Ricordo ancora, seppure in maniera nebulosa, quel giorno apparentemente qualunque del 1995 (non chiedetemi la data però, ve l’ho detto che il ricordo è confuso…). Appresi la notizia dal telegiornale o era un quotidiano anzi no era MTV… Insomma, la verità è che non voglio ricordare, perché si trattò di un annuncio sconquassante: “i Beatles si riformano e pubblicano un nuovo singolo”.
Non so se vi rendete conto cosa possa significare trovarsi recapitata tra capo e collo un’informazione simile! Una ridda di ipotesi, anche assurde, si scatenò nel mio cervello. Riformano? Come cazzo fanno senza John? Sarà mica risorto come Gesù Cristo (d’altronde loro sono pure più famosi!) oppure diventeranno i Fab Three? Oddio, vuoi vedere che quella notizia che circolava da tempo che si sarebbero riuniti con Elvis Costello al posto di John Lennon è vera? Mi immaginai persino una foto di Paul, George e Ringo con l’allora ventenne Sean Ono Lennon, novello quarto Beatle, sotto lo sguardo severo e protettivo della madre Yoko.

Ma la realtà è più strana della finzione e quindi non avrei potuto immaginare la verità: no, Lennon non era risorto, ma i Beatles si sarebbero comunque riformati con la formazione originale, utilizzando il classico demo trovato in soffitta con la voce di John, attorno alla quale gli altri tre avrebbero costruito una canzone intitolata “Free As A Bird”.

Tutto qui, direte voi? Posso immaginare la vostra perplessità, perché oggi, un tempo in cui persino musicisti seri si sono imbarcati in un tour con l’ologramma di Frank Zappa, una notizia del genere farebbe ben poco clamore e probabilmente non susciterebbe neanche molta indignazione.

Credo però che se oggi questo tipo di operazioni non fanno più di tanto rumore sia in gran parte a causa di quei signori di Liverpool. Già, perché in maniera del tutto inattesa i Beatles, con una canzone a venticinque anni dal loro scioglimento, riuscirono ancora una volta a lasciare un segno nella storia; certo, si tratta di un’altra storia, non quella che va da “Love Me Do” a “I Me Mine”, ma “Free As A Bird” è un brano che, piaccia o non piaccia, ha segnato un prima e un dopo.

E’ stato infatti il primo momento nel quale è stata sdoganata la “resurrezione” dei morti grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie. Eppure non era la prima volta che un tentativo come questo veniva fatto; basti pensare all’illustre precedente di Jim Morrison con “An American Prayer” nel 1978, disco dove la voce recitante del Re Lucertola veniva accompagnata dalla musica posticcia dei suoi ex compagni. L’album fu pubblicato a nome The Doors, ma in fondo si trattava di un progetto che permetteva di grattare il fondo del barile con gli ultimi rimasugli del carisma di Morrison, aggiungendo agli spoken del Re Lucertola della dimenticabile musica di sottofondo. Insomma non si trattava di una resurrezione dei Doors, ma di un presunto omaggio (ben monetizzabile) a Jim Morrison, realizzato riducendo gli altri tre componenti a semplici vassalli del Re. Se non il fine monetario, almeno l’idea alla base di “Free As A Bird” (che serviva peraltro a lanciare il mastodontico progetto audiovisivo “Anthology”) era senz’altro diversa e più ambiziosa. Non si trattava di un omaggio a Lennon (come d’altra parte sarebbe stato lecito attendersi: il brano avrebbe dovuto fare parte del suo repertorio solista, essendo stato scritto da John diversi anni dopo la fine dei Fab Four), ma di resuscitare di nome e di fatto i quattro baronetti. E si tratta di una bella differenza perchè, tra la somma dei singoli componenti e la loro unione come quartetto, c’è una notevole distanza. Onestamente, non si può dire che i Fab Four da soli abbiano onorato il loro nobile passato. Il buon Paul, pur con le sue degne zampate di classe, non è stato certo all’altezza della premiata ditta Lennon/McCartney di cui era socio al 50%, mentre Ringo senza i Beatles non sarebbe stato uno dei “batteristi scarsi migliori della storia del rock” e probabilmente sarebbe stato un signor nessuno o al massimo un buffo e simpatico comprimario. Ah beh però, direte voi, c’è George con quel gran disco triplo! Bellissimo per amor di Dio, ma probabilmente riempito con canzoni scritte negli anni d’oro beatlesiani e cestinate a causa dell’inarrivabile vena (e della tirannia…) dello straordinario duo. Ma dopo “All Thing Must Pass” cosa resta? ben poco… Diciamolo: senza i Beatles forse passerebbe alla storia del Rock solo il John dell’esordio con la Plastic Ono Band e del suo seguito“Imagine”, almeno per la forza populista tardo hippie della title track. Sono troppo duro? Forse, ma cazzo parliamo dei Beatles! Dovevamo forse accontentarci dei Wings o di “Walls And Bridges”? Degli all star tour di Ringo e delle “sitarrate” di George in Bangladesh?

