Michele Benetello aveva provato a avvertirci: “Io, SirBilly, ve lo scovo, pure… ma poi ve lo gestite voi!”. Insomma, poi sono affari vostri! E in effetti noi – che volevamo solo compiere un servizio pubblico, riportando alla luce il buon SirBilly – non eravamo forse preparati a quello che sarebbe successo… E dunque ecco un nuovo diluvio di parole, dense e pastose, direttamente dalla bocca del vegliardo, che parlano di quella volta in cui il buon Billy si trovò alle prese con… anzi, no: non vi anticipiamo nulla. Diciamo solo che la storia ha a che fare con due donne, una reale e una solo evocata, e con l’incedere sbruffone di Richard Ashcroft che un tempo odorava di sfrontata giovinezza, mentre oggi, sempre più, di nostalgia e rimpianto”

Buona lettura!

 

Da qualche giorno mi sveglio con un umore da Donna Letizia, un po’ come questo tempo dispari che non riesce a decidere da che parte del cielo agglomerare. Una Liala del pop. Femminea convergenza inutile intinta nelle paturnie amorose. Ogni tanto capita, serve a comprendere che, in questa vita, se non ci anneghi un po’ dentro ingurgitando cloro e muffe, non la svanghi. Continuo a pensare alla miriade di esseri umani che in ogni istante, su questo pianeta, si incrociano per poi divergere. Un po’ come i neuroni nelle sinapsi, solo con meno intelligenza e più dolore. Quindi vi e mi pongo una domanda, esortandovi a scrivere alla posta del cuore: quale è l’esatto istante in cui una relazione si spezza? Avete sicuramente fissato nella memoria l’ultimo incontro con qualcuno che avete amato. Quell’attimo, manco tanto fuggente, in cui realizzate che – ohibò – what the hell I’m doing here? Ecco, quello. Esattamente quello. Vedo che ci capiamo. Un punto imprecisato dentro di voi che improvvisamente diventa linea. Zzzzzzzzzzzz. In genere è nella pancia, poco più su di ‘dove sapete voi’; è la pancia a dirti che così non va e il muscolo cardiaco non risponde più. Mayday Mayday. Houston, avete un problema. In genere si temporeggia, almeno così ho visto fare dacchè maestro nel subire e dunque non sono quel fulmine di guerra che i solerti Mason&Dixon vogliono farvi credere. Si tende a non decidere subito, in pratica. Si instaura un’Ikea di alibi muniti di ben temperata brugola e ci si sbatte in un accanimento terapeutico fuori dal comune ben conoscendone l’inutilità. Come svuotare l’Oceano Pacifico con le orecchie.

Guardi al sole e finisci solo con l’immaginarlo, sotto un plaid tarmato da grigiastre nubi. Poi il tempo passa e ti confermi da solo le impressioni: non ti sbagliavi. Che quella volta è stata l’ultima (ma l’avevi detto anche l’ultima volta), che quell’espressione, quel silenzio tra voi due che sembra non finire, quel messaggio arrivato per dovere o per stizza e altrettanto per dovere o stizza restituito al mittente senza manco la spunta blu ti ha dato la certezza emotiva che era tutto al capolinea, anche se poi hai insistito a rianimare un manichino insufflando inutilmente aria su un’anima tarlata. E quel punto diventato linea, lì giù nelle viscere, comincia ad incresparsi mandando a puttane tutto il dolce stil novo che credevate di aver vissuto. Sai che hai fatto centro e devi solo attendere che diventi un ricordo. Mai dolce, intendiamoci. Quasi mai. Un bell’amarognolo da medicina ingurgitata a forza. Una sinfonia agrodolce. In questo, l’ultimo ricordo, è un pezzo di guano bello e buono, e non va né su né giù. Rimane incastrato lì in guisa di bolo melmoso, fino alla totale digestione. A ognuno i suoi tempi, tanto poi passano credetemi. Quella è l’unica cosa certa.

