Se c’è una cosa di cui ho veramente paura, come appassionato di musica, è che, col passare del tempo, un giorno finisca tutto. Ma tutto cosa?
Ho il terrore di svegliarmi una mattina dicendo ok, basta sono stanco, il mio viaggio è finito. Non ce la faccio più a decidere se capire che diavolo significa vaporwave (e diciamolo, sono sempre stati al limite del ridicolo ma ormai sti nomi e sottonomi di generi e sottogeneri hanno rotto un po’ il cazzo…) o approfondire finalmente l’opera di Ligeti; se cercare di comprendere perché faccio fatica con certi dischi noise o dedicarmi come mi riprometto da anni a studiare il jazz seriamente.

Già perchè, per quanto sia una fonte di continua meraviglia, si tratta anche di un percorso faticoso e pieno di insidie. A volte infatti mi sembra di provare la sensazione che questo viaggiare senza sosta da un polo all’altro, provochi uno spaesamento e un disancoramento da se stessi. E’ paradossale perchè, in fondo, tutto questo frugare ovunque è solo un’investigazione alla ricerca della propria identità (penso ad esempio che l’amore per Tim Buckley e Robert Wyatt mi definiscano meglio di qualsiasi cosa potrei dire su di me) ma può anche provocare un senso di smarrimento, soprattutto perchè chi ha una certa età: quando ho iniziato il viaggio infatti, ascoltare un disco poteva essere un’impresa titanica che richiedeva lavoro bibliografico, una rete di relazioni sociali e parecchio culo, mentre ora è sufficiente una connessione internet decente….
Insomma per continuare la metafora del viaggio è un po’ come passare da una bicicletta scassata a un jet supersonico sempre a propria disposizione…. Tutto è a portata di mano.

Per questo è sempre opportuno fare una capatina verso casa ogni tanto e mettere su un disco di Dylan tra un disco degli Amnesia Scanner e quello di quel rapper consigliato insistentemente da un amico, (un tizio che continua a dire pum pum pum sopra le basi, della madonna beninteso). È fondamentale proprio per apprezzare meglio ad esempio anche il gelido sperimentalismo elettronico dei due suddetti finnici e il patchwork post moderno di Westside Gunn (quello del pum pum pum). La ricerca della novità e la sfida al proprio gusto rischia di diventare puramente un vezzo frenetico e un esercizio di stile di cui vantarsi, se non ci si ricorda chi si è. Occorre guardarsi allo specchio alla ricerca dei cambiamenti e cercare le differenze come si faceva con quei disegni della settimana enigmistica, se si vuole catturare quella bestia mutevole che è il proprio senso critico.

Immagino che se non siete ancora fuggiti dopo questo pippone è perchè vi starete chiedendo che diavolo c’entra Bevis Frond.

Fino alla settimana scorsa non l’avrei saputo dire neanche io se non fosse accaduta una cosa che spesso mi capita mentre vado in macchina al lavoro, ovvero quello di incantarmi come un vinile rovinato su una canzone: sentire un pezzo e alla fine ricominciare dall’inizio, una volta e poi un’altra ancora, fino al raggiungimento della non agognata meta; esempi recenti (COVID permettendo…) “God Bless The dick who let you go” di Simon Love, “Nowhere” (live) degli Ulver, “Going Places” dei Teenage Fanclub… (a proposito di sfoggio della propria vanità…. mi perdonerete, orsù!).

Qualche giorno fa scorrendo velocemente il menu dell’autoradio decido per istinto, come quasi sempre succede, di dare una chance al buon vecchio Nick Saloman; per chi non lo sapesse si tratta di un veterano della scena psichedelica inglese, in giro fin dagli anni sessanta ma protagonista soprattutto negli anni 80 con la sua chitarra acidissima e la sua voce stridula. Metto su il suo ultimo disco e sento i primi tre brani, classicamente bevis frondiani ma invero piuttosto anonimi; il giorno dopo, all’accensione, parte quindi la traccia numero quattro, “Lead On” e da lì non mi muovo più.

Un riff reiterato con cinque note della sola chitarra distorta e satura al limite del feedback doppiata in sottofondo e sono già capitolato.
All’introduzione seguono otto minuti di pura estasi: gli accordi distorti, le sottolineature e gli assoli di chitarra che si inseguono e sovrappongono in maniera psichedelica mi gridano con calore una cosa: bentornato a casa!

Sì perchè spero che non mi stancherò mai di salpare il mare come Ulisse e di armi ammaliare dalle sirene e incontrare ciclopi (scusate mi è scappato….) cercando di raggiungere la meta ma, in fondo,   sperando di perdere la rotta fino allo smarrimento psichedelico. E se c’è uno strumento che ne rappresenta l’essenza è la chitarra elettrica. Non posso quindi che sentirmi a casa (e davanti allo specchio di cui si parlava prima) quando la chitarra sparge effetti e suoni lisergici nell’aria, quando svolazza libera portando i miei neuroni a farsi un giro nel paese delle meraviglie insieme ad Alice (cazzo mi è scappata di nuovo), quando venti minuti di assolo sembrano trenta secondi…

Per cui grazie Nick, non sarà il tuo pezzo migliore ma grazie. Grazie per quegli otto minuti che grazie al sacro potere del repeat diventano infiniti, grazie per aver trasformato il mio triste viaggio verso l’ufficio in un trip psichedelico che sembra durare contemporaneamente un attimo e un anno, grazie per avermi ricordato alcuni dei miei eroi come J Mascis, Neil Young e il sempiterno Jerry ma grazie soprattutto per aver rappresentato un improvviso approdo nel mare sconfinato, riportando tutto a casa … fino alla prossima partenza…