Per tornare a noi, dal momento in cui venne annunciata la reunion, iniziarono le polemiche sull’inopportunità di una tale operazione, suggellata tra l’altro da una conferenza stampa che schierava un’inedita versione dei Fab Four con nientemeno che una Yoko Ono, nelle veci di John, che sorrideva a Paul… Immaginavo una parte dei fan che, dopo averla accusata per anni di aver distrutto il gruppo manipolando John, ora la processava per l’esatto opposto: riunire la band, al solo fine di guadagnarci qualche soldo.. Il fulcro della controversia giostrò infatti, anche giustamente, attorno al “lo fanno per soldi”, ma onestamente non era lo sfruttamento commerciale che mi scandalizzava: temevo infatti (anzi ne avevo un vero e proprio terrore) che il nome dei Beatles potesse essere infangato artisticamente. Insomma volevo con tutte le mie forze che il brano non mi piacesse per smascherare l’inganno.

The Beatles - Free As A Bird

Free as a bird: di nuovo Beatles

Bene, arriva il fatidico giorno di uscita del brano, il 4 dicembre 1995 e mi metto all’ascolto, mi metto all’ascolto, agguerrito (ma emozionato) e pronto alla stroncatura come neanche Scaruffi oserebbe mai: il brano parte con una batteria pompata e riverberatissima che ricorda più la produzione di Jeff Lynne in “Into the Great Wide Open” di Tom Petty (ah dimenticavo all’appello mancava George Martin sostituito proprio da Jeff Lynne…) che il classico suono compresso di Ringo. Poi si aggiunge la slide di George (magistrale, devo ammettere a denti stretti) fino a che parte una voce flebile che sembra provenire da un citofono. E questo sarebbe John? dico ridendo soddisfatto tra me e me, approfittando della pessima qualità della registrazione per affossare l’intervento di John e di conseguenza l’intero brano…. Insomma è passato più di un minuto e si può dire che il brano sia carino o al massimo meglio di “Don’t pass me by” o “Maxwell’s Silver Hammer”, non certo un complimento per un brano dei Beatles…

Poi succede qualcosa: al minuto e venti secondi entra Paul pronunciando le seguenti parole:

“Whatever happened to
The life that we once knew?
Can we really live without each other?
Where did we lose the touch
That seemed to mean so much?
It always made me feel so…..”

e risponde John

“….Free as a bird”

Quante volte avete sentito l’espressione “avere un’illuminazione” pensando che fosse un’esagerazione figlia del fanatismo? Beh magari sì, sono un fanatico beatlesiano ma il passaggio dal ritornello di John al bridge cantato da Paul, che a sua volta gli ripassa la palla, fu per me uno di quegli attimi nei quali tutto diventa improvvisamente chiaro; un istante in cui l’algebra va a farsi fottere e la somma degli addendi diventa esponenziale. Un “pick and roll” alla John Stockton e Karl Malone o un “triangolo” alla Xavi e Iniesta, se mi concedete il paragone sportivo. Compresi qualcosa sui Beatles che andava oltre la canzone stessa perchè quell’interplay diceva tutto dei Fab Four. Nulla in quel momento importava più, le speculazioni, il presunto tradimento di Yoko per soldi, le accuse di necrofilia e, incredibilmente, neanche l’assenza di George Martin sostituito da Jeff Lynne (dico… Jeff Lynne!): i Beatles erano tornati! La voce di John tornava a suonare toccante (come in effetti era già nel bellissimo demo originale) e non sembrava più venire da un nastro usurato, ma da un altro mondo. Capii che avevo sbagliato prospettiva e il fattore decisivo era stata proprio la presenza/assenza di John: il catalizzatore emotivo e creativo indispensabile affinché si materializzasse nuovamente quella sinergia irripetibile che non si vedeva più dalla fine dei Beatles e che già, viste le spaccature degli ultimi anni, si era vista solo a intermittenza. Quell’“interplay” poteva forse solo materializzarsi senza la presenza fisica di John che avrebbe probabilmente messo in allerta i rispettivi (ingombranti) ego. Invece la ricongiunzione attraverso la musica era l’unico modo per mettere da parte i vecchi rancori e ritornare ad essere anche solo per pochi istanti The Beatles. Perchè forse, come dice il testo di “Free As A Bird”, i Quattro non potevano vivere artisticamente l’uno senza l’altro senza perdere “quel tocco”.

Tocco che peraltro, si materializzerà nuovamente solo in quei tre controversi e imperfetti ma profondamente beatlesiani minuti, perchè al secondo tentativo la formula non funzionerà. “Real love” è un bel brano, ma resta una brano di john Lennon senza riuscire a diventare una canzone dei Beatles, ma direi che per una volta ci possiamo far bastare una canzone.

Mi prendo solo ancora un briciolo del vostro tempo per scusarmi, scusarmi perché ho peccato fratelli…. Peccato di enfasi ed eccessiva retorica. Non so se potrete perdonarmi ma mi appello alla vostra clemenza perchè, purtroppo, non ho altre giustificazioni per il mio riprovevole comportamento se non questa…
Cazzo sono i Beatles!