I Fontaines D.C. sono già tornati. Il tour di “Dogrel”, acclamato esordio della band, pare sia stato fecondo dal punto di vista creativo e il nuovo disco è stato scritto proprio nelle sue pause, quando la band cercava ristoro dal rumore dei concerti e dal clamore di una stampa, che già li proclamava nuova promessa del rock, nonché band that matters, capace di salvare il rock n’ roll dalla posizione marginale che aveva via via assunto negli ultimi anni.

La vera notizia però non è tanto che i Fontaines D.C. sono tornati, quanto la maniera con cui lo hanno fatto. La seconda puntata della saga si rivela infatti molto diversa dalla prima. Più meditata e riflessiva… se vogliamo, più matura. Nessun effetto fotocopia, dunque. I ragazzi dei Fontaines hanno uno sguardo profondo, basta guardarli negli occhi. Ci credono, insomma. Nessuno di loro, a partire dal cantante, possiede doti musicalmente rilevanti, eppure insieme la loro formula ha quel qualcosa… Un tempo si diceva che fosse la caratteristica che rendeva magica una band. E forse una delle ragioni del fascino dei Fontaines DC è che fanno pensare non tanto ai begli anni andati del rock, quanto alle cose che più ci piacevano di quegli anni. Un misto di poesia, giovinezza ed elettricità, che sembrava riempire di spessore e verità la musica. Un mix che altre band cercano invano di ricreare (un esempio? gli Algiers), ma a cui spesso manca qualcosa… forse quel quid epico che, declinato in maniera dimessa, rende unici i Fontaines D.C.

I vari singoli pubblicati prima dell’uscita di “A Hero’s death” sembravano sfuggenti, incapaci di far intravedere che tipo di disco i ragazzi di Dublino avevano in serbo per noi. Se A Hero’s death, primo estratto dal disco, sembrava un’outtake di “Dogrel”, I Don’t Belong e Televised mind mostravano un suono meno ruvido.

Adesso, l’ascolto unitario del nuovo lavoro conferma come i Fontaines D.C. abbiano usato la sala di registrazione per guardarsi dentro, estraniarsi da aspettative e pressioni per fare chiarezza sul fatto che “Dogrel” non bastava a rappresentare l’anima della loro esperienza musicale.

C’era di più e andava registrato per poter poi rilanciare sul piatto e mostrarsi in prospettiva pronti persino per il “difficile terzo album”.

Verso cui adesso guardiamo tutti, quasi certi ormai di non esserci sbagliati nell’aver consegnato la nostra fiducia alla band giusta, dopo anni in cui, per sentirci adeguatamente rappresentati, abbiamo dovuto rivolgere lontano dal rock le nostre orecchie.

 

E dunque I Don’t belong è ipnotica e reiterata come certe cose di “Dogrel”, ma senza la stessa furia, esibendo piuttosto una pacata tristezza, Love is the main thing affida le sue verità a groove e chitarre riverberate, che richiamano le stelle morenti dei Joy Division, Televised Mind stratifica chitarre sopra chitarre su un gran fragore di batteria, mentre Grian Chatten snocciola quello spoken melodico che è già diventato un marchio di fabbrica, A lucid Dream ha un giro di basso melodico su chitarre phaser e insieme al primo singolo A Hero’s death è l’episodio che più richiama il particolare fragore punk di “Dogrel”. Segue l’oasi centrale costituita dall’accoppiata You said e Oh such spring, brani in cui si consuma davvero la svolta melodica nella musica della band con Grian che intona, mai come nell’esordio, delicate melodie che in You said non rinunciano alla reiterazione delle frasi e in Oh such a spring si distendono come dei Jesus and Mary Chain svuotati del rumore. La band in entrambi i casi si rivela abile nel cambiare registro e, benché soprattutto in You said supporti il brano in maniera elettricamente sostenuta, sa dosare benissimo il proprio tocco. Il ritmo sale nuovamente con A Hero’s death e le chitarre grattugiate di Living in America, appoggiata sulle scale discendenti della voce di Grian che giunge giù in basso ai limiti della propria intonazione, per dare luogo a una dinamica circolare e ipnotica, smossa dai sussulti elettrici delle chitarre. I Was not born serve da intermezzo rumoroso per l’accoppiata finale di brani, ovvero Sunny e No, che chiudono su tempi lenti, intrecci vocali, reminiscenze irish, chitarre quasi twang, arpeggi fragili come vetro e nostalgie verso un domani che vorremmo questi giovani musicisti assicurassero a tutti noi.

Fontaines D.C. - You Said (Official Audio)