Dopo la pubblicazione dell’articolo su Madlib di qualche mese fa,vorremmo oggi introdurre a voi un altro artista, forse anche più evasivo ed evanescente del californiano di Oxnard: Billy Woods.

Sulla sua figura non si conosce molto, se non il nome d’arte: nato a Washington D.C. figlio di madre giamaicana e padre africano attivo come militante politico, trascorre l’infanzia nello Zimbabwe prima di trasferirsi a New York all’età di 9 anni. Proprio nella “Grande Mela” Billy muove i primi passi nel mondo dell’hip-hop alla fine degli anni ‘90, per poi debuttare ufficialmente con l’album “Camouflage” (2003). Non si conoscono tuttora né l’età del ragazzo né il nome, il che lo rende un personaggio di difficile collocazione, in quanto non appartenente a nessun filone culturale nel mondo dell’hip-hop. Per quanto si possa desumere qualcosa basandosi sugli anni dei suoi primi lavori e sulle pochissime interviste rilasciate (potrebbe avere circa quarant’anni), il fascino del mistero è inequivocabile.

Il rap di Billy Woods è inscindibile dalla politica e dall’aspetto sociale, ed è inoltre caratterizzato da una costante ricerca sonora e lirica, merito anche della collaborazione con alcuni illustri produttori e beatmaker della scena underground (ma di questo parleremo più tardi..).

La carriera prosegue a rilento con diversi progetti paralleli fino al 2012, anno di “History Will Absolve Me” (uscito per “Backwoodz Studioz”, etichetta fondata da Woods stesso), disco fortemente provocatorio ed estremamente politico: in copertina troviamo infatti l’ex presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe (che ai tempi era tutto, meno che “ex”…) accoppiato con una celebre frase pronunciata da Fidel Castro. Insomma, il buon Billy non ha mezzi termini né nei titoli né nelle lyrics dei brani, estremamente vivide e attuali. Un esempio è “Crocodile Tears”, seconda traccia del disco, dove Woods (sopra un beat clamoroso, opera di Roc Marciano) analizza e compara gli estremismi sia della società statunitense sia di quella dello Zimbabwe ai tempi di Canaal Banana (“President Banana, lips burnt on roaches o’ bammer”, dove l’inside joke sulla “Repubblica delle Banane” è tutto fuorché una battuta di cattivo gusto…), concedendo anche una citazione a Muddy Waters (“Bring me champagne when I’m thirsty/ Bring me reefer when I want to get high”)

Billy Woods - Crocodile Tears

Nel 2013, Woods stringe un sodalizio artistico col rapper e produttore E L U C I D (d’ora in poi Elucid) e forma gli Armand Hammer, che debuttano nello stesso anno con l’album “Race Music”. I due però cominciano ad ottenere maggiori consensi ed attenzione con lavori come “Rome” (2017) e “Paraffin” (2018).

Qui i “rant” politici, a tratti filosofici, di Woods si fondono con i beat astratti, psichedelici e sperimentali di Elucid, come possiamo sentire qui:

Armand Hammer "Barbarians/Overseas" [OFFICIAL VIDEO]

Woods nel frattempo non perde tempo, e pubblica una dopo l’altra delle pietre miliari dell’hip-hop indipendente americano, tra cui “Today, I Wrote Nothing” (2015), “Known Unknowns” (2017), “Hiding Places” e “Terror Management” (entrambi pubblicati nel 2019).

Il personaggio di rapper evanescente e dall’identità misteriosa calza perfettamente con l’idea di rap di Billy, da una parte politicamente schierata, colta e ricca di riferimenti culturali tra i più svariati, dall’altra coerente con un personaggio che non ha paura di mettere in musica le proprie insicurezze, come avviene ad esempio nei primi versi di “Spongebob” da “Hiding places”:

(“Too scared to write the book, took it, put it in the hook
Of a song, no one listened to it, looks like I wasn’t wrong
Hid it where they wouldn’t look, lookin’ like Zedong
Lookin’ at Taiwan like, “Look, they shook, let’s get it on”
Shots whizzed, his depression was all gone”).

Si diceva prima di come l’avventura di Woods nell’hip-hop non sia caratterizzata da appartenenze a filoni o trend. Con i suoi peculiarissimi riferimenti sonori e verbali, l’artista mette in una scena una personalità che presenta pochissime similitudini con i campioni dell’hip-hop attuale (una certa affinità al massimo si può cogliere con un altro outsider come Madvillainy) e che, nel rinunciare agli omaggi alla tradizione soul, jazz, funk e rock del secolo scorso, privilegia piuttosto frequentare i meandri più rumorosi, psichedelici e sperimentali del beatmaking.

Non vengono in mente al momento artisti che possono anche solo vagamente ricordare sonorità simili.

Nonostante sia vero e insindacabile che Dalek, Clipping., Shabazz Palaces e Death Grips operino tutti nel mondo del’hip-hop destrutturato, caotico, cacofonico e anti-radiofonico, ognuno di loro percorre strade differenti.

