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Il talento gentile di Alessandro Grazian

Diamante grezzo, questa città mi uccide / diamante grezzo, io sono rotto dentro / stroncato all’interno da mille rifiuti / di donne che sono meno belle / di donne che sono meno donne di te

Lo chiamano “Belpaese”. Per la bellezza delle opere d’arte che il territorio ha prodotto nei secoli e per la mitezza di un clima che mantiene una piacevolezza invidiata altrove. In questo paese, la Grazia ha trovato spesso rifugio, ma forse oggi vi si ritrova più come rifugiata. E, in tempi in cui il rifugiato è trattato come ospite sgradito, la Grazia pare di conseguenza emarginata come fattore divisivo, elitario e presuntuoso: offende la mediocrità con la propria bellezza, spinge al fallo di reazione il cultore della velocità, perché è slow in tempi di fast, perché contrappone al mercato l’improduttività di quel tipo di bellezza che ha bisogno di tempo per essere assaporata.

Le strade di Milano possono sembrare luoghi lontani dalla Grazia, ma il loro brulicare possiede un fascino che incanta. La Big Apple italiana attira risorse dal resto del paese e, qualcuno dice, restituisce poco di quel che prende. Ma resta il luogo in cui succedono le cose, del qui e ora, del bisogna esserci. Il Veneto, invece, provinciale ed antipatico, nella vulgata comune regione gretta di capannoni, casette monofamiliari e campi coltivati, che riempie con la retorica della fatica un vuoto altrimenti opprimente, è un grembo dove la vita perde velocità ma, lavorando per sottrazione, consente l’introspezione e la ricerca di un proprio mondo, di un proprio immaginario.

Alessandro Grazian tiene fede al proprio nome e, da più di un decennio, si impegna a perseguire la sua personale idea di Grazia. Il suo strumento preferito sono le sette note, il formato prediletto quello breve della canzone, del bozzetto rotondeggiante da utilizzare come balsamo per le ferite da logoramento della velocità moderna.

“Il figlio del piccolo Maciste”.

Da bambino era un bel putto, le foto lo ritraggono nelle braccia muscolose del padre, il cui fisico è scolpito alla maniera dei peplum che andavano all’epoca al cinema. Alessandro invece ha un fisico esile e asciutto. I suoi tratti e le movenze androgine rivelano un mood che trova il suo primo accordo con il mondo esterno nel malessere fragile di Kurt Cobain. Il musicista americano irrompe nella sonnolenta provincia padovana ed Alessandro ne rimane subito conquistato. Comincia ad ascoltare quella musica in cui chitarre distorte e raucedini vocali esaltano, per contrapposizione, la delicatezza dei testi esistenziali. La sua storia è quella di tutta una generazione venuta su negli anni novanta, che si becca in pieno il big bang del grunge, che predica il ritorno al “sentire” senza pelle e al nervo scoperto, dottrina che – dopo gli anni dell’edonismo da Fininvest – appare come frattura capace di farsi confine generazionale.

Ma soprattutto il grunge è la porta che consente di accedere a una certa idea di rock che, nonostante i volumi, mette sotto i riflettori la devastazione, il tormento e l’abiezione nella tristezza.

