“MAGDALENE” di FKA Twigs è un album complesso e dalle molte sfaccettature. Un album che innanzitutto è molte cose: un disco “femminista” nel senso più puro del termine; un lavoro intenso in cui l’autrice mette a nudo sofferenza e redenzione, utilizzando all’uopo complesse ed eteree strutture sonore; e infine, semplicemente, uno dei “non plus ultra” del pop sperimentale moderno.
La britannica FKA Twigs (al secolo Tahliah Barnett, classe ’88) esordisce nel mondo della musica con “EP1” (2012) e “EP2” (2013): nonostante la scarsa fantasia nella scelta dei titoli dei propri lavori, il suo ingresso nello showbiz è stato uno dei più creativi e irruenti degli ultimi anni. Uno di quelli in grado di sconvolgere numerosi pregiudizi sulla musica pop, soul e R’N’B: beat raffinati, articolati, graffianti, in totale contrapposizione col timbro etereo della voce, uniti a un estroso gusto per la danza e la scelta degli abiti. Caratteristiche che, una volta sulla scena, hanno istantaneamente fatto di Twigs una star, facendole saltare la cosiddetta “gavetta”. E non si trattava certo di un bluff: oltre alle innate doti canore, risultava da subito evidente la grande abilità di Tahliah nella produzione (in studio, in molti dei suoi brani, suona batterie, synth e tastiere varie) e nella scelta dei produttori, selezionati con cura tra i nomi più interessanti della nuova scena elettronica: per fare qualche nome, nei suoi lavori precedenti si è avvicendata gente come Arca e Sampha, mentre per “MAGDALENE” le riedizioni della produzione sono state affidate a gente del calibro di Nicolas Jaar, Daniel Lopatin e Skrillex. Fisico statuario, figura carismatica, polistrumentista, designer (o collaboratrice) dei suoi stessi abiti di scena, soprano, ballerina professionista: a Twigs non manca assolutamente nulla, in termini di mezzi e talento, per potere ascendere all’Olimpo della musica. Con “MAGDALENE” fa il suo ritorno dopo quattro anni di distanza dall’EP “M3LL155X” (2015) e a ben cinque anni dal primo e unico LP da lei pubblicato, ossia “LP1” del 2014.
Insomma, abbiamo il talento, ma anche il personaggio. Resta a questo punto da chiedersi come mai FKA Twigs non sia divenuta una presenza fissa dei palinsesti radiofonici, ma sia piuttosto rimasta un’artista relativamente di nicchia. La risposta risiede probabilmente in primo luogo nella stessa proposta musicale – un R&B etereo con reminiscenze trip-hop, nu-soul ed elettroniche – che risulta piuttosto aliena rispetto alla roba che gira in radio e in secondo luogo nella ritrosia della ragazza che non è propriamente una “aficionada” delle interviste e della sovraesposizione mediatica. A questo proposito, ricordiamo come la Barnett sia stata vittima nel 2017 di un’ondata di odio social (non una novità, purtroppo) in seguito al matrimonio saltato con l’attore Robert Pattinson (sì, esattamente quello di Twilight), che, a dire della stessa Barnett, le hanno causato numerose sofferenze. Mettiamoci inoltre una delicata operazione per la rimozione di un fibroma nel 2018 ed ecco spiegata la lunga assenza di FKA Twigs dalle scene.
Tornando alla difficile catalogazione della musica di Twigs, lei stessa si definisce un’artista a suo modo punk e, già in una intervista del 2014, rifiutava di essere inserita in un unico filone. La sua attitudine fortemente alternativa è confermata dalla grande varietà di influenze musicali di cui si nutre e che rivelano gusto e attenzione nella ricerca: tra le sue “muse” ispiratrici troviamo Tricky, Massive Attack, Missy Elliott, Kate Bush, The XX (altri rampolli di casa Young Turks, etichetta che pubblica “MAGDALENE”), Billie Holiday, Marvin Gaye e X-Ray Spex (si parlava di punk, giusto?). E, se guardiamo alla straordinaria presenza scenica di Tahliah (ex ballerina professionista, nonché pole dancer, dotata di un carisma innato nella gestione del pubblico e dei live), è possibile rivedere l’attitudine sperimentale di Bjork, Grace Jones e Kate Bush, pioniere del cosiddetto “art-pop” al femminile, nonché la teatralità e il carisma delle migliori entertainer: prime fra tutte Madonna, per la passione per il ballo e i costumi di scena.
