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Greetings from His Bobbyness: Bob Dylan – Murder most foul

“Greetings to my fans and followers with gratitude for all your support and loyalty across the years. This is an unreleased song we recorded a while back that you might find interesting. Stay safe, stay observant and may God be with you”

Con queste parole, il 27 Marzo del 2020, Bob Dylan ha pubblicato una nuova canzone, intitolata “Murder most foul”.

Si tratta di un chilometrico testo intonato con uno stile che lambisce lo spoken words e che viene adagiato su un tappeto di pianoforte, archi e solitari violoncelli. Un flusso di coscienza in cui il punto di vista della narrazione cambia vertiginosamente e che si rivela essere il brano più lungo di tutta la carriera del musicista americano. Con i suoi diciassette minuti, “Murder most foul” supera la short story di “Brownville girl”, la visionaria poesia della meravigliosa “Sad Eyed lady of the lowlands”, nonché il lungo racconto dell’affondamento del Titanic di “The Tempest”. Come già avveniva in quest’ultima canzone, “Murder most foul” mette in scena un altro dei momenti fondativi della storia collettiva del novecento: la morte di John Fitzgerald Kennedy, il disgustoso omicidio cui allude il titolo. Ma a guardare bene, a essere rievocato non è solo quel drammatico evento, quanto il conseguente spaesamento e il tentativo di rinascere e lenire il dolore tramite la musica e l’arte.

Se Dylan sceglie l’attuale momento storico per pubblicare un brano che giaceva nei suoi cassetti già da un po’ non è certo perché si tratta di un musicista incapace di uscire dal decennio della propria giovinezza. In questo delicatissimo momento per l’umanità, Dylan rievoca il trauma fondamentale dell’occidente odierno: la morte del padre, l’irruzione dell’impossibile nella narrazione mediatica, il sopravvento che da quel momento questa narrazione, globale e spettacolarizzata, ha preso sulla realtà. Una potenza fondativa che è stata bene evidenziata da romanzieri come J.G. Ballard. Una mostra delle atrocità che in qualche modo siamo riusciti a superare, seppure con ferite divenute le scarnificazioni su cui sono germinati nuovi immaginari e rinnovati percorsi neurali.

Se Dylan rievoca proprio adesso quell’anno zero è perché vuole farci coraggio. Mostrare il passato per suggerire un futuro. Per rassicurare sul fatto che la musica e l’arte possono sanare anche le ferite inferte alla nostra salute collettiva. E lo fa con una cerimonia laica che ricorda certi recenti esorcismi del Nick Cave post-lutto e, soprattutto, lo fa alla sua maniera e si sa: quando scende in campo Lui, non ce n’è per nessuno.

Viviamo una stagione in cui una generazione di musicisti (la prima? la più importante?) se ne sta andando e non di rado ci scopriamo a immaginare quale potrebbe essere la degna uscita di scena per ognuna di queste carriere. Una tentazione che tradisce il nostro egoismo e la tendenza a sublimare questi uomini, trasformandoli in personaggi di storie che vorremmo epiche perfino nel finale.

Pur augurandomi che la carriera e la vita di Mr. Zimmerman riservino ancora (e il più a lungo possibile) ulteriori sorprese, devo ammettere che un pensiero ha fatto capolino nella mia mente: “Murder most foul” sarebbe un commiato perfetto per il poeta di Duluth.

Nessun altro disco. Nessuna altra parola che possa rovinare tale perfezione.

Un finale splendido, come sarebbe stato quello di Clint chiuso dentro la bara in “Gran Torino”.

Un commiato artistico capace al contempo di rievocare l’ultima rinascita del mondo moderno e di incidere sul presente, emozionando come forse da tempo a Dylan non capitava di fare.

Bob Dylan - Murder Most Foul (Official Audio)


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