Come promesso, dopo un anno o poco più ci ritroviamo qui a parlare di chitarra, anche se con qualche differenza rispetto alla scorsa volta. Se nel precedente articolo ci eravamo occupati esclusivamente di chitarra fingerpicking, quest’anno proviamo ad allargare un po’ le maglie della nostra analisi, parlando in generale di quegli  artisti che hanno messo al centro della propria musica la chitarra, sia essa acustica o elettrica, suonata con il plettro o piuttosto con le dita. In particolare, vogliamo parlare di quei dischi che, evitando virtuosismi fini a se stessi, mettono al centro della propria ricerca la “voce” di questo strumento, cogliendo – con senso della misura – le sue infinite capacità espressive.

 

isasa

Non possiamo in ogni caso che iniziare dalla chitarra fingerpicking e soprattutto da quello che a mio parere è uno dei dischi più belli usciti in questo ambito negli ultimi anni.
Il disco si intitola “Insilio” e il suo autore, Conrado Isasa, proviene dalla Spagna. E la provenienza non è un fattore meramente geografico: l’artista madrileno infatti riesce a creare una musica che, pur partendo dal patrimonio tecnico, stilistico e culturale del fingerpicking anglosassone, possiede un’anima fortemente legata alle proprie radici. Ad esempio, del maestro John Fahey, influenza evidente nella musica dello spagnolo, Isasa riesce a cogliere lo spirito più che la lettera: si appropria di quella spazialità fra le note che caratterizzava il santo patrono del fingerpicking, ma al fine di evocare spazi interiori piuttosto che quelli fisici e temporali tipici del musicista di Takoma Park.  L’ancestralità e le infinite distese americane in “Insilio” lasciano il posto, dunque, a un delicato intimismo. I brani del disco presentano prevalentemente un passo lento e malinconico, condotto da arpeggi sparsi e melodie spesso dal sapore latino. L’utilizzodella chitarra, in alcuni frangenti, sfrutta più le dinamiche della  classica (e quindi del patrimonio spagnolo) che quelle tipicamente folk (si vedano i crescendo spesso differenti dal tipico ragtime americano).Le rarefatte melodie di “Carrasco, Montevideo” e “Pocitos, Montevideo”, ad esempio, esprimono in maniera vivida la nostalgia per le terre natie (Isasa è di origine uruguayana) fino a culminare in eleganti e austeri arpeggi che trasudano autentica emozione. Il breve acquerello di “Conversaciones en un supermercado”, a dispetto della prosaicità del titolo, fa pensare a una conversazione velata di tristezza sulle problematicità della vita quotidiana. “San Antonio de la Florida” unisce l’intimismo e la sacralità delle tradizioni con una progressione, per una volta maestosa, che evoca la grandiosità degli affreschi del Goya custoditi dall’eremo del titolo. Per finire, Isasa non rinuncia a omaggiare direttamente il suo grande maestro con l’elegiaca “Copia para John Fahey”, e indirettamente, con la vivace “Arquitecto Tenista” dall’evidente sapore americano. In poche parole “Insilio” è un disco ricolmo di delicatezza e che, nella sua apparente timidezza, evita il pericolo del’emulazione.

Isasa "Carrasco, Montevideo" [Official Video]

 

Archibakd

Voliamo rapidi poi sugli altri dischi in punta di dita del 2020. Alex Archibald arriva dal Canada e con il suo “Cat’s cat tongue” propone un suono classicamente americano che sebbene non brilli per originalità riesce comunque a suonare fresco. In particolare, colpisce il suono metallico e ruvido che conferisce un aspetto decisamente ruspante al suo approccio chitarristico, che si avvale di risonanze che donano una vivace densità ai suoi rag e raga-folk. Esemplare in tal senso risultano il brano d’apertura “Eastern Alleys After hours” e la lunga e faheyana “Rupert and the empress”. Archibald decide inoltre di ampliare il suo suono consueto, introducendo in alcuni brani banjo e violino, finendo così per aggiungere un sapore quasi appalachiano al disco come dimostra “Safe Room in a store”

 

 

 

Eastern Alleys After Hours (for Vivian Maier)

 

 

