Non che abbiano bisogno di presentazioni, ma facciamo finta che sia così. E dunque…
Gli Squadra Omega sono un gruppo di “italian-cosmic-psych-impro collective” che ha cominciato a far musica a partire dal 2009. Questo è quello che i diretti interessati scrivono di se stessi sul loro Bandcamp e direi che possiamo farci bastare queste poche notizie, in quanto tra i motivi di fascino della band va annoverato l’alone di mistero e il fascinoso l’immaginario in cui è immersa. A partire da quella ragione sociale che richiama alla fantascienza e a titoli di dischi che sembrano venir fuori da un racconto di Lovecraft, un film di Jodorowski o un romanzo di Guido Morselli. Un alone di mistero che sembra suggerire di non scostare il sipario per indagare il dietro le quinte: dopotutto cosa importa sapere chi si nasconde dietro OmegaMatt o OmegaG8 (sedicenti componenti della Squadra), né tantomeno risulta alla fine davvero necessario risalire la corrente… fino a incontrare ad esempio band come i Mojomatics o i With Love.
Specie in tempi come questi, in cui tutto è svelato e ogni informazione è accessibile, risulta esercizio utile quello di preservare il mistero di musiche che dal mistero sembrano essere naturalmente avvolte.
Vi basti sapere, dunque, che all’interno di quel movimento passato agli annali come Italian Occult Psychedelia – sigla giornalistica che ha avuto il pregio di cogliere l’attimo di convergenza che ha portato una serie di band a riesumare con cerimonie esoteriche il patrimonio di una Italia che negli anni ‘60 e ‘70 era molto più avant di quanto la nazione stessa potesse tollerare – la Squadra Omega ha incarnato il lato più acido e psichedelico, capace però di contaminarsi continuamente grazie anche alla natura aperta del progetto stesso. Contaminazioni che hanno arricchito il linguaggio lisergico con elementi di “free jazz, avant-garde, Kraut, Rock in Opposition and ethno-tribal rhythms” (ancora dal loro bandcamp).
Se dovessi provare a fare una sintesi, direi che il suono del gruppo, partendo dall’anelito psichedelico e weird che ha innervato la psichedelia evoluta prima e il kraut rock dopo, ha incorporato nel suo cammino suggestioni prog, evitandone però ogni legnosità, grazie all’iniezione di robuste dosi di jazz-rock (soprattutto il Davis elettrico e l’Herbie Hancock della trilogia afro-etnica). Aggiungerei che l’originale contesto esoterico/(fanta)scientifico ha contribuito a rendere peculiare il suono di una band che, oltre a flirtare apertamente con la library italiana, si nutre di un atteggiamento colto molto vicino a certo avant-impro.
Un suono, quello del collettivo, che si è evoluto di lavoro in lavoro attraverso una corposa discografia che potremmo arbitrariamente e per comodità (mia) dividere in tre fasi: la prima è quella che comprende l’esordio “Rennes le chateaux” edito dalla netlabel Vuoto nel 2008 e che consta di un’unica traccia di 20 minuti; “Tenebroso“, altro brano unico di 20 minuti, pubblicato nel 2009 dalla Clinical Archives e poi stampato come one sided 12” dalla Holydays records; il “Live at outside Inside” edito nel 2010 dalla Xhol Recordings (anche qui una sola improvvisazione di 28 minuti) e infine l’Omonimo del 2010 (edito ancora dalla Holidays Records), che riassume un po’ tutte le pulsioni presenti nei lavori precedenti e il cui programma prevede ben quattro tracce (dove però a farla da padrone è l’opening di “Murder in the Mountains” che da sola supera i 16 minuti).
In questo periodo il sound della band si muove su coordinate ben precise che prevedono chitarre liquide in continuo dialogo con i synth, batterie che ora cercano la cavalcata krauta, ora si scompongono nelle libertà concesse dal jazz rock, fiati canterburiani che arricchiscono i pieni strumentali, trasmissioni radio e spoken word a rendere un senso di minaccia, stemperato da oasi liriche per chitarra elettrica.
Dopo un lavoro di transizione come lo splendido “Le Nozze Chimiche” (lavoro del 2011, edito da La Macina Dischi, che si concede momenti acustici, tentazioni primitive folk e – oltre a momenti smaccatamente avant – si pregia di una strepitosa suite pinkfloydiana intitolata “Avviso agli imprudenti”), la seconda fase impone la band nel panorama nazionale (e internazionale) portando a conclusione la maturazione del gruppo con due mosse ben assestate: la prima nel 2015, l’altra nel 2017. In questi due anni, la band pubblica a distanza ravvicinata rispettivamente tre e due lavori.
Il trittico del 2015 è composto da “Il serpente nel cielo” dove la componente ambient-avant-impro del gruppo viene sviluppata lungo un’unica session di improvvisazione, live e senza overdubs, che dà vita a due lunghi e immaginifici brani, “Lost Coast Soundtrack”, edito da Boring machines, che musica splendidamente l’omonimo film del regista tedesco Marc Littler e mette in scena il medesimo conflitto narrato nella pellicola: quello tra l’uomo e la natura selvaggia e primordiale, reso – nella totale assenza di ritmica – tramite lancinanti paesaggi chitarristici e desolate distese di droni. Chiude il trittico l’imponente capolavoro “Altri occhi ci guardano“, vera e propria summa dell’esperienza della band che, nel farsi sintesi di tutti gli ingredienti fin qui descritti, consegna una delle vette della psichedelia del nuovo secolo.
