Questo è uno di quei dischi che rischiano di perdersi nel marasma generale. Di quelli che in pochi si sentono in dovere di promuovere. Dopotutto, gli Electric Soft Parade andavano bene giusto nel decennio scorso e, francamente, la spinta data loro dall’acclamato esordio “Holes in the wall” non è stata sufficiente a fargli scavallare la decade. Se a ciò si aggiunge un’attività tutt’altro che frenetica e un suono che fa a meno del meltin’ pot culturale che sembra obbligatorio al giorno d’oggi, sarà facile comprendere come sia stato facile dimenticarsene. Io per primo, dopo quel disco d’esordio in cui un po’ tutti ci ritrovammo a parlare (chi bene, chi male) dei fratelli Alex e Thomas White, non ho più frequentato molto la talentuosa famigliola di Brighton, che però nel frattempo ha fatto altri tre dischi, tutti passati frettolosamente nella pila degli “ascolto-prima-o-poi” (ed è un peccato perché ad esempio “Idiots” del 2013 è gioiello pop assolutamente da recuperare, soprattutto alla luce di questo nuovo lavoro).

La verità è che, al di là del talento musicale, i fratelli White sono emersi in un momento poco felice. Furono portati in dote dalla stanca ondata di ritorno che seguì l’eccitazione del brit pop (troppe le energie spese nel decennio precedente: alcune inutilmente, alcune per fenomeni effimeri, altre per comete indimenticabili). Un’ondata che, tolti nomi maggiori come Doves e Elbow, finirono per lasciare in eredità solo gregari e comparse come Turin Brakes, Cooper Temple Clause, South e I Am Kloot. Una spossatezza e una crisi di rigetto che, per inciso, ancora oggi miete ingiustamente vittime: Leisure Society e Faerground Accidents i primi che mi vengono in mente.

Tornando agli Electric Soft Parade, si corre, dunque, il rischio che anche questo lavoro passi in cavalleria, per essere poi magari ripescato tra vent’anni in qualche rubrica che parla di tesori da riscoprire. Per quanto mi riguarda, ho avuto la fortuna di incontrare nel posto giusto e al momento giusto questa serie di pregevolissimi manufatti melodici. Canzoni lunghe e avvolgenti, voce vellutata che nel dolore è capace di scovare una qualche serenità, fiati e arrangiamenti che sebbene ricchi, non risultano mai barocchi, chitarre che operano come bisturi sul cuore, crescendo sensazionali, canzoni che del pop non hanno l’immediatezza, bensì la capacità di “arrivare”.

A proposito di ”pop”. Come sa bene chi bazzica questa materia, spesso i dischi migliori sono quelli che nascono da genesi travagliate: non fa eccezione questo lavoro che i ragazzi White hanno tenuto nel cassetto per molto tempo. Per la precisione dal giorno della morte della madre, avvenuta nel 2009, evento traumatico che spingeva Alex White a comporre una serie di brani ispirati da tale perdita. Canzoni che non solo vengono poi testate dal vivo, ma che intorno al 2016 vengono persino registrate con l’obiettivo di pubblicarle tramite una ragione sociale differente da quella degli Electric Soft Parade. Qualcosa però si inceppa e il progetto rimane abortito, fino a quando i due fratelli non decidono di ripescare la sigla per cui sono più noti e con essa quelle canzoni così fragili e personali, che a quel punto vengono ri-registrate, ripescando però anche elementi delle session originali. Il risultato è quello che adesso potete tutti ascoltare e, se volete, acquistare sul Bandcamp del gruppo.

E noi ve lo consigliamo vivamente, non fosse che per l’incipit di “Saturday” che costituisce overture dimessa per chitarra satura, note di piano a cascata, archi e voce confidenziale; o per il tris di ritornelli semplicemente perfetti che seguono in scaletta: i ragazzi di Brighton hanno perfezionato l’antica arte del ritornello e ne presentano tre esemplari da antologia in “Never mind ” (soft rock arioso con ondate elettriche ad avvolgere le melodie), in “The bargain ” (stentorea e cadenzata) e soprattutto in “Left behind”, apice del disco grazie a un refrain che cammina a fianco dell’ascoltatore, come farebbe un amico che – nel prendersi cura di te – sa tenere le giuste distanze.

The Electric Soft Parade - Left Behind

La seconda metà del programma prevede l’ostinato tema di pianoforte di “On your own” che puntella il brano per tutti i suoi dodici minuti di cavalcata rock per chitarre e fiati, su cui la voce scivola via dimessa e malinconica. Si tira il fiato con la forse troppo magniloquente “Roles reversed”, prima di giungere al finale pacificato di “Fragments”, suonato tutto in celestiale elevazione con i fiati che sul finale sembrano portarsi via il brano assieme al resto del disco.

Un lavoro compatto di soli sette brani, reso omogeneo da una scrittura ispirata e un mixaggio brumoso e sfocato che amalgama i suoni in maniera tale che anche le fughe dei singoli strumenti (ad esempio il sassofono nel finale di “Never mind”) non si staccano dal resto, ma piuttosto lo sospingono emotivamente. Un disco che rappresenta anche un salto di qualità per gli Electric Soft Parade, concludendo quel processo di maturazione che dal pop-rock degli esordi – eclettico, pieno di intuizioni melodiche, ma spesso dispersivo – si focalizza su un mood malinconico che richiama certe pagine di pensoso pop britannico di band come i Piano Magic o di solisti come Bill Ryder-Jones. Gente in grado di compiere l’antico miracolo inglese: quello di risultare così malinconici da riuscire a infondere serenità.