JRB

J.R. Bohannon, chi è costui? Confesso infatti che fino a poco fa non conoscevo il chitarrista americano, autore dell’ottimo “Dusk”. E fino ad allora mi ero perso un pregevole chitarrista, capace di alternare brani trascinanti con (“Reflections of An AMerican Dream“) o senza slide (“Paradise Kentucky”), a brani impalpabili e misteriosi come “For Jina”. Notevoli anche l’ipnotica “A continuous Harmony”, il cui arpeggio insistito sulla 12 corde ricorda un James Blackshaw più melodico, e l’atmosferica title track. Insomma, solo un breve accenno per un disco che meriterebbe più spazio ma, se consideriamo Bohannon la rivelazione dell’anno in ambito fingerpicking, siamo certi che avremo ulteriori occasioni per parlare di lui.

 

 

 

 

IAv9

Infine, vogliamo segnalare rapidamente due compilation imperdibili per gli amanti del fingerpicking, entrambe edite dalla Tompkins Square, etichetta alla quale gli appassionati del genere non smetteranno mai di essere grati: la prima, il nono volume della benemerita collana “Imaginational Anthems”, curato da Ryley Walker, è una sorprendente e gustosissima raccolta di nomi sconosciuti ai più, per un approfondimento della quale vi rimandiamo all’ottimo articolo dell’amico Luca Salmini cliccando qui.

 

 

 

 

 

TYG

La seconda pubblicazione è “Ten Years Gone (A Tribute to Jack Rose)”, curata dalla nostra vecchia conoscenza Buck Curran, che raccoglie musica inedita ispirata e dedicata al gigante Jack Rose a 10 anni dalla sua morte. Si tratta di una compilation splendida che riunisce molti dei migliori esponenti del genere, tra i quali in un impeto patriottico vogliamo ricordare i nostri Simone Romei, la cui “Hawksbill Mountain Blues”, a detta di un recensore inglese, possiede la spavalderia del primo John Fahey e Paolo Laboule Novellino, con la dilatata  meditazione per chitarra di “Spiriti e Scheletri”.

 

 

 

 

Hawksbill Mountain Blues

 

Forsyth

E’ però arrivata l’ora di attaccare il jack all’amplificatore e di impugnare il plettro. E lo facciamo parlando di un artista magari poco celebrato, ma che può essere considerato uno dei maggiori “guitar hero” della scena odierna: stiamo parlando di Chris Forsyth, un veterano che ha suonato praticamente ogni tipo di musica, ma che negli ultimi anni con la Solar Motel Band si è dedicato a un rock chitarristico prevalentemente strumentale, che lo ha consacrato come uno dei migliori solisti di questa scena. Ciò che lo rende allo stesso tempo brillante, ma differente dal classico guitar hero è l’essenzialità del suono e dei suoi fraseggi, capaci di creare da un lato l’eccitazione che un assolo di chitarra elettrica può (o deve) creare (chiamiamolo pure effetto air guitar), dall’altro evitando sterili e inutili virtuosismi, in favore di un perfetto equilibrio tra tecnica, cuore ed efficacia.Con “All time Present”, Forsyth (questa volta senza la Solar Motel Band e dopo l’incerta parentesi di “Dreaming in the non-dream”), torna al formato doppio che sembra essergli maggiormente congeniale, concedendogli lo spazio necessario affinché la sua chitarra si distenda ed esplori diversi territori sonori. Si inizia con “Tomorrow might as well be today” e si è subito travolti da un fulminante riff “televisivo” attorno al quale si sviluppa un brano strumentale di rock fascinoso e melodico con tanto di spruzzate di mellotron. “Mystic Mountain” è invece un brano cantato, sincopato e dilatato, strutturato attorno a un riff roccioso e contagioso, mentre “Dream song”, arricchita dalla voce di Rosali Middleman, è un vortice psicotico di note che si scioglie in un interludio lisergico. Ed è proprio la psichedelia, nelle sue varie forme, a farla da padrone nel resto del disco: quella estatica e di sapore californiano di “The past ain’t passed” e quella minimalista, marziale e ipnotica di “New paranoid cat”, fino ad arrivare ai due brani più atipici: il trip cosmico “(livin’) on cubist time” che ci riporta direttamente alla Germania krauta e in particolare alle invenzioni per chitarra elettrica di Manuel Gottsching e, infine, il tour de force dell’album, ovvero i 20 minuti di “Techno Pop”. Funky robotico e minimale sul quale Forsyth distende con pazienza il suo solo, privilegiando una progressione ipnotica all’attesa esplosione che invece non arriva mai.  Il lungo brano termina un ottimo disco che ci dice ancora una volta che l’eredità di giganti della chitarra elettrica come Tom Verlaine e Richard Thompson è decisamente in buone mani.