I due lavori del 2017 sono invece “Materia Oscura” edito dalla Soave e “Nervoso”. Il primo prosegue nel solco maggiore tracciato da “Altri occhi ci guardano”, costituendone quasi una versione ridotta, nonché una mirabile sintesi maggiormente focalizzata sul lato jazz rock della band: si veda l’eccellente “Mondo Brana” che mischia un tema alla “My Favorite Things” a sintetizzatori krauti, chitarrismi alla Jerry Garcia e lascia poi spazio alle spirali free form e formicolanti di “Le oscillazioni dell’universo giovane”, brano monstre debitore tanto del jazz davisiano/hancockiano, quanto della library italiana più libera ed elettronica.
Il secondo lavoro si intitola “Nervoso” (edito da Holidays Records) e costituisce invece il seguito ideale delle pulsioni avant de “Il serpente nel cielo”: ne replica infatti formazione a tre (con OmegaMatt e OmegaG8 è presente OmegaFrank alla batteria) e modalità di registrazione (unica session con pochissimo lavoro di rifinitura successivo). Il risultato è un avant-impro-jazz scheletricamente condotto dalla chitarra atonale di OmegaMatt che evoca i fantasmi di John Mclaughlin e John Abercrombie, mentre intorno il lavorio instancabile e furioso delle spazzole crea un’atmosfera gravida di attesa, che – muovendosi in mezzo a formicolii elettronici – risolve la tensione ora in inusuali stacchetti funky giocati tutti in dissonanza, ora in lievitazioni ambient e infine in sarabande free jazz. Alla stessa formazione a tre va ascritto anche “Archivio Acustico Vol. 1”, pubblicato nel marzo 2018 (cento cassette per la Volume), ma relativo a session registrate nel 2013. Come suggerito anche dal titolo, di tratta di quattro brani acustici in cui le chitarre dei due Omega maggiori dialogano con le spazzole e i tamburi di OmegaFrank, prediligendo però, alle atonalità jazz e le improvvisazioni avant, un incedere folk fatto di arpeggi reiterati, psichedelie in odore di raga e visioni di american primitivism.
Poi ci sarebbe la terza fase, ovvero quella che proprio il nuovo disco della band, intitolato “Antiterra” e pubblicato nel novembre del 2019, dovrebbe inaugurare.
Usiamo il condizionale in quanto si tratta di un lavoro spiazzante rispetto al pur ampio canone del gruppo, che dunque potrebbe rappresentare semplicemente un’isolata prova di (strepitoso) eclettismo o piuttosto l’avvio di un nuovo corso.
Si tratta di un disco che più che aggiungere ulteriori elementi al sound del collettivo, ne sbilancia totalmente il baricentro, passando dalla vibrazione acustica a quella totalmente elettronica. Un’elettronica declinata rigorosamente in analogico con una scelta vissuta in maniera talmente rigorosa che il formato principale prescelto per presentare l’opera è quello della doppia cassetta audio. Dopotutto cosa c’è di più naturale che ascoltare synth analogici impressi su un nastro?
Ad ogni modo, venendo al disco, si tratta di cinque brani musicali che variano dai 12 ai 18 minuti (con l’unica eccezione di Part II che si ferma a 6 minuti). Il viaggio verso l’Antiterra è stato condotto dal nucleo del progetto OmegaMatt e OmegaG8, cui si è aggiunto il terzo membro VonTesla che in Squadra assume il nome di OmegaInvisible. La spedizione si è preparata per bene all’avventuroso viaggio, procurandosi tutta la strumentazione analogica necessaria per l’esplorazione delle dimensioni negative, gli avvitamenti interstellari e il galleggiamento amniotico. Al ritorno sulla Terra e, in particolare agli Outside Inside Studio, OmegaMatt ha provveduto a editare, mixare e masterizzare i diari di viaggio riempiti dalla strana calligrafica del collettivo. Tra quelle righe il vocabolario del gruppo si è arricchito con “Fourth World elements, Ambient Hauntological feelings, Kosmische music, minimalistic Drone-based repetitions and poly-rhythmical asymmetries”.
Ne viene fuori quello che probabilmente è il secondo vero capolavoro della band.
Un disco di esplorazione cosmica che stupisce innanzitutto per la perizia con cui gli Omega utilizzano il linguaggio FULLY ELECTRONIC (sintesi granulare usata con maestria, utilizzo razionale dei glitch, sound recording e mixing veramente eccezionali); ma che soprattutto conquista per la poesia di un viaggio che, nella sua glacialità, riesce a dilungarsi per ben 72 minuti senza mai annoiare, ma piuttosto presentando ogni suo momento come necessario per la riuscita del viaggio stesso.
Si tratta di un’opera monolitica da cui è difficile espungere un solo episodio: meglio il formicolare magmatico di Part I in cui gli arpeggiatori sorreggono un’impalcatura ritmica su cui si intrecciano le varie linee di synth o l’elettronica glitch che, svolazzando nel vuoto cosmico, si satura di rumori di massa elettrostatica in Part II? Meglio indulgere nei territori kosmische di Part III in cui fa hauntologicamente capolino, stagliandosi lontana e poetica, una melodia morriconiana o la frase di sassofono campionata di Part IV, il cui andamento richiama certo dubstep e che ipnotizza con le sue reiterazioni? O è piuttosto preferibile estrarre il finale di Part V che ribolle di glitch, formicola di suoni destrutturati e gorgoglia di liquidità amniotica e concreta?
Risulterà chiaro, ovviamente, che l’esperienza è da prendere in blocco e trattasi per inciso di esperienza che consigliamo caldamente.
Non sappiamo, infatti, quando perverranno i prossimi dispacci dalla Squadra Omega, né se i componenti del collettivo abbiano già in programma nuove escursioni.
E poi… siamo sicuri che siano davvero tornati?