Eppure una storia d’amore termina ben prima della parola fine. Il sigillo è una ceralacca emozionale che serve solo per le statistiche, le eventuali proiezioni future (rifarete lo stesso errore, tranquilli) e le recriminazioni. Quando esplodi sei già deflagrato prima, eludendo le leggi della fisica, come una Supernova qualsiasi. Il punto d’espulsione dei due assi cartesiani è simile al paradosso della luce stellare. La vediamo, ma giunge da un ammasso di rocce frantumatosi trilioni di anni fa. Stessa cosa, identica: ti pare che sia tutto cuoricini, plaid, popcorn, erezioni e canzoni di Tommaso Paradiso – che è nomen omen ma anche no – e invece, da qualche parte nel tempo, hai imboccato una strada lastricata di alibi e rancori o ti è stata messa in maniera subdola sotto i piedi. C’è sempre un momento esatto, un unico e infinitesimale istante in cui qualcosa si spezza; non è mai (quasi mai) un gesto eclatante o un massimo sistema che si incrina improvvisamente. Forse nemmeno un ‘cielo, mio marito’. No, nemmeno Manlio di ‘Un Posto al Sole’ ha agito così. E senza arrivare a casi limite sappiamo tutti benissimo che è qualcosa che si insinua con garbo e caparbietà. Ci vuole tempo, abilità e perseveranza per distruggere qualcosa. La fine è solo un surrogato per la storia, lo strappo ha sempre effetto retroattivo. E’ già finita quando finisce, non vi è scampo, quindi dimenticate lo sfogo iniziale.

Prendiamo le canzoni pop, è innegabile come siano sempre le impronte digitali di una storia d’amore, nate per accompagnarne le gesta durante tutta la sua breve esistenza, dall’entrata in scena al sipario finale. Sfido chiunque a provarmi il contrario. Che sia Tiziano Ferro in auto al primo appuntamento (“lascia lascia, senti che bella”… e poi la associa mentalmente a voi in saecula saeculorum. Ricordatevi sempre: poteva andarvi peggio) o il cd degli Swell Maps che vi siete svenato a farle dopo giornate di assidua frequentazione – e altrettanto assidui tentativi di portare a compimento l’opera – per poi magari sentirvi dire ‘che roba è? Non credo di aver capito bene‘. Comprenderete come ci sia sempre un motivo concreto per il calo della libido, vero? Sono quindi sovente le canzoni i veri sensali di una coppia, anche se una parte di quest’ultima non sempre ne è consapevole. Del resto cosa vi è di più semplicemente incasinato dell’ammmmore? Ovvero quella cosa che – per sua natura – è destinata a finire?

Arrivo al punto, scusatemi. È che dovevo farla fuori quella donna, subito. Invece ci giravo intorno, come sto facendo ora. Fuori e soprattutto dentro. Dentro me, intendo. Certo, c’erano Meetic, Badoo, Tinder, Lovoo e tutte quelle cose lì; cose che a qualcuno son necessarie e a tanti altri no. O viceversa. Metadone a buon mercato che ti evita di girare a vuoto in cerca di pusher tettoruti. Runner82 si era fatta avanti, senza manco comprare una riserva di like e cuoricini. Iscritto e tempo 15 minuti già si dimenava nello sventolar la pargoletta mano. Salutista, separata, non un filo di adipe, 1,72 di altezza, no fumo, no alcool, un gatto, aforisma della Merini in bella mostra. Un figlio, credo. Tette in numero di due di congrua consistenza. Cristiddio. Mi sarei arruolato nei Vietcong ma dovevo farla fuori ‘quell’altra’, con ogni mezzo necessario. L’ho già detto, giusto. Ho respirato e risposto, come al luna park prima di gettarti da qualche attrazione impedibile ben sapendo che vomiterai anche l’anima. Tre scambi, qualche emoticon inutile, 25 km da casa. Un tiro di schioppo praticamente. Quello che avrei voluto sparargli sulla nuca se avessi saputo. Non si perdeva d’animo, probabilmente le amiche alla Sex And The City erano occupate quindi era filato tutto liscio e in maniera abbastanza diretta. Visto che siamo vicini di casaaaa, domani sera che faaaai. Vorrei impiccarmi come Ian Curtis ero tentato di dirle invece optai per una cena. Cena di pesce, alè. Almeno non era vegana. Morire d’amore sopra la crema di dentice era un bel modo per passare alla storia.