Fatte queste doverose premesse, possiamo tornare a “MAGDALENE”, che innanzitutto rappresenta per la sua autrice la conclusione di un percorso di sofferenza, redenzione e, soprattutto, riabilitazione: un lavoro con cui Twigs impone nell’industria discografica che conta la sua personalissima immagine di donna “self-made”, forte e indipendente. Registrato tra il 2016 e la prima metà del 2019, è stato anticipato da un teaser presentato allo scorso Primavera Sound, che ha visto a sorpresa la Twigs prodursi in un’esibizione che di lì a qualche mese sarebbe diventata il caposaldo del nuovo tour: una performance di ballo comprendente una spada (vera, come da lei stessa confermato), unita a movenze prese dall’arte marziale del Wushu, a cui Twigs si è dedicata nel suo periodo di riabilitazione fisica. Il produttore principale di “MAGDALENE” è il maestro dell’elettronica Nicolas Jaar, estroso artista cileno, noto alla critica per lavori come “Space is only Noise” (2011), “Sirens” (2016) o per i progetti sotto l’alias di Against All Logic. La mano di Jaar si coglie fin dall’incipit del disco “Thousand eyes“: un ipnotico e lento beat tribale su cui si staglia il sopranile falsetto di Twigs e su cui si avviluppano numerose tracce vocali, di pianoforte e di percussioni; una stratificazione sonora che porta al crescendo finale: un’esplosione di suono e rumore (c’è forse differenza?) degna dei migliori Boards of Canada, nonché dei migliori lavori dello stesso Jaar. Un inizio coinvolgente che da subito mette in chiaro anche le coordinate tematiche di tutto il lavoro, raccontando in prima persona le esperienze di abbandono vissute dalla cantante (padre/futuro marito) tra distacco emotivo (ben rappresentato dall’etereo falsetto che domina il brano) e sofferenza (si veda outro: “If I walk out the door, it starts our last goodbye/ If you don’t pull me back, it wakes a thousand eyes“). Il tema delle relazioni tossiche prosegue con “Home without you“, altra perla di raffinata produzione. La voce di Twigs si presenta distorta da un effetto robotico e viene contrapposta a un piano dissonante e ad archi avvolgenti; si giunge così alla coda del brano affidata a un pazzesco interludio “free-form” che presenta quasi reminiscenze jazz o richiami al free-folk dei seventies. Anche qui Twigs non le manda certo a dire: le parole sono come macigni scagliati contro le regole dello showbiz che vorrebbero star sempre perfette e invulnerabili in ogni occasione (“How come the more you have, the more that people want from you? / The more you burn away, the more the people earn from you / The more you pull away, the more that they depend on you / Mary Magdalene would never let her loved ones down“). Il leitmotiv della relazione giunta inesorabilmente alla propria fine prosegue con la magnifica “Sad day“, uno dei picchi dell’album, in cui alla produzione si trovano Jaar, Skrillex, Benny Blanco, Cashmere Cat e la stessa Twigs. I beat tribali di Jaar si mischiano agli hi-hat di Skrillex per un pezzo dal retrogusto quasi dubstep, ma altamente godibile e ballabile. “Holy terrain“, quarto brano del disco, affidato al solo Skrillex, è l’unico esperimento davvero commerciale presente in “MAGDALENE”: si tratta di un pezzo hip-hop che vede la partecipazione del rapper Future e che sembra avere l’unico intento di essere passato in radio. Nulla aggiunge alle tematiche trattate e non sembra neanche particolarmente coerente col resto del lavoro. Da bocciare anche la performance di Future, ai limiti del banale, nonché la stessa scelta del collaboratore: sarebbe stato più coerente ed efficace affidare il featuring a personalità come Danny Brown (ben noto alla Warp), Anderson.Paak o Freddie Gibbs, ben più avvezzi a temi intimistici e sonorità così sperimentali. Per fortuna, l’album si riprende subito con “Mary Magdalene“, forse la vetta più alta del disco, nonché culmine di un climax ascendente: inizio quasi in sordina con voce distorta e quasi parlata, culmine in un ritornello potente (in cui Twigs mostra come si faccia davvero il soprano) adagiato su un clamoroso beat arabeggiante architettato da Jaar, Cashmere Cat e Benny Blanco. A livello tematico, il testo – potente ed evocativo: “I’m fever for the fire / True as Mary Magdalene / Creature of desire“, “I do it like Mary Magdalene / I’m what you desire / Come just a little bit closer till we collide” -parte dalle diverse interpretazioni bibliche del personaggio di Maria Maddalena (penitente o prostituta?), costruendo su questa ambiguità un’analogia che dura dall’inizio alla fine del disco e che rende di fatto il personaggio la vera co-protagonista dell’intero lavoro. Impossibile inoltre non scorgere la critica che l’artista britannica muove nei confronti di un pubblico ondivago e sempre pronto a giudicare sulla base di apparenze e notizie parziali.
Dopo il climax di “Mary Magdalene”, il disco perde un po’ di epicità e non è un caso che ciò accada nel momento in cui Jaar lascia le redini della produzione ad altri co-produttori, quali Ethan Flynn, Cy An, Jeff Kleineman, Daniel Lopatin e Michael Uzoworu. “Fallen alien“, “Mirrored heart“, “Daybed” e “Cellophane” non aggiungono nulla ai temi precedentemente trattati e non hanno lo smalto e i guizzi dei brani precedenti. “Cellophane”, in particolare, è stata la traccia utilizzata per presentare il disco: si direbbe una scelta azzeccata, visti i riscontri di pubblico e critica, anche se a mio modo di vedere si tratta di uno dei brani più deboli del disco, sebbene certamente rappresentativo.
Tirando le somme, non sbaglia chi ha ritenuto “MAGDALENE” una dei migliori uscite discografiche del 2019 per cura nella produzione, potenza evocativa dei testi e innovazione nelle sonorità.
FKA Twigs si conferma ancora un’artista di tutto rispetto, rinata dalle sue ceneri come una fenice e pronta a riprendersi i palcoscenici che le spettano. I suoi live sono un’esperienza mistica in cui non è possibile discernere la musica dal ballo e dai costumi: la magistrale performance dello scorso novembre al Fabrique di Milano serva da monito per far vedere di cosa è capace questa ragazza.







