Che siamo fan terminali dei Necks dovreste saperlo fin da questo articolo. Abbiamo approfittato della data del gruppo a Trento per porgere al bassista del gruppo Lloyd Swanton alcune domande sulla dimensione live del trio australiano

Ciao Lloyd, innanzitutto grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. In particolare, vorremmo approfondire e indagare il rapporto tra la musica dei Necks e la sua dimensione live. Questo aspetto ci sembra molto interessante da un lato per via del vostro rifiuto di suonare musica predeterminata e di affidarvi esclusivamente all’improvvisazione più libera, dall’altro perché proprio la dimensione live ci è sempre parsa quella in cui è possibile cogliere davvero l’essenza del vostro progetto musicale.
Cominciamo dunque dall’inizio….Un momento davvero magico dei vostri concerti è il raccoglimento che precede l’inizio dell’esibizione. Da spettatore ho avuto la sensazione che quel silenzio, condiviso religiosamente dal pubblico, generi un’intensa comunione capace di abbattere ogni barriera e permettere il rapimento da parte del flusso musicale che da lì a poco avvolgerà tutti: musicisti e ascoltatori.. E’ solouna mia suggestione o la ritieni condivisibile? Quali sono i fattori che determinano chi inizia a suonare ogni sera, avviando di fatto l’improvvisazione collettiva?

Sono completamente d’accordo con ciò che dici. L’idea di restare in silenzio in attesa che uno di noi iniziasse è stata pensata all’inizio come un meccanismo per garantire un certo senso di ordine, ma poi col passare del tempo ha assunto non solo un aspetto rituale, ma anche il ruolo di strumento utile per creare la giusta atmosfera di quiete nella sala. Per quanto riguarda chi inizia il pezzo, si tratta di una cosa completamente casuale. Mentre saliamo sul palco, non abbiamo idea di chi inizierà.

Per quanto riguarda chi inizia il pezzo, si tratta di una cosa completamente casuale. Mentre saliamo sul palco, non abbiamo idea di chi inizierà il pezzo.

Un’altra idea che mi sono fatto è che la prima nota o il primo pattern che suonate influenzi di seguito tutta l’esibizione e il flusso improvvisativo che la informerà. Come se quella nota o quel pattern contenesse già l’embrione di tutto ciò che suonerete poi. Che ne pensi?
Immagino che possa trattarsi della nostra versione dell’Effetto Farfalla! In un certo senso, quello che hai detto può essere considerata una semplice suggestione priva di reale significato oppure al contrario un riassunto molto profondo dell’infinito che deve affrontare l’improvvisatore. Ogni nota, ogni istante rappresenta infatti una potenziale svolta.

A mio avviso, uno dei segreti della vitalità del suono live dei Necks poggia su un paradosso: da un lato una libertà assoluta, dall’altro la rigorosa disciplina delle regole che vi imponete. Cosa significa per voi muoversi all’interno di una dinamica sospesa tra pulsione e (auto)controllo?
Questa è la sfida che abbiamo costantemente di fronte. Ciò che rende ciò che facciamo eccitante e interessante per noi anche dopo tutti questi anni. C’è una tensione continua nel nostro fare musica, tra convenzione e iconoclastia, ma si tratta di una tensione positiva.

E a proposito di vitalità: dove trovate ogni volta nuovi stimoli per creare nuova musica ad ogni esibizione? Non avete mai avuto la tentazione di cristallizzare la formula, magari al solo fine di raffinarla e renderla perfetta?
È un po’ un luogo comune, ma suonare con i Necks mi dà tutta l’ispirazione e il ringiovanimento di cui ho bisogno, sia musicalmente che psichicamente.

Non siamo mai stati tentati di formalizzare il nostro metodo, perché sarebbe la sua morte. Certo, non possiamo negare che si sono create alcune convenzioni cui spesso attingiamo, ma ciò che mantiene fresco il nostro approccio è che tutti e tre sappiamo che se si cade ripetutamente in questi schemi, prima o poi uno di noi inizierà a ribellarsi contro quella che verrebbe percepita come una minaccia: la prevedibilità che sta cecando di insinuarsi nella nostra performance! Quindi partirà in una nuova direzione, opponendola alle trame che si stavano generando e facendo quindi nascere una nuova direzione. Questa dinamica può durare per alcuni minuti o fino alla fine del pezzo o … per intere settimane.

Se dal vivo vi presentate solo “Piano Bass Drums” (per citare il titolo di un vostro album dal vivo), in studio arricchite il vostro sound di altri colori (penso all’organo e i campionamenti di Chris o alla chitarra di Tony). Si tratta di una scelta dettata dalla voglia di restare più vicini possibile alla sorgente originaria del suono Necks o si tratta più che altro di motivazioni pratiche?
Abbiamo deciso fin dalla nascita della band che, sebbene vi siano ovvie connessioni, le nostre identità dal vivo e quella in studio non sarebbero mai state uguali. Lo consideriamo positivo: si potrebbe dire che facciamo dischi per creare cose che non potremmo mai fare in concerto e suoniamo dal vivo in modo da fare cose che non potremmo mai realizzare in studio.