 

BMK

Bill MacKay è un altro che è in giro da parecchio tempo e – con le varie band nelle quali ha militato o tramite i duetti con altri artisti (ad esempio Ryley Walker) – ha suonato e mescolato rock, folk, jazz e avant. Solo da qualche anno però ha iniziato una vera carriera solista. Nel 2019 con “Fountain Fire” ha continuato in maniera eccellente il discorso cominciato con il notevole “Esker”. Il campo di espressione che MacKay ha scelto per la sua avventura solista è quello che qualcuno ha definito efficacemente “cinematic americana”; ovvero uno stile quintessenzialmente americano fortemente figurativo dove attraverso l’espressività degli strumenti si evocano gli spazi sconfinati tipici dell’immaginario cinematografico e legati indelebilmente nella memoria collettiva agli USA. Ho parlato di stile e non di genere perché possiamo riferirci ad esso come ad un’attitudine che prescinde dal campo nel quale si opera. E’ nel viaggio, nella dilatazione, nello spazio tra i suoni che questo stile trova la sua identità, tanto che possiamo includere in esso chitarristi diversi per epoca e formazione come Ry Cooder, Bill Frisell, anche John Fahey e per citare un’artista recente della quale abbiamo parlato l’anno scorso Marisa Anderson.
Bill MacKay non richiama direttamente nessuno di essi, ma certamente si fa portatore di quell’attitudine.
Il disco, suonato interamente da MacKay, inizia con la strepitosa “Pre-California”, brano costruito sulle sovraincisioni di chitarra attorno a un giro di basso. La chitarra gioca sulle distorsioni e sulle svisate della slide con un suono stoppato che riporta sia al surf che al desert-blues africano (al quale il suono desertico americano è certamente legato come, ad esempio, ci ha insegnato Ry Cooder col suo sodalizio con Ali Farka Tourè).
Queste sonorità chitarristiche sono protagoniste in diversi brani come nella obliqua e friselliana “The Movie house”, arricchita da organo ed effetti sonori, nella quasi western “Welcome”, in “Arcadia,” dove McKay suona come il Ry Cooder di Paris Texas in acido e, infine, nella visionaria “Dragon Country” che evoca allucinazioni da vagabondaggio nel deserto. Lo straniante e dissonante folk di “Man & His Panic” chiude la serie di brani strumentali, ma non il disco, che prosegue invece con brani cantati che vantano una scrittura assolutamente efficace. Come avviene in una “Birds Of May”, che richiama la vena cantautorale del miglior Steve Gunn o in una “Try It On”, che inaspettatamente mischia  atmosfere folk inglesi, a fraseggi cristallini ed elettrici di matrice folk-rock.

Bill MacKay "Pre-California" (Official Music Video)

 

