Ah, l’Irlanda… terra di poeti e scrittori. Per secoli sanguinoso pomo della discordia britannica e ancora oggi pietra d’inciampo nel cammino della sciagurata Brexit. Ma anche terra di rock band epiche e capaci di cambiarti la vita (vi ricordate cosa erano davvero gli U2? Eeh.. voi giovani non potete capire…). E ancora i Thin Lizzy, Van the “Man”, gli Undertones, il materiale infiammabile degli Stiff Little Fingers e tanti altri piccoli e grandi eroi. Al nutrito drappello si aggiungono adesso i Fontaines DC, il cui esordio è stato uno dei dischi più attesi dell’anno, al punto da giungere oggi come un piccolo capolavoro telefonato. Io, ad esempio, negli ultimi mesi ho letteralmente consumato i 6 singoli e le 10 canzoni che i ragazzi di Dublino hanno fatto uscire alla spicciolata con una perfetta strategia di marketing atta a far crescere, più che le attese, le speranze. Se sul breve formato, infatti, la band convinceva e stuzzicava, bisognava adesso capire se avrebbe retto anche sulla lunga distanza. Se il disco sarebbe risultato omogeneo e ben calibrato e la visione d’insieme avrebbe restituito qualcosa di più della pur pregevole somma delle parti.
E dunque eccolo “Dogrel”. Prendetene e ascoltatene tutti! Si tratta di uno dei dischi del momento: per intenderci, uno di quelli da ascoltare per stare sul pezzo.
Ma se siete ancora indecisi se farlo o meno, più che il mio endorsement entusiasta (che vale – diciamo – il giusto), valga a rompere gli indugi l’ascolto della prima traccia che si intitola “Big” e che contiene il memorabile incipit “Dublin in the rain is mine/ A pregnanti city with a catholic mind”. Se vi cogliete quella irresistibile poesia adolescenziale, sfrontata e urlata in faccia al cielo e al futuro, se vi ritrovate – qualunque età abbiate – nel ritornello che declama stentoreo “la mia giovinezza è stata breve, ma diventerò grande!”, allora siete a cavallo.
Proseguite spediti verso l’impressionante sequenza centrale che mette l’una accanto all’altra “Hurricane Laughter”, “Roy’s Tune” e “The Lotts”, ovvero – rispettivamente – il miglior apocrifo possibile dei Fall, una delle più belle e struggenti ballate punk di sempre e l’ipnotico asso nella manica che i ragazzi si sono riservati per il disco.
Se poi volete proprio sentire il sapore d’Irlanda, andate allora alla traccia conclusiva “Dublin City Sky” ballata che più irlandese non si può, nonché perfetta chiusura del disco perché, al di là della qualità del brano, ci sta proprio nel finale una dichiarazione di identità come questa.
Ecco, queste cinque gemme dovrebbero bastarvi, nonostante si sia taciuto sul post-punk travolgente di “Too Real”, sul singolo perfetto “Boys in the better land” o sul cantato tra rockabilly e Billy Bragg di “Liberty Belle”.
Il mio consiglio è di innamorarsi di questi ragazzi che magari non suonano nulla di nuovo, ma lo fanno con freschezza e personalità invidiabile, forti di una scrittura solida e di testi dalla profondità letteraria giocati tutti su allitterazioni, ripetizioni, calembour e sloganistica poetica, al punto che ogni parola sembra avere innanzitutto un proprio senso musicale. La composizione delle melodie sembra infatti poggiare, più che sulla scelta delle note, sulle parole e sulla loro disposizione ritmica. Al resto della band non resta che fare (bene) il proprio lavoro di combo punk-rock coeso e leggermente slabbrato.
Se poi non vi piace, fa niente.
Si vede che vi piacciono altre declinazione del verbo rock.
D’altronde la storia della nostra musica poteva (forse) fare a meno dei Fontaines DC, ma il mio 2019 no.
Ne aveva proprio bisogno.
(Voto: 8,00)