I dischi di Woods e degli Armand Hammer viaggiano entrambi su questo binario, con la differenza che, nei secondi, la collaborazione permanente di Elucid consente al duo di accentuare il fattore sperimentale e psichedelico della produzione.

Armand Hammer "DETTOL"

La politica rimane una colonna portante del portafoglio artistico dei due, che non si risparmiano sulle questioni sociali che attanagliano gli U.S.A.

Quasi profetiche suonano alcune barre contenute in “Dettol” (su Paraffin, del 2018): “Service weapon in my face, all I could see was his lips chapped
Wouldn’t recognize him if I saw him today
Chokehold slowly closed the airway”, che tanto ricordano il caso George Floyd, più attuale che mai.

Su dichiarazione dello stesso Woods, “Shrines”, ultima fatica del duo, è stato scritto in poche sessioni a cavallo tra il tour europeo di fine 2019 e i primi mesi del 2020, prima di essere pubblicato il 6 Giugno.

Nessuno si aspettava che questo giorno sarebbe stato così tragico nella storia degli Stati Uniti, tra pandemie, rivolte popolari e violenza sistematica delle forze dell’ordine.

Sembra un caso, ma “Shrines” invece calza alla perfezione con la sensazione di instabilità e incertezza che questo nefasto anno sta elargendo a chiunque in ogni parte del globo terracqueo.

Il nuovo lavoro prende le distanze dagli scorsi lavori del duo e vede nuove collaborazioni con figure nuove nell’immaginario abstract hip-hop: per la prima volta fanno la loro comparsa su Backwoodz Studioz personaggi come Earl Sweatshirt, Pink Siifu, Quelle Chris e R.A.P. Ferreira su tutti (casualmente, tutti autori di full-length estremamente interessanti nel corso del 2020, e chissà che non se ne parli qui in futuro!).

Le sonorità sperimentali e allucinate sono subito percepibili con la “opening track” “Bitter Cassava”, dove Woods, Elucid e Pink Siifu si alternano sopra un beat di stampo neo-soul in 5/4:

Non manca la polemica sociale, le immagini dipinte sono crude e (purtroppo) realistiche, viste le recenti intemperie del caso George Floyd. In “Flavor FlavWoods prima (“We sick of waiting, it’s go mode
Battle of Algiers with the GoPro
Loathing and fear, all roads lead to Rome
Shook the hourglass like a snowglobe”, in riferimento alle numerose battaglie in corso nel mondo delle quali sappiamo solo quanto viene effettivamente ripreso da una telecamera), Elucid poi (“Pale faces beyond the fire, rabid with the sickness
Buckshot rang out, flinching, panic, confusion
Come off feet, ducking, skin of teeth, winded” in riferimento a una generazione senza punti cardine, in preda al panico e alla confusione) non le mandano a dire, pronunciano invece violente invettive per tutta la durata del disco.

In “Dead Cars” viene descritta una apocalittica situazione tipica delle periferie di New York, dove le “macchine morte”, ovvero parcheggiate e abbandonate quasi a sfidare regole e convenzioni sociali, spadroneggiano: il brano si apre con delle vivide barre di Elucid sulle periferie (“Scrapyard ghosts levitating, slap box under wolf moons

Above streets where siri noted coordinates and was too scared to speak, come through”), per poi proseguire con una descrizione di una città fantasma, pullulante di animali morti e locali squallidi, definendola “il prezzo da pagare per essere liberi” (“The city’s a hoarder, long dead in her bed

Shiftin’ borders, buckle and bend
All the president’s men suckled at the cracked shell
Wild raccoons, empty lots where it used to be crack sales now”).

Tutto il disco è un inno alla sperimentazione, alla destrutturazione della tradizione e una dichiarazione d’amore al rumore e alla lirica, elemento fondamentale della poetica degli Armand Hammer: ogni brano contiene riferimenti a cultura popolare, politica, letteratura, attualità, che vengono espressi in uno stile non immediato, ma estremamente musicale.

Interessante inoltre notare come tutti gli ospiti facciano un figurone nel loro ruolo e non si risparmino negli spazi loro dedicati. (lodevoli le strofe di Earl Sweatshirt e Moor Mother in “Ramesses II” a stigmatizzare le politiche di imperialismo con un riferimento a Leopoldo II, nonché la comparsata di R.A.P. Ferreira in “Dead Cars”).

Penso che ci sia ben più di un motivo per il quale Billy Woods e Elucid siano percepiti come dei guru e degli innovatori dalla comunità hip-hop: il loro mix innato di artificiosità, retorica, sperimentazioni e politica li ha resi oggetto di particolare interesse.

Non è nemmeno un caso se qualsiasi pubblicazione fisica dei loro lavori esaurisca nel giro di minuti (vedere su Discogs per credere): “Shrines” è forse il miglior album hip-hop del 2020 fino ad ora e, nella mia classifica personale, concorre pure per il miglior disco di questi primi sei mesi insieme a Fiona Apple (di cui parlò ai tempi qui il nostro Mason) e qualcun altro, di cui si parlerà in futuro. Acqua in bocca fino ad allora!

Armand Hammer "Charms" ft. KeiyaA