I primi passi dell’Alessandro musicista iniziano all’altezza delle scuole medie, quando – sulla tastierina Casio della scuola – si accorge di avere, più che il talento, una certa facilità e naturalezza nell’approcciare le sette note. Il ragazzo, come si suol dire, è portato, ma per il momento non ci si mette più di tanto: sono tutti concordi a dire che il suo vero talento è nel disegno. Frequenta infatti il liceo artistico, ma – come detto – ci si mette di mezzo il biondino di Aberdeen e Alessandro si fa comprare una chitarra elettrica e mette su la sua prima band (signori e signori nientemeno che i Carestia!). Al di là del nome dal dubbio gusto, risultano chiare alcune cose: da un lato che Alessandro è davvero dotato con la chitarra, al punto da diventare uno dei guitar hero della città, dall’altro che risulta chiaro che il ruolo lo interessa poco o niente, perché ad attrarlo davvero è la scrittura dei brani. Comincia a scriverne da subito e in italiano, un po’ perché l’inglese lo mastica poco (e lui è un perfezionista), un po’ perché in quel periodo la scena indipendente italiana gli suggerisce che SI PUO’ scrivere rock nella lingua di Dante. Il suo nome comincia a girare e, nell’opinione di molti, viene percepito come un predestinato al successo. A lui però le cose facili non piacciono e ha anche una certa tendenza a costituire minoranza solitaria e così, in men che non si dica, abbandona del tutto il rock: ha nel frattempo scoperto qualcosa che lo prende in un maniera ancora più viscerale. Si tratta della canzone d’autore. Non riesce a credere che autori come Bindi, Endrigo e Tenco (al netto del peloso ricordo nazional-popolare) siano di fatto dimenticati dal pubblico. Tutta la bellezza e il lascito di quella felice stagione della musica italiana deve, a suo avviso, trovare un nuovo sbocco verso il pubblico e Alessandro si arruola alla causa. Quando poi dalla scuola genovese giunge ai dischi francesi dei Ferré e dei Brel, il suo destino è segnato: da grande diventerà chansonnier. Comincia a scrivere canzoni su canzoni, al punto che già nel ’99 sarebbe pronto per il suo primo disco solista. Dovrà però aspettare fino al 2005 prima di esordire con l’album “Caduto”.

Caduto, indossai l’abito”.

Nella vita di Alessandro, le canzoni di “Caduto” arrivano tardi, quando se ne è già in parte stancato. Come dicevano, il disco di fatto è già pronto nel ‘99, ma occorre aspettare parecchio prima che un’etichetta si dichiari interessata. La proposta non è certo a la page e se a questo si aggiunge che l’attenzione nella scena indie si è spostata dal rock in italiano a quello cantato inglese (emergono ottime band come Yuppie Flu e Julie’s Haircut), si comprende come Alessandro si ritrovi senza etichette disponibili a finanziare l’operazione. Non dispera e anzi approfitta del tempo per studiare e affinarsi: prende una pausa dalla scrittura e comincia a studiare parecchia musica strumentale (soprattutto classica e colonne sonore) e, quando decide di ritornare alla canzone, lo fa approfondendo le armonie utilizzate nella ballata francese e in quella italiana più influenzata dai cugini d’oltralpe.

Poi, un giorno ecco l’incontro che sblocca la situazione. Gli capita l’occasione di aprire un concerto dei Mariposa, dove milita l’aretino, ma – per ragioni di cuore – padovano, Enrico Gabrielli che rimane colpito dal talento del famous local singer e decide di farlo entrare nel rooster della Trovarobato, etichetta della band.

Le registrazioni del disco, prodotto da un Grazian che, a quel punto, sa benissimo come devono suonare le canzoni, vengono effettuate in presa diretta al Banale, lo stesso locale di Padova dove aveva aperto per la band di Alessandro Fiori e soci. Il disco viene registrato quasi tutto in presa diretta e attorno al trio strumentale costituito dalla voce e la pregevole chitarra in fingerpicking di Grazian, dal clarinetto basso di Gabrielli e dal violoncello di Giambattista Tornielli. Gli arrangiamenti che ne vengono fuori, per quanto raffinati, sono diretti e “poco prodotti”: d’altronde le registrazioni hanno ormai assunto la dimensione del parto necessario, avvenuto ben dopo la data prevista, quando il nascituro sta già cominciando ad accusare una certa sofferenza fetale. I testi, riflessivi e delicati, si avvalgono di un lessico molto ricercato che si caratterizza per un certo ermetismo di fondo, che non sembra avere molta voglia di comunicare. Alla base di tale scelta sta forse il tentativo di scampare all’accusa di una eccessiva adesione ai propri modelli, associando alle suggestioni della scuola genovese, non già testi romantici e intimisti, ma liriche complesse e sfuggenti. O magari è l’insicurezza e la paura di apparire banale a spingerlo in questa direzione o forse ancora (ed è l’interpretazione che preferisco), Grazian vuole semplicemente ospitare con la propria musica la bellezza desueta e questo riguarda tanto le melodie retrò in cui indulge, quanto i termini ricercati che utilizza, come “prosopografie”. Ad ogni modo, il disco si fa apprezzare innanzitutto per la delicatezza di “Caduto”, incipit che detta da subito il paradigma dell’opera: una chitarra acustica suonata in fingerpicking, un clarinetto che avvolge la melodia, pochi tocchi di arpa a puntellare un testo che confessa la propria caduta e la propria inadeguatezza:

Alessandro Grazian - Caduto

“Ammenda” alza il ritmo sull’acustica e mette in scena scuse che paiono poco sincere (la dissidenza dell’autore tradisce baldanza e fiera diversità), mentre “Prosopografie” si produce in un delizioso vaudeville che alliscia l’ascoltatore con una leziosità che parte fin dal titolo:

Alessandro Grazian - Prosopografie

Con ”Santa Sala”, la bella calligrafia di Alessandro si fa struggente, grazie a una melodia che si apre come un sole e a una vocalità piena, radiosa e chiara. Il vocabolario, gentile e ricercato, è scelto con cura in modo che ogni parola risulti perfettamente adesa alla natura della nota cui viene appoggiata:

Alessandro Grazian - Santa Sala

Il programma prosegue con una “Tattile” che distende la propria melodia su un ritmo sincopato di violoncello, una “Novizio” che richiama alla mente il primissimo De Andrè e una “Oggi Hanno Vinto Loro” che musica una delle poesie più belle di Grazian. “Ottima” si concede fughe strumentali disinibite e un canto metricamente arrembante, così come “Vado a Canossa” che abbassa il volume, sussurrando e recitando una filastrocca che, dopo una coda sognante, conduce dritta verso “La Differenza” che pecca forse un po’ di ingenuità nel testo. Concludono il programma, una “Serenata”, allegra, ma non troppo e il cantato eccentrico di “Via”, il cui testo-scioglilingua, arricchito da cori e inserti di fiati orientaleggianti, è degno di un Capossela calato in forme neoclassiche e settecentesche.

In definitiva, si tratta di un esordio di grande personalità che di certo, almeno nei circuiti “indie-rock”, può trovare pochi corrispondenti, imbevuto com’è di suggestioni classiche e pittoriche, ma che invita gentilmente l’ascoltatore a seguire il proprio autore in un mondo di bellezze demodè. Se da lato, la voce di Grazian appare già matura ed espressiva, dall’altro può risultare facile tacciare le confessioni di questo giovane artista come eccessivamente leziose. In effetti, il vocabolario lessicale e musicale è ricco e sontuoso, ma la sua eccessiva cura finisce a volte per disperdere la portata emotiva dell’intero lavoro.

Dal punto di vista della critica, il disco raccoglie buone recensioni, ma Alessandro è già proiettato verso il suo nuovo album: alcune canzoni sono già pronte e non sono state incluse in “Caduto” proprio perché le sente appartenere al progetto successivo che ha in mente e che si intitolerà “Indossai ”.

Caduto” aveva finito per essere un lavoro quasi fuori tempo massimo, che stentava a rappresentare il mondo interiore di un autore che, nel frattempo – mentre aspettava di trovare qualcuno disposto a pubblicare l’esordio – era andato avanti e aveva affinato e approfondito le proprie conoscenze e competenze musicali. E così, per Grazian, “Indossai” diventa la vera prova del nove. Quella con cui mettere alla prova il lungo lavoro di formazione che, come musicista, ha operato su se stesso.

Per preparare il nuovo disco (e magari creare un po’ di attesa) decide di farlo precedere da un EP, distribuito solo in digitale sempre da Trovarobato, che si intitola “Un soffio di Nero”. Si tratta però di un’operazione piuttosto peculiare, trattandosi, oltre che di un EP autonomo, anche di una sorta di teaser del lavoro maggiore che sta per arrivare. Infatti, accanto ai tre brani inediti su cui torneremo, Grazian inserisce delle cellule sonore che verranno poi inglobate in alcuni dei brani di “Indossai”: e così “Ermitaž” contiene elementi musicali che andranno a confluire in “A San Pietroburgo”, “La Couronne” è uno strumentale su cui verrà adagiato il brano in francese “Sainte Epine” e “Und die Liebe lacht” anticipa le suggestioni liriche di “Fiaba Rossa”. Tornando ai tre brani inediti, si parte con “Un soffio di nero” che certifica da subito i progressi e la maturazione di Grazian. Un brano la cui bellezza sa nascondersi tra le pieghe di una melodia su cui viene adagiata delicatamente una storia di perdita d’amore. Gente insospettabile (vedremo poi) ne rimarrà assolutamente conquistata…

