And it goes On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On&On”.

Chiunque abbia avuto l’occasione di assistere lo scorso febbraio agli strampalati, ma assolutamente unici live di Daniel Blumberg avrà sicuramente familiarità con questo motivetto, colonna portante degli ultimi concerti del prodigio britannico.

Daniel Blumberg (UK, 1990) non è il classico performer da scaletta e bis telefonato, ma piuttosto un artista che, nel prendere le misure al proprio disastrato mondo emotivo, preferisce il lato più viscerale della musica dal vivo: ogni suo concerto risulta così dominato dal caos e dall’improvvisazione ed ogni esibizione è fortemente condizionata dalla fisica della sala concerti e dai materiali a disposizione. Non è raro che durante i concerti i membri della band si concentrino più sul percuotere oggetti, creare rumori con blocchi di polistirolo od aspirapolveri, che si siedano per terra, suonino da luoghi imprecisati del palco (a volte sotto il palco) o dilatino i pezzi a tal punto da renderli irriconoscibili. Tale approccio improvvisativo è fortemente influenzato dai noti trascorsi di Blumberg presso il leggendario “Cafè OTO” di Londra, dove il ragazzo si esibisce da anni, perfezionando la sua arte insieme a collaboratori di fiducia e producendosi anche in discipline affine come il cinema e il disegno: è lui stesso, ad esempio, l’autore delle copertine dei suoi dischi.

On&On” (Mute, 2020) è il seguito dell’acclamato Minus (2018) che aveva incantato tutti e persegue il medesimo scopo dei live di inizio 2019: esprimere le emozioni più fervide e viscerali tramite improvvisazione, destrutturazione della canzone e sperimentazione sonora e audiovisiva. Come per “Minus”, anche in questo lavoro il ruolo di produttore è affidato a Peter Walsh, cui spetta probabilmente il compito di dare forma maggiormente compiuta alle divagazioni melodiche di Daniel e di contenerne le derive sperimentali.

La sensazione, tuttavia, non è quella di ascoltare un “prodotto” classico, quanto quella di immergersi in una mente deviata, osservandone da vicino emozioni e fragilità, espresse tramite testi e suoni a volte frammentati, altre ovattati, altre ancora violenti e cacofonici.

L’album è composto da nove inediti, di cui quattro ne rappresentano struttura, collante e filo conduttore. Parliamo di “On&On”, “On&On&On”, “On&On&On&On” e “On&On&On&On&On”, che contengono in sè tutta la poetica di Blumberg: rumori di oggetti, noise, pause, accelerazioni improvvise, archi suonati in maniera non convenzionale, dilatazioni spazio-temporali disorientanti, fischi, fisarmoniche e fiati, nonché l’eterno ritornello che recita “And it goes On&On&On” alla conclusione di ogni brano:

Daniel Blumberg - On & On & On & On & On (Official Video)

La visceralità di Blumberg, nonché una salute mentale che appare come al solito precaria, vengono espresse tramite ballate sconnesse e sperimentali, memori da una parte del Neil Young più dolente (“Teethgritter” ne è un clamoroso esempio, così come la bellissima “Bound” che, tra sperimentazione e depressione, riesce pure a far emergere una commovente serenità), dall’altra dei Microphones di “The Glow” o anche, a voler essere visionari, del post-rock jazzato di fine anni ‘90 (vedi Tortoise).

La parte centrale del disco rappresenta in particolare una vera perla, in termini qualitativi ed emozionali, che culmina con l’accoppiata “Silence Breaker” (dove addirittura abbiamo un autotune applicato alla fisarmonica) e “On&On&On&On”, dove la voce di Blumberg si stende su un velo di archi e percussioni scomposte.

On&On” è un gioiello degno di competere col suo predecessore, il cui unico limite è forse quello di non avere una chiusura di scaletta all’altezza del predecessore (in questo senso “I used to be older” nel disco precedente faceva meglio…) e di non aver apportato sostanziali innovazioni alla formula dell’esordio, che poteva dunque vantare un effetto sorpresa dirompente. Considerazioni queste che non inficiano certo la qualità elevatissima dell’ultima fatica di un cantautore “multimediale” più unico che raro.