SL

Sarah Louise è un’artista americana formatasi nell’ambito del fingerpicking, ma che nella seppur breve carriera ha già mostrato notevole curiosità e grande capacità di evoluzione.
Dopo un disco di sola chitarra e un altro cantato e vicino al cantautorato folk, Louise è tornata con un disco fortemente sperimentale, intitolato “Nightime birds and morning stars” e  basato, sulla stratificazioni di suoni di chitarra elettrica e sulle manipolazioni digitali di essi.
Il risultato è un disco piuttosto difficile da “afferrare”. Non si tratta però di un difetto, anzi; proprio su questa difficile maneggevolezza e multiformità, il disco fonda le sue qualità, perchè costringe l’ascoltatore alla ricerca di prospettive sempre diverse necessarie a inquadrare l’album nel modo giusto, dando luogo ad ascolti sempre differenti e stimolanti.
Si, perché probabilmente l’angolazione giusta per penetrare il disco é quella di non avere alcuna prospettiva. Per quanto mi riguarda, infatti, ho cominciato ad apprezzare davvero il disco nel momento stesso in cui ho smesso di cercare di comprenderlo e ho deciso piuttosto di abbandonarmi a quella che mi è parsa essere una psichedelia naturalistica. Ovvero una inedita declinazione del suono psichedelico che, invece di invitare al viaggio onirico e all’evasione, predica una maggiore comunione con la realtà, ottenuta accordando il proprio sé alla dimensione e al ritmo della natura che ci circonda.  Inutile tentare di descrivere i brani che compongono il disco, vi basti sapere che lungo tutto il programma si ricerca l’essenza del suono chitarristico e il suo legame con il musicista: anche se trasfigurata, velocizzata o resa irriconoscibile, la chitarra non perde mai la propria identità e si fa portatrice dell’umanità e del senso di meraviglia di chi la suona.

Nighttime Birds and Morning Stars

 

PS

Se fino a questo momento abbiamo parlato di dischi che fanno della coerenza stilistica e della omogeneità interna le loro maggiori caratteristiche, finiamo la nostra rassegna con “Volume Quattro” di Paolo Spaccamonti, un disco che sembra invece fare della varietà la sua peculiarità più evidente.
Eppure, a fronte di una varietà di registri e stili adottati, si tratta di un’opera che trova la sua unità proprio nel suo mettere al centro il suono e l’espressività della chitarra. Come la voce di un individuo è sempre la stessa ma, a seconda del contesto, attraverso sfumature esprime stati d’animo ed emozioni differenti. Ma qual è dunque la voce di Paolo Spaccamonti o meglio della sua chitarra? E’ una voce morbida e pacata, chiara e forte. Attraverso le note dello strumento, sparse, dilatate e adagiate nello spazio vaporoso creato mediante un sapiente uso dell’effettistica, il chitarrista torinese esalta la limpidezza del proprio stile chitarristico. Si immerge perfettamente nei differenti generi senza piegarsi alla diversità; mantiene, la propria identità, interpretando il genere piuttosto che adattandosi. Per fare un paragone con un’altra forma d’arte ricorda l’aneddoto tra Sir Laurence Olivier e Dustin Hoffman: quello in cui l’attore americano correva e sudava per “trasformarsi” e mutare se stesso in un maratoneta, mentre impassibile il baronetto inglese gli diceva che avrebbe potuto evitare tutta quella fatica semplicemente recitando…
La voce della chitarra di Spaccamonti può esprimere inquietudine in “Ablazioni” (un brano che con le sua ritmica elettronica riporta alla mente una versione più cupa e oscura dei concittadini Gatto Ciliegia), estasi onirica nella delicatissima miniatura di “Nina”, rabbia in “Nessun codardo tranne voi”, meraviglia nell’ambient contemplativo di “Un gelido inverno”, ma rimane sempre riconoscibile.
Non ci resta quindi che ascoltare questa voce vibrare attraverso le pulsazioni new wave di “Paul Dance” e il doom di “Fumo negli occhi”, nel dark ambient di “Tutto è bene quel che finisce” o nel blues al rallentatore che piano piano scompare in un gorgo di rumore di “Diagonal”.
Per continuare il paragone cinematografico (quanto mai calzante anche per le qualità descrittive ed evocative della musica) un buon attore senza una sceneggiatura adeguata serve a ben poco. Non è questo il caso di “Volume quattro” dove, non solo i brani sono scritti su misura per le capacità interpretative dello strumento protagonista (e per buona parte del disco l’unico protagonista), ma brillano di luce propria, in virtù di una scrittura solidissima. Come ad esempio nel brano che si intitola proprio “Luce”, forse il capolavoro del disco: una composizione dalle atmosfere notturne che procede per scarti minimi. Ascoltarlo è come guardare un cielo stellato dove in principio ci si sente persi perchè tutto sembra uniforme e senza riferimenti, ma poi, come quando  il brano si apre in uno squarcio melodico accennato e volutamente irrisolto, lo sguardo si perde e trovare l’orientamento sembra non aver più importanza.

Paolo Spaccamonti - Ablazioni (official video)