Alessandro Grazian - Soffio di nero

A completare il programma provvedono una cover di “Aria di Neve” di Sergio Endrigo e il brano “Felicitazioni”, ottimo commiato e perfetto viatico verso il nuovo disco che viene pubblicato 16 ottobre del 2008.

Il titolo, come detto, è “Indossai”, la copertina mostra una foto dei genitori di Alessandro e viene prodotto da Enrico Gabrielli. Il genietto toscano crede davvero tanto nel progetto e per realizzarlo mette insieme una squadra di musicista di tutto rispetto che vede la partecipazione anche di Nicola Manzan, che nel frattempo sta facendo parlare di sé per il progetto Bologna Violenta. Alessandro non manca l’appuntamento: semina ormai da molti anni e il raccolto è costituito da questi undici brani per i quali può essere speso il termine capolavoro. Non sembri un’esagerazione: “Indossai” è un’opera che rischiara la musica italiana degli anni zero. Episodio assolutamente rigoroso e personale di un autore che è riuscito a maturare in fretta, eliminando le scorie naif e adolescenziali che qua e là inficiavano l’esordio.

Ne sono testimonianza inequivocabile il trittico iniziale costituito da una “Indossai” che evoca il sorriso della Gioconda e tira in ballo le colonne sonore italiane degli anni sessanta, il cantautorato confidenziale e si concede nel finale un piccolo e sublime break per archi e chitarra twang per cui i Mercury Rev ucciderebbero:https://www.youtube.com/watch?v=4EVy-6j5t-c

segue il bozzetto in bella copia di “Ballata”, miniatura preziosa che dice tutto in un minuto e ventiquattro secondi, lasciando inappagata la sete, quando sfocia nella coda costituita dal terzo brano in programma, ovvero la resa, quasi esclusivamente strumentale, di “È vero”, brano del 1960 di Umberto Bindi che vanta un andamento cinematografico e richiama certi passaggi strumentali alla “Pet Sounds” dei Beach Boys.

Dopo un attacco di tale bellezza, la tensione artistica rimane alta con “Acqua”, melodia dimessa che cita il classico battistiano “Acqua azzurra, acqua chiara”, svuotandolo di enfasi e suggerendo l’ipotesi del riscatto delle proprie occasioni perse tramite la bella forma:

Diteci che siamo sani” è il brano monstre del disco, massacro emotivo che si ferma sempre un attimo prima di scadere nell’eccesso. Gabrielli e soci si producono in pizzicati d’altri tempi che sfociano nell’invocazione finale che ricorda certe cose del Giovanni Lindo Ferretti altezza “Linea gotica” (non a caso un certo Massimo Zamboni scriverà per congratularsi); “A San Pietroburgo” inneggia con delicatezza alla grazia e cita apertamente, con il proprio racconto d’inverno, la letteratura russa dell’ottocento. Si registra anche l’intervento di un Emidio Clementi che, pur recitando un testo perfettamente a tono (tratto da un racconto di Puskin), pare non avere altra funzione che richiamare l’attenzione del pubblico con il proprio featuring.

La seconda metà del disco si gioca la carta della ballata francese con “Sainte Epine”, dove Grazian gioca allo scoperto, lanciandosi senza rete in una leziosissima pronuncia francese, ma uscendone vincitore grazie anche a un arrangiamento che cita apertamente (e sapientemente) Nicola Piovani; “Fiaba rossa” ha sfumature mitteleuropee e quasi psichedeliche; di “Soffio di nero” abbiamo già detto, mentre il finale è affidato a “Chiasso”, brano impreziosito dal pianoforte di Gabrielli (meraviglioso e minimale nel ritornello) e dalle voci eteree e stratificate dello stesso Grazian che conducono al finale per batteria, archi e chitarra elettrica:

Alessandro Grazian - Chiasso (Indossai, 2008)

C’è ancora tempo per “Tema di Sueña”, strumentale che si occupa di prendere il giusto commiato.

