergia con l’ascoltatore. Sei d’accordo? Credi che sia davvero necessario il dolore o che invece bastino intensità e sincerità nella comunicazione?

Non credo proprio che il dolore sia necessario per generare una risposta “empatica” del pubblico, ma sicuramente rende più semplice il lavoro per certi versi. Ho sempre immaginato che gli ascoltatori si approcciassero a quel lavoro come fossero una serie di macchine ferme a guardare un incidente in autostrada e dove l’incidente ero io stesso! Non è assolutamente una cosa “cool” o buona, anzi, provo proprio a dissociarmi da questa corrente di pensiero nel corso del disco (“Poetry is dumb. Real death is not for singing about”). A essere sincero mi fa abbastanza schifo la concezione di “artista depresso”. Ognuno di noi soffre in qualche modo. Gli artisti si approcciano alla questione in maniera più estroversa, ma questo non li rende un demanio pubblico da calpestare e di cui abusare. Ognuno merita gentilezza, perdono e supporto. Penso che alle volte possiamo davvero essere stronzi e senza tatto, quindi forse per questo l’idea romantica di “un artista che soffre” prevale.

Nel nuovo album parli di come gli Stereolab abbiano avuto un ruolo importante e ti abbiano fatto rendere conto che fosse possibile “creare l’eternità” attraverso il suono e ti abbiano di fatto indirizzato verso la sperimentazione. Quali sono altri incontri musicali significativi che hai avuto nel corso degli anni?

Quello show degli Stereolab è stato sicuramente importantissimo per me, così come uno show dei Sunn O))) nel 2006. Nonostante ciò, la mia ispirazione maggiore nella sperimentazione resta sempre il mio grande amico Karl Blau .

In “Microphones in 2020” ci sono tanti riferimenti e citazioni ai tuoi precedenti lavori, dai primi nastri fino ai capisaldi “ The Glow, Pt.2 ” e “ Mount Eerie ”. Pensi che questo citazionismo possa rendere inaccessibile il lavoro a chi si approccia alla tua musica per la prima volta?

Quando cito qualcosa, provo sempre a renderlo contestualizzabile e fruibile per chiunque. Non mi aspetto che qualcuno abbia ascoltato la mia musica in precedenza. A dirla tutta, non mi sono preoccupato quasi per nulla dell’accessibilità del lavoro. Ho solo provato a fare qualcosa di diverso, che non avessi mai fatto prima d’ora e che potesse essere in un certo senso illuminante.

Stando a quanto ho letto su Internet, l’album era già pronto prima della pandemia, puoi confermarcelo? Vorrei inoltre chiederti se tu credi che questo lungo periodo di isolamento, quarantena, distanziamento sociale e protesta globale (in particolare quelle in corso negli USA) influenzeranno la nostra vita per sempre. In particolare, pensi che il tuo lato artistico possa cambiare, o sia già cambiato?

Confermo. Sicuramente non mi sarei aspettato di pubblicare il disco durante una pandemia. E’ semplicemente andata così…

Certo, tutto quello che sta succedendo ci cambierà per sempre, è un accadimento epocale. Penso che questi siano tempi estremi come mai prima d’ora. Il mondo va a fuoco, la malattia imperversa e odio e violenza sono all’ordine del giorno. In più il mio paese è distrutto, finito. Sì, il mio lato artistico sarà sicuramente influenzato. Proverò a trovare un equilibrio sano tra gli impegni e i grandi problemi che ci affliggono, col pensiero costante a mia figlia, alla sua salute e alla sua felicità. Penso che in un periodo del genere ci possiamo sicuramente definire fortunati se possiamo usufruire di musica e arte.

 

the Microphones - Microphones in 2020