Era da tempo che accarezzavamo l’idea di far scrivere sul blog un musicista.
Uno dei nostri sogni proibiti era avere dalla nostra nientedimeno che SirBilly.
Dopotutto se è vero che “un musicista è un blogger che non ce l’ha fatta”, ci pareva il minimo – almeno una volta – consentire a uno di loro di scrivere su un blog: hai visto mai che, a costo zero, realizzi il sogno di qualcuno e ti senti pure a posto con la coscienza.

In verità, però del Sir si erano un po’ perse le tracce da tempo. Dopo i Templebeat, industriali e oscuri come solo certi anni novanta hanno saputo essere, il nobiluomo si era dato ai remix, per poi sparire nuovamente in una nuvola di fumo e cynar. Per fortuna abbiamo trovato l’aggancio giusto in Michele Benetello, giornalista serio, lui… mica come noi blogger che sproloquiamo in libertà, senza limiti di battute e cartelle. Come leggerete, è stato lui, non solo ad agganciare SirBilly, ma anche a tornare indietro con qualche bella riga e un paio di ricordi che ci teniamo stretti.

Il “personaggio” già lo conoscete, immaginiamo… sorta di Andrew Weatherall del trevigiano, dandy a buon mercato, logorato più che dagli anni (che spesso si affastellano innocui) dall’esperienza accumulata.

E’ sempre stato uno che ha avuto coraggio da vendere, Sir Billy (a proposito, non si tratta mica di un nome d’arte: il nostro contatto giura di aver visto sulla carta di identità, vergato in chiare lettere, proprio il nome “SirBilly” alla voce “Cognome” e poi nessun nome… ma sostiene anche che, conoscendo il tipo, il documento potrebbe anche non avere nessun valore legale). Ma dicevamo del coraggio che gli va di certo riconosciuto nel non aver mai avuto remore nell’immergersi fino ai polsi anche nel pop più becero targato anni ottanta (sì, quel pop che a noi critici raffinati mette proprio paura, perché a volte se ti manca l’esperienza certe cose non puoi proprio capirle…), finendo pure per uscirne bene.

Ci vuole fegato per questo, ma anche talento e quello al Sir non manca di certo…

Buona lettura.

“Dopo dieci anni ho rivisto l’amico Bob” cantava con incerto accento Ricky Shayne in ‘Uno dei Mods’, oltre mezzo secolo fa. A me è bastato un quinto di quel tempo per imbattermi nuovamente su quell’avvinazzato di lusso di SirBilly. Uomo aduso a ben altre conversazioni (oltre al sottoscritto, intendo) e perso di vista suppergiù quando i Bloc Party stavano diminuendo la loro spinta propulsiva. Sparito, nascosto tra le pieghe della rete e dei vicoli di questo beghino capoluogo di provincia. Qualche messaggio di cortesia e poco altro. Scomparso, andato, adieu. ‘Sto snob del cazzo. Ai tempi d’oro – diciamo più o meno mentre ascoltavate Ok Computer – il buon Sir era il mio Pèpin Cadavre. Un Céline (che sia Hagbard o Louis-Ferdinand) a mio personale uso e consumo. Quello al quale rivolgersi per l’esatto accostamento di un paio di indumenti, un consiglio, farneticazioni assortite o la scelta di un miscelato come Iddio comanda. Quello da disturbare anche a notte fonda – sebbene misantropo che manco un disco di Boyd Rice, tipo ‘Music, Martinis And Misanthropy’ – per due dritte due su qualche foemina complex. Un Finding Forrester, ecco. Solo con molta più vodka.

Insomma: tempo addietro mi era stato chiesto dai titolari di codesto blog un’impresa improba, scovare il suo buen retiro per estrarlo dal guscio in cui si era rintanato. Ripeto: impresa improba ma – vista la decennale amicizia che ci legava – non totalmente destinata all’insuccesso. Così è stato. Non si è fatto nemmeno pregare, a dirla tutta. Davanti ad un Cynar ha alzato il sopracciglio, estratto un sorriso anni settanta e calato l’asso: ‘Cos’è che ti serve? Non ho capito’. “Beh, fondamentalmente che estirpassi qualche ricordo dalla tua scatola cranica su qualche canzone, non è difficile.” Lo sventurato – dopo alcuni minuti di dissertazioni filosofiche – rispose: “mi farò vivo”. I Cynar li ho dovuti pagare io, comunque. Contro il logorìo della vita moderna, già.

Così, tempo uno stretto giro di lune, mi ha recapitato a casa una bottiglia di Stock 84 e qualche riga in un discreto Times New Roman, proveniente da ciò che resta del suo archivio mnemonico, ormai – dice – irrimediabilmente fallato. Spero v’aggradi ‘uguaglio’.

Michele Benetello

Vi è un esatto momento ascrivibile all’adolescenza nel quale tutto quel carico ingestibile che monta come schiuma e al quale non sappiamo dare un nome, esonda. Una sorta di ‘sentimento’ che stenta ad accorparsi viene sparato nel cosmo (o solamente all’essere umano più prossimo a voi) senza che ne abbiate vera consapevolezza. Sono i momenti più belli, peraltro; o quantomeno quelli più ‘brividosi’, carichi di un pathos che difficilmente si potrà riprovare dopo il conseguimento della maggiore età. Non è ancora amore ma non è nemmeno la glaciale indifferenza della pubertà. Qualcosa che sta lì in mezzo, bozzolo di sterno e paturnie che ci rende per la prima volta fragili e pieghevoli sulle curve del cuore. È successo a tutti ed è altresì una delle cose più misteriose ed eccitanti che si possano mai assaggiare nella vita. Un esatto momento, uno e uno soltanto perché la vita comincia a ripetersi in loop solo dai 20 anni in poi. Un istante del quale mantenere ricordo fino all’ultimo soffio d’esistenza. Si comincia magari con l’amichetto del cuore per poi traslare in mutazione verso la compagna di banco prima di prendere le misure e rivolgersi a qualche idolo o mito a due dimensioni volutamente lontano dal proprio perimetro di vita. Cominci a farci i conti, ci lotti – magari ci stai male – ma è un’ottima palestra per poi affrontare l’esistenza cagna e carogna con una discreta corazza emotiva. Una sorta di patto narrativo del cuore, ecco. Ovvero quel tacito accordo per cui il lettore (o lo spettatore di un film) compie una parziale e momentanea sospensione delle facoltà critiche e accetta come se fosse vera una storia che sa in larga e diversa misura fittizia. Un abile compromesso in pratica, un compromesso per diventare grandi e imparare a maneggiare quel tizzone che si avverte in prossimità dello stomaco o poco sopra. Un bluff del cuore. Che già lo sai lo slalom di patimenti ai quali andrai incontro, con l’avanzare dell’età. Magari comincia nella tarda infanzia con qualche fumetto, ecco.

Per me fu Michel Vaillant l’imprinting, giornalino astruso prodotto con una carta da ergastolo immediato tanto puzzava di petrolio carbonizzato; giornalino sciocco pure, privo di alcuna velleità letteraria dove ad ogni numero Emerson Fittipaldi o Lella Lombardi derapavano contro il nostro eroe. Eppure mi ci immedesimai, desiderando una carriera da pilota in Formula 1, magari assieme a James Hunt (Hunt The Shunt). Poi arrivò la musica, e con essa una serie impressionante di foemine che trovavo gnocche prima che dotate armonicamente. Intendiamoci: io manco sapevo cosa volesse dire ‘gnocche’, ma sentivo quella cosa strana che mi si agitava dentro come se fosse l’attesa di una partita di pallone al campetto in un pomeriggio torrido d’agosto, pieni d’odio verso il sacrestano impiccione. Il patto narrativo, ecco. Suzi Quatro, Patty Pravo, Agnetha e Frida (ABBone!!!). Persino le canterine dei Middle Of The Road, pensa te.

Poi cominciai a far sul serio, accidenti. Arrivò Lio (Eh toi, dis-moi que tu m’aimes, même si c’est un mensonge) e subito dopo Kim Wilde e con loro una tempesta di donne dove l’aspetto musicale era – incidentalmente – solo uno degli addendi. Voglio dire, comperavo i dischi delle Bananarama solo per osservare Siobhan Fahey in copertina. So che mi capite.

Come che sia, in mezzo a tutti questi incidenti di percorso, tardo e tordo come solo io potevo essere (ma sono migliorato, credetemi) mi invaghii perdutamente di una ciccetta graziosa che stava avendo un discreto successo. Una di quelle one hit wonder che hanno attraversato gli anni ottanta. Meteore, le chiamano oggi. E va anche bene, perchè come quelle stelle lasciavano una coda di pulviscolo luminoso da tramandare ai poster(i), se solo questi avessero un giorno voluto alzare gli occhi al cielo.

My Love Won’t Let You Down lo udii la prima volta una domenica pomeriggio al New Time, la discoteca per mocciosi che ero solito frequentare qualcosa come quarantanni orsono. Quaranta, cristo santo! “Solito frequentare” agghindato perfettamente, inutile sottolinearlo. Ecoute, mon coeur, qui cra-cra-craque. Non era il Plastic o il Camden Palace ma – ogni domenica pomeriggio dalle 14,30 alle 19,00 – me la facevo bastare, magari sentendomi come un Midge Ure periodo Reap The Wild Wind (nella versione su 12”, chiaramente). Che è stata l’ultima vera grande canzone degli Ultravox, su questo saremo tutti d’accordo, spero. Pantaloni dell’esercito, giubbottone di cuoio con il pellicciotto sul collo che faceva tanto Royal Air Force durante un raid su Lipsia, camicia abbottonata, cravatta e bretelle dickensiane. Avevo anche gli occhiali da aviatore ma osai sfoggiarli solo un paio di volte. Un pazzo in mezzo a tutti quei jeans El Charro e quegli stivali da vaccaro. Un pazzo che entrava egregiamente in una taglia 42. Sarei stato perfetto per una puntata di Top Of The Pops coevo, magari dietro gli Haysi Fantayzee o i Blue Zoo, a suonare un immaginario sax. Ma sono sempre stato un uomo di stile, che ci volete fare, anche se non era raro che qualche tentativo di sberla tendesse dalle parti della mia guancia. Certo non ero perfetto, ci mancherebbe, squinzietto che per atteggiarsi si ostinava a provare la Batida al cocco, errore e peccato mortale che non finirò mai di espiare nonostante tutti i gin tonic (ho scoperto il Mary Le Bone. Sublime) ingurgitati da allora e per sempre.

Per farla breve: il disc jockey mise sul piatto il padellone a 12″ (credo mixandolo con le Flirts) e subito appunto “ecoute, mon coeur, qui cra-cra-craque”. Un synth pop senza infamia nè lode, prodotto (e scritto) da Peter Godwin, uomo proveniente dai Metro. Brano arrangiato benissimo e funzionale alle piste da ballo. Ero certo lo sapesse anche la mora dai capelli corti, quella incapace di baciare e totalmente avulsa dalla musica. Se Lio era la Lolita ammiccante, non più bambina ma non ancora donna, Nathalie (natali belgi anche per lei, che ci sarà stato negli acquedotti fiamminghi in quei tardi sessanta?) ne rappresentava la versione ventenne e consapevole. Bellezza fragile e quasi anonima, niente che colpisse al primo sguardo, una intercambiabile faccina italo disco brava a dimenare un po’ il culetto in tv. Culetto si può dire, spero. Eppure “caddi come corpo morto cadde”. La amavo. La amavo del più stupido, insignificante, sciocco, raffazzonato, inutile, finto e inventato amore. Un patto narrativo, appunto, ovvero quella parziale e momentanea sospensione delle facoltà critiche e bla bla bla. Love’s Great Adventure, sempre per citare gli Ultravox. Le sue tutine a righe, il pagliaccetto a pois che ornava la copertina del mix e lasciava sguarnita una sinfonia di cosce, il nastro tra i capelli sparati, l’accenno di trucco, quella boccuccia che presagiva le Ardenne, gli occhi tagliati con la mannaia. Persino il polpacciotto importante et glabro. Tutto era funzionale dacchè l’amor non guarda le taglie, siano fisiche o emotive. Insomma: svogliatamente innamorato del nulla. Anche se avrei preferito limitarmi a giacere con la biondona, potevo comprendere appieno chi voleva sposare Simon Le Bon.

Ho risentito My Love Won’t Let You Down alla radio, qualche giorno fa, disteso sul divano e con un bicchiere di rosso senza infamia né lode tra le mani e il palato. Una madeleine non da poco, arruffata ma pur sempre una madeleine. Improvvisamente ho rivisto la pista buia della discoteca, la morettina minuta, un paio di rupestri storici, il giubbottone peloso, l’afrore adolescente, le Flirts, tutto. Persino Midge Ure. Tolto un po’ d’adipe sul ritornello e qualche ingenuità è un brano che suona ancora bene, a dimostrazione dell’ottimo lavoro svolto da Godwin. Preciso, essenziale e con un gancio armonico che non poteva che richiedere classifiche. Classifiche fu, oltre a un’ospitata al Sanremo del 1983. Mi sorprendo a riguardarmi con gli occhi adulti. Ho una parvenza di sorriso addosso e non nascondo di avvertire un moto di gentile e onesto imbarazzo nel ricordarmi così stupido e ingenuo, ancor lungi dall’accorparmi appieno, seppure con un ottimo gusto per l’abbigliamento rispetto agli standard del tempo.

Pare davvero essersi perduta negli spazi interstellari la Nathalie Gabay che qualcuno oggi vuole – ussignur! – fotografa affermata, e neanche io mi sento troppo bene. Cerco forsennatamente qualche straccio di notizia in rete prima di fare due conti e trovare insolite coincidenze con quella Giorgia Fiorio che attizzò alquanto e altresì i miei pomeriggi tramite una vocina roca, sexy e dall’intonazione approssimativa. Che non si può vivere di soli Butthole Surfers. “Avrò parole, e poi le mani quelle sole“, la ricordate? Chissà cosa ci voleva fare, con quelle mani. Entrambe annesse – chi come attrice, chi come colonna sonora – in quelle vacanze dei Vanzina. Estive per la Fiorio, di Natale per la Gabay. Anche da questo si puote evincere come avessi donne per tutte le stagioni, io, nel 1983.

Sincerely yours, SirBilly

Nathalie - My love won't let you down