L’avrei riconosciuta da un tatuaggio aveva scritto, uno dei tanti. Tanti sì. Tanti tatuaggi, tanti denti e tanti capelli mentre io cominciavo ad avere solo tante idiosincrasie. Due parole inutili mentre attendevamo il tavolo migliore, perché certi camerieri sanno tutto e non serve ammiccare o sventolar bigliettoni se ti prendono in simpatia. Lei parlava e io pensavo a casa mia, a qualche categoria di Youporn e al divano accogliente sporco di lacrime e Select. Rigorosamente Select, che il Campari non ha urgenza casalinga. Faceva caldo a guardarla, ma caldo solo nel senso di condizione climatica. La guardavo ed ero certo si sentisse perfetta, una così si era sempre sentita perfetta, anche quando l’ex marito era stato allontanato perché lei – ci scommetto – ‘aveva bisogno dei suoi spazi’. Parlava e annuivo, annuivo e parlava. Di sé. Ogni tanto spiluccavo un gambero alla griglia e un sorso di vino, con un sorriso mesto come le famose escargots qui vont a l’enterrement. Potevo immaginarmi esattamente la fragranza del deodorante che teneva in salotto, le pattine, il bagno con una riserva di creme da farci una Saint Honorè di pelle morta, il tappeto intonso, i faretti soffusi sul soffitto della camera da letto, la cyclette nel ripostiglio, il libro di Chiara Gamberale sul comodino e un dildo dal design anatomico nella borsa. Ammetto che lì, in quel momento, non ce la potevo fare da solo. Avrei avuto bisogno di conferme da qualche amico, possibilmente sposato. Uno che mi spiegasse perché quell’altra, prima di sparire, mi avesse detto che ‘l’ultima cosa al mondo che vorrei è quella di farti soffrire’, che in genere significa ‘muori cane, fottiti’. Fin lì ci arrivo anche io ma volevo sentirmelo confermare da uomo con fede al dito, di ferrei principi, pronto a trascinarmi via in un sottoscala a vomitare tutte le paturnie. Invece ogni tanto mi arrivavano parole strane in sottofondo mentre cercavo con lo sguardo il cameriere per un altro Pinot Nero. Resilienza, Serotonina, running, plantari. Si può uscire a cena con una che erutta ’plantari’? Forse sarebbe stato meglio crogiolarsi nel dolore di quell’altra. Che si era volatilizzata da un tempo non ancora sufficientemente sicuro per dirsi guariti visto che i sedili della mia auto odoravano ancora del suo balsamo per capelli. Avrei dovuto cominciare a fumarci il sigaro, lì dentro. O farci pisciare il gatto di Runner82.

Due Fernet e l’ansia di svignarmela senza che l’indomani quello sputo di paese dove la tatuata poggiava ogni notte le sue stanche membra avesse da additarmi come colui che fece per viltade il gran rifiuto. Giravo il Fernet nel bicchiere con il dito prima di leccarmelo, giusto perché scappasse inorridita e mi lasciasse un conto da pagare, che è sempre meglio di un rimorso. Niente, pareva eccitarla. Volevo altresì chiederle dei suoi plantari e invece pensavo a quell’altra, alle sue cosce, ai suoi ‘prendo atto’ e non mi usciva nulla da quella scatola sonora chiamata bocca. Non erano entrati tutti i gamberi e non erano uscite tutte le parole. Mentre ordinava l’ennesima minerale naturale temperatura ambiente alzai il braccio con fare annoiato: il conto, garçon. La vidi finalmente ammutolirsi e annuire, avevo preso punti. Da lì sarebbe stata tutta in discesa, se avessi voluto gettarmi tra quegli arti inchiostrati di pigmento asettico. La filodiffusione lanciava “Bittersweet Symphony” sul filo di lana mentre io mi inventavo un turno dell’ultimo minuto al pronto soccorso. Dove avrei voluto andarci davvero, ma come paziente. La delusione sul volto di Runner82 era palpabile, ma tutti quei tatuaggi erano troppi per me, e non avrei voluto ritrovarmi a copulare in una casa piena di plantari. Questa si chiama resilienza.