Improvvisate sui palchi di tutto il mondo da più di 30 anni, un periodo molto lungo nel quale dal punto di vista umano e artistico molte cose possono mutare. Che cosa credi sia rimasto invariato nel vostro modo di suonare sia come individui che come trio e cosa pensi invece che sia cambiato o evoluto nel vostro approccio all’improvvisazione e alla musica in generale? Se doveste definire con un termine o un aggettivo i Necks degli inizi e quelli di oggi quale utilizzereste?
Hmm, stiamo entrando in un territorio difficile qui. Perché, non solo penso che in qualche modo siamo le persone meno obiettive a cui chiedere della nostra musica, ma ho anche questa ferma convinzione che le persone suonino musica per esprimere cose che semplicemente non possono esprimere con nessun altro mezzo, quindi in un certo senso è sempre un po’ inutile cercare di descrivere la musica. In una certa misura, penso che la musica non dovrebbe parlare. Dovrebbe essere ascoltata e tutto ciò che deve essere detto sarà in ciò che ascolti.

Quindi nella mia risposta sarò generico in maniera frustrante. Penso che ciò che è rimasto invariato sia il modo fondamentale in cui Chris, Tony e io ci relazioniamo musicalmente e gli obiettivi che abbiamo quando ci esibiamo. Ma cos’è quella cosa fondamentale e quali siano questi obiettivi è la parte impossibile da esprimere a parole. Difficile descrivere cosa è cambiato e in trenta anni i cambiamenti non possono che essere numerosi e profondi ed è logico che anche la musica subisca altrettanti cambiamenti.

Ma detto questo, se posso uscire da me stesso per un solo istante e provare a mettermi nei panni di un ascoltatore, credo che ciò che piace a molti dei nostri fan è che, sebbene la nostra musica sia indubbiamente e considerevolmente cambiata, la band è riuscita in qualche modo a mantenere sempre qualcosa che è quintessenzialmente “Necks”.

Assistere a una vostra esibizione crea una specie di sospensione temporale, dove la conclusione equivale a una sorta di ritorno alla realtà. Non è un caso che i brani non si chiudano mai bruscamente, ma scemino piuttosto in un anticlimax che rappresenta un “atterraggio morbido” che lascia lo spettatore a riflettere sull’esperienza appena vissuta. Come vivete tale dinamica dall’altra parte della barricata?
Molto simile al pubblico! Ovviamente, come interpreti, siamo parte in causa nel determinare la chiusura del brano, ma all’interno dell’ensemble nessuno può leggere la mente dell’altro e quindi ognuno di noi può potenzialmente rimanere sorpreso dal modo in cui alla fine il brano terminerà.

A volte, dopo il set, può accadere che si discuta brevemente delle indicazioni che si possono trarre da esso, ma mai in modo molto specifico e senza lo scopo di creare regole o convenzioni stringenti. Non succede mai che si decida, dopo un set, di fare qualcosa di simile in futuro “perché ha funzionato bene” o, al contrario, che la si escluda perché non ha funzionato. Sarebbe la morte della band!

Complice la trasversalità della vostra musica e la vostra non facile collocazione, vi ritrovate ad esibirvi in contesti spesso diversissimi: dalla “Sidney Opera House” ai concerti di Nick Cave, dalla folla del Primavera Festival a realtà come piccoli teatri di provincia o piccole chiese sconsacrate. Come vi rapportate con il differente pubblico? Quanto incide sulla vostra esibizione il trovarvi davanti il pubblico più composto del jazz piuttosto che quello più scatenato del rock? Chi pensate riesca a cogliere meglio l’essenza della vostra musica?
Affrontiamo la diversità non lasciandoci influenzare in modo negativo, solo positivo.

Non direi che c’è un pubblico particolare che preferiamo. C’è del buono in ognuno di essi! Tutto ciò che speriamo è di avere di fronte una platea rispettosa e, se non del tutto silenziosa, almeno ragionevolmente tranquilla.

Ciò che realmente influisce sul risultato di ogni performance è l’acustica dello spazio che ci ospita: tantissimi nostri brani cercano di “far suonare” la stanza ed è così che spesso capiamo che musica suonare! Ci piace pensare di essere adattabili a qualsiasi tipo di acustica, ma direi che la nostra preferenza è per un posto con un po’ di risonanza, in modo da poter lavorare con alcuni interessanti effetti acustici man mano che si presentano. Certo, non deve esserci una risonanza eccessiva, altrimenti si rischia di avere un suono che sbatte contro un muro, fa le capriole e non permette alcuna “trazione” per far progredire il brano (se poi questo è quello che vogliamo fare in quel particolare pezzo!)

Oltre la solita frenetica attività live e di studio, quest’anno spiccano due collaborazioni stimolanti seppure molto diverse: le session in studio con gli Underworld (raccolte nel cofanetto The Drift) e il concerto in Polonia con l’orchestra Sinfonietta Cracovia ed Ilan Volkov. Ci puoi raccontare qualcosa di queste due esperienze?
Gli Underworld e i Necks si sono incontrati al Pure Scenius di Brian Eno del 2009: in quell’occasione abbiamo lavorato per la prima volta con Karl Hyde e da lì è nata una reciproca ammirazione. Ci hanno detto che avrebbero voluto farci partecipare alla loro musica e alla fine abbiamo trovato una possibilità per tutti di stare insieme e registrare, alla fine di uno dei nostri tour europei. Abbiamo trascorso due giorni nei fantastici AIR Studios di Londra. Loro avevano preparato una mezza dozzina di fantastici loop sui quali abbiamo suonato tutti insieme fino a riuscire gradualmente a spingerli altrove. Rick Smith è stato in grado di scolpire i loop, mentre noi sviluppavamo le nostre idee, mentre nel frattempo Karl improvvisava linee vocali in modo che succedesse sempre qualcosa. All’inizio non sapevamo come sarebbe andata, ma il primo pezzo si è evoluto in modo davvero organico, e così il secondo e poi il terzo…e poi non ci è stato possibile fermarci!

Invece il concerto di Cracovia è stata la terza volta che abbiamo lavorato con Ilan Volkov. È davvero incredibile: fa improvvisare un’intera orchestra sinfonica insieme a noi. In un certo senso è come se fosse il concerto di The Necks più un artista ospite – soltanto che questo artista ospite porta con sé un’orchestra sinfonica! Credo sia una delle uniche persone al mondo in grado di farcela – un direttore altamente accreditato (BBC Scottish Symphony, Boston Symphony, ecc.) che è un improvvisatore e parla il “linguaggio” dell’improvvisazione.

Come ho detto, ci siamo esibiti due volte con Ilan e un’orchestra (prima la Adelaide Symphony, poi la BBC Scottish Symphony), ed entrambi i concerti sono stati incredibili. Era la prima volta che lavoravamo con una sinfonietta e, sebbene il suono fosse più “piccolo” di quello di un’orchestra completa, la risposta è stata semplicemente meravigliosa. Penso che per molti aspetti sia stato l’incontro di maggior successo che abbiamo mai avuto.

Quando collaborate come The Necks con altri musicisti ed ensemble lo fate come singoli musicisti o continuate a rapportarvi con l’esterno come foste un nucleo compatto?
Siamo sempre The Necks, credo. Possono esserci alcune modifiche tangibili in ciò che stiamo facendo e nel modo in cui lo stiamo facendo, ma ritengo che noi tre pensiamo sempre a noi stessi come parte del trio piuttosto che come individui.

Immagino che la domanda senza risposta quando collaboriamo con qualcun altro sia: fino a che punto possiamo allontanare il concetto di The Necks dalla sua base di origine prima che non sia più The Necks? Fortunatamente non penso che ci siamo mai avvicinati a quel punto.

Infine un altro avvenimento importantissimo del 2019 è la vostra partecipazione al nuovo disco degli Swans. Il grandissimo rispetto che Michael Gira, vostro fan dichiarato, nutre per la vostra musica si specchia nella maniera magistrale in cui è riuscito a “servirsi” del vostro contributo. So che avete inciso in solitaria le basi dei due brani che poi sono poi state arricchite e completate da Gira e in effetti risulta straniante ascoltare la vostra musica all’interno della forma canzone, per quanto inusuale come quella degli Swans. Ci racconti qualcosa di più del processo che vi ha condotto dal suono libero dei Necks a quello più strutturato di Gira? Come si sono sviluppati questi brani e quali sono le indicazioni e il grado di libertà che Michael Gira vi ha lasciato?
Michael ci ha inviato versioni delle canzoni con solo voce e chitarra e ci ha chiesto di aggiungere tutto ciò che ritenessimo opportuno; insomma ci ha dato una totale libertà artistica, così abbiamo suonato e messo insieme le tracce. Gli abbiamo fornito alcune indicazioni extra da prendere in considerazione durante il mix, ma fondamentalmente abbiamo solo cercato di comprendere l’essenza dei brani e di fornire loro un’ambientazione appropriata. Penso che entrambi i brani abbiano funzionato meravigliosamente bene.