Riascoltato oggi, a più di dieci anni dalla sua pubblicazione, “Indossai” non ha perso un grammo di forza nella sua spudorata esibizione di bellezza, forse perché da subito si connotava come lavoro fuori dal tempo. Le canzoni che vi sono contenute rappresentano miniature eccezionali, porcellane artigianali nate dalla cura e dal cesello di un autore in stato di grazia. Difficile accusare ancora Grazian di leziosità: tutti gli elementi del mondo di questo giovane chansonnier sembrano avere un proprio equilibrio e la resa emotiva non risulta affatto svilita dalla forma. La scrittura dei brani presenta variazioni armoniche che, pur rimanendo orecchiabili e fruibili, rifuggono le soluzioni del pop anglo-americano, preferendogli quelle della canzone francese, mentre i testi sono cantautoriali e a “chiave”, ovvero occorre conoscere il soggetto del testo, prima di comprenderlo appieno. In questo modo, si ha una fruizione a due livelli: da un lato la bellezza della parola e del vocabolo ricercato e leziosamente adagiato sul rigo musicale, dall’altro il significato che diviene palese una volta ricevuta la chiave di lettura (ad esempio, si comprende meglio “Fiaba Rossa” quando la si mette in relazione al suo vero soggetto ovvero il pittore Egon Schiele e si coglie davvero la bellezza di ”Ballata” non appena si comprende che il testo rappresenta le parole di un quadro che rimprovera il proprio pittore, reo di avergli dipinto occhi che non guardano avanti verso lo spettatore, rendendogli impossibile uno scambio con lo stesso).

Critica e pubblico si accorgono presto di Alessandro, che può dunque partire per un lungo tour che inanellerà ben 80 concerti. La band che lo accompagna (che vede la partecipazione di Manzan al violino) è coesa e lo spettacolo è davvero di livello, al punto che, per celebrare il momento felice, Grazian decide di cavalcare l’onda creativa e di dare un seguito immediato al disco, sotto forma di EP/appendice.

L’abito” esce il 15 ottobre del 2009, sempre per Trovarobato, e consta di cinque brani che portano nel proprio DNA la loro origine itinerante, caratterizzandosi da un lato per un suono più diretto e scarno e dall’altro per un’apertura verso il proprio pubblico. I testi e le melodie cominciano a disperdere l’ermetismo dei primi due lavori: dopo 80 concerti in giro per l’Italia, Grazian ha avuto modo di interagire sempre di più con il proprio piccolo, ma affezionato pubblico e da qui è sorto in lui il desiderio di aumentare la propria comunicatività.

E forse non è un caso, dunque, che ad aprire il lavoro provveda come d’abitudine la canzone che dà il nome all’album e che tale canzone dipinga con parole semplici ed essenziali un delicatissimo ritratto di donna, affidato a una melodia che cerca da subito di incatenare languidamente l’orecchio dell’ascoltatore:

Alessandro Grazian - L'abito

Dopo l’omaggio alla propria musa delicata e decadente, ma impossibile da possedere, la scaletta procede senza cedimenti: si passa dai ritmi sostenuti di “Incensatevi” orientaleggiante e incombente nella strofa, esplosa e aperta nel ritornello che si avvale anche di una rutilante coda strumentale che si arricchisce a ogni giro; si prosegue con la melodia acustica e sospesa de “L’ago”, la baldanza di “Solo lei” che è pop, ma sempre secondo le regole di ingaggio di Alessandro che prevedono un’atmosfera vintage, uno struggimento d’altri tempi e una magniloquenza che solo la dolcezza della voce evita di essere ricondotta alle migliori pagine della canzone confidenziale. Il dischetto si conclude con “Sulla via”, commiato perfetto con i suoi giochi di piano e violino a impreziosire una melodia e un testo che, Alessandro ancora non lo sa, anticiperà non solo il titolo del suo prossimo disco, ma anche di quello successivo (Tutti gli amanti lo sanno/ se c’è carezza c’è danno / Sulla via l’innocenza se ne va/ non ha armi e non ha età /le mie prigioni son le tue ormai).

Per promuovere l’EP, Grazian decide di fare il grande passo: abbandona la provincia e si trasferisce a Milano.

Poi tutto cambia.

“L’innocenza non ha armi e non ha età”.

Se c’è una cosa che ha caratterizzato fino a questo momento il percorso di Alessandro Grazian è stato il suo ritirarsi in se stesso. Se si dovesse utilizzare una sola parola per descrivere tale atteggiamento, probabilmente la più adatta sarebbe “sottrazione”. Intesa come sottrazione di qualcosa dalla propria musica (ogni istanza moderna, sociale, politica nel senso più ampio del termine) e sottrazione di se stesso da qualcosa (il proprio tempo). Una postura esistenziale e artistica forse necessaria per raggiungere appieno l’obiettivo fissato: dipingere in note un passato fittizio e astorico, ricostruito arbitrariamente sulla base dell’arte e del bello che è stato capace di produrre.

Un atteggiamento che è anche figlio del vivere tipico della provincia che, nel vuoto culturale in cui costringe i propri abitanti, spinge sovente a rinchiudersi nel proprio piccolo mondo, ritirandosi in esso. Come fosse un’isola.

E poi, dicevamo, Milano. Perché Milano? Forse perché il vero obiettivo è quello di imbruttirsi, scontrandosi con la vita. Quando si vuole uscire dal proprio mondo in favore di quello che sta intorno, occorre, allora, andare nel luogo dove avvengono le cose o quantomeno la maggior parte delle cose artistiche.

Indossai” probabilmente avrebbe meritato di più in termini di attenzione e riconoscimento pubblico, ma – come tutti gli artisti inquieti – Grazian non reagisce alla delusione chiudendosi superbamente in sé, ma piuttosto ne approfitta per porsi dei dubbi, prendersi un anno sabbatico dalla scrittura e soprattutto mettersi in discussione.

L’esito di questo momento di bilancio non può che tradursi in uno sparigliare le carte. L’immaginario di cui si è finora nutrito è stato sviscerato fino in fondo nei suoi primi tre lavori e probabilmente non è rimasto molto da aggiungere. Fa capolino anche l’idea che forse sta sprecando il proprio talento, impegnandosi in musica fuori fase rispetto al proprio tempo. Utilizzando una metafora cara alla pittura tanto amata da Grazian, non è che, mentre il mondo va da tutt’altra parte, lui si sta comportando come un manierista che si rifugia in stilemi passati e privi di vita? Chiaramente non ci sta: sa bene quanto sangue, studio e passione stavano dietro quelle composizioni retrò, ma forse è davvero arrivato il momento di scoprire qual è il battito del mondo. E come prima cosa decide di riabbracciare il rock. Si, perché in questi anni ha davvero trascurato il suo primo amore e forse è il caso di riallacciare i rapporti. E il riavvicinamento al rock elettrico diventa un momento liberatorio, capace di farlo uscire dal pericoloso cul de sac in cui si stava rinchiudendo. Se in passato la logica della sottrazione lo ha portato a essere monolitico, adesso vuole capire (o forse dimostrare a se stesso) che può essere anche caleidoscopico.

Nel frattempo, la scena italiana ha scoperto altri eroi, più (Le Luci Della Centrale Elettrica) o meno (Dente) viscerali. Grazian osserva con interesse, per carità, ma è deciso a trovare una propria via al rock e dunque torna a studiare. Si prende il suo tempo, anche perché, da artista indipendente qual è, si ritrova senza casa discografica e alle prese con i problemi di finanziamento della sua arte e… della sua vita.

Partecipa ad alcuni spettacoli teatrali, suona come session man, rispolvera il suo vecchio amore per la pittura (interrotto nel momento in cui aveva avviato la carriera musicale: da perfezionista qual è, non vuole certo essere un pittore della domenica) ed espone il suo progetto “Ritratti da Grazian” in cui viene proposta un’esibizione itinerante di ritratti ad olio di musicisti italiani indipendenti, tra cui Enrico Gabrielli, Pierpaolo Capovilla e Dente. Nel 2010 realizza la colonna sonora del film “La prova dell’uovo” di Pasquale Marino e l’anno successivo quella del cortometraggio dello stesso regista “L’estate che non viene”.

La scintilla che lo fa tornare alla registrazione è però l’incontro con Leziero Rescigno, batterista (e non solo) degli Amor Fou, che si propone di produrre e co-arrangiare il suo nuovo disco, che si intitolerà “Armi” e che uscirà per Ghost Records nel 2012. A chiarire come il titolo rappresenti una vera e propria dichiarazione di intenti provvede subito il brano omonimo che, posto come di consueto in apertura, attende solo ventidue secondi prima di esplodere in un ritornello che, alle ritrovate chitarre elettriche, associa un cantato aggressivo e le urla che dicono chiaro e tondo “che di armi ne ho”:

Alessandro Grazian - Armi (video ufficiale)

Si è pronti dunque alla battaglia ed è una guerra che avrà a che fare con la difesa di quanto finora costruito e con la voglia di prendersi ciò che gli spetta e non è stato ancora riconosciuto. Grazian può contare sulle armi di un’ispirazione che si distende lungo otto brani, che alternano momenti più sostenuti (i brani dispari) e momenti più dilatati ed eterei (brani pari). Che poi a ben vedere, l’inganno di questa conversione elettrica viene facilmente smascherato dalla scrittura dei brani che rimane, come di consueto, solida e ben tornita, al punto da suggerire che a esser cambiato sia solo l’abito che Grazian ha deciso di far indossare alle proprie canzoni.

Che adesso vantano testi più diretti e, in qualche caso, caustici e sono avvolte in un vestito wave dalle tinte glaciali. Le chitarre elettriche cercano una propria via psichedelica, si affastellano ordinatamente nello spazio con linee rettilinee e taglienti, mentre il colore predominante rimane un gelido blu metallizzato. Convincono i brani più rock come “Se tocca a te”, “Nonchalance” e “Non devi essere poetico mai”, in cui torna lo spettro dei CCCP (passione segreta del nostro), ma a conquistare però sono quelli più sognanti ed eterei, in cui la ditta Grazian/Rescigno (che si occupano da soli di tutti i suoni e gli strumenti) raggiunge una cura nella produzione e negli arrangiamenti davvero notevole.

E dunque “Soltanto io” ha un groove rilassato e aperture armoniche che evitano il ritornello e rendono tutto più fluttuante e libero; “Estate” è un incanto di sospensione: infestato dai fantasmi di Bruno Martino, si cita “Bella ciao“ come “Acqua” citava “Acqua azzurra, acqua chiara” e rimane a mezz’aria, tra chitarre liquide che si infrangono sui muri di synth per poi divenire acuminate come punteruoli:

Alessandro Grazian - Estate

Con “Hélène”, Grazian regala un nuovo ritratto di donna. Brano melodicamente soave, che si adagia placidamente su un tappeto psichedelico. Un ambiente sonoro fluttuante in cui il nome della protagonista viene invocato, quasi in un sospiro e trova l’apice in un finale maestoso e glaciale, per voce “tropicalista”, batterie scomposte e rumore bianco:

Alessandro Grazian - Hélène

Chiude “Il Mattino” che nell’arrangiamento omaggia “Atmosphere” dei Joy Division e gli associa le chitarre dei Cure e le batterie di Larry Mullen Jr.. Finale perfetto con quel senso di superamento della notte che spinge fiduciosi verso il mattino.

Armi” è il primo disco che mostra il volto di Grazian in copertina e forse anche questo vuole dire qualcosa. Magari anche solo rivendicare il coraggio di essere uscito dalla propria comfort zone, con il rischio che il pubblico possa rimanere interdetto a chiedersi dove diavolo sia finito il bel trovatore dai capelli lunghi che intonava ballate che sembravano venire fuori da una galleria d’