Quaranta minuti e chiudevo il portone a doppia mandata, ad annusare il Select corretto lacrime sul divano.

Quindi io so che questa è una bella canzone, che credete. Sembrerò stupido ma fin qui ancora ci arrivo. Bella, uscita al momento giusto, con un video d’accompagnamento funzionale e un piede in due scarpe, come tanti di noi. Talmente bella che ci potresti persino baciare una donna sotto gli archi di “Bittersweet Symphony”. Credo di averlo fatto, tanti anni orsono. Archi nel senso di strumenti musicali. Quelli che si arrampicano sornioni lungo tutto il cornicione damascato del pezzo, passeggiando sopra un instabile equilibrio armonico. Però non c’è nulla da fare, per me è come sentir grattare le unghie sulla lavagna. Belle unghie, sottolineo. Smaltate e affusolate, con gli ossicini delle nocche a far capolino sexy. Ti soffermi ad osservare le dita ma non puoi fingere che il rumore di fondo non ti infastidisca. Sono io ad aver problemi nell’approcciarla, ‘sta cazzo di canzone. Troppi ricordi, non tutti necessariamente pieni di emoticon. I can’t change my mold, no no no no no no.

Era successo ieri sera con Runner82 e stava ricapitando stamani quando – col capo chino e l’umità dei frati (cit.) – smanettavo la radio in auto, diretto al Consorzio Agrario perché anche noi Lord Brummell aneliamo al diserbante, conscio che la giornata pesa si fosse preannunciata già da una veglia che trillava in maggiore. Radio Salcazzo o qualcosa del genere, con un babbeo che blaterava. Avrei dovuto cambiare stazione e invece mi sono bloccato come ogni volta, masochisticamente, lasciandola spargersi per l’abitacolo. L’avevo svicolata ieri sera ma oggi quella canzone mi aveva inchiodato al volante, non potevo più sfuggirle. Calcare puro, sin dall’attacco imperioso e svolazzante. Come spiegarlo? Non mi piace ma non riesco a non sentirla. Ci rimango attaccato anche se trasuda tristezza da seppiata MTV del secolo scorso ed emozioni a buon mercato per tutto il suo incedere. Perfetta per un pippone di Gramellini, sì. Invece niente, roba da fermare la macchina e bloccare il traffico. Perchè questa non è una semplice canzone, è una macchina del tempo e – volente o nolente – ti caccia sotto il naso una partita doppia che non pareggia mai e anzi veleggia quieta e impassibile tra le pieghe degli anni. da Runner82 e quell’altra a ritroso, più o meno. Non saprei nemmeno come metterla giù senza rischiare di diventare mieloso e/o babbione. Estate 1997 se non erro. No, non erro, voglio solo darmi una parvenza di menefreghismo, quando invece è ancora tutto ben sigillato nelle sinapsi. Beh, col cazzo! Stava per finire il millennio e questi (i Verve) dalle sostanze psicotrope mi passavano a rubare violini altrui. Io ero fermo ai violini, per dire. Ai violini e a nottate infinite spiaggiato su divanetti in riva al mare, in una transumanza d’amorosi sensi che non mi portò nulla di buono e anzi quell’uppercut che mi colpì segnò i miei lineamenti per un discreto lasso di tempo. Ci deve essere ancora una cicatrice, lì da qualche parte. Fa pendant con quella lasciata da quell’altra. Avrà sicuramente influito moltissimo la fastidiosa faccia di Richard Ashcroft (incidentalmente simile ad un tizio che conoscevo) ma anche il pezzo c’ha messo del suo, perchè – poco da fare – se è vero che questa vita è una sinfonia agrodolce è altresì sacrosanto che ti verrebbe voglia di scansare tutti gli stronzi che ti si parano davanti o armeggiano in prossimità della tua vita invece di cozzarci contro come fa il Riccardone con snobistica voluttà. E’ quello che ti frega.

E comunque il Pinot Nero con il pesce ci può stare, credetemi.

Sincerely Yours,

SirBilly

The Verve - Bitter Sweet Symphony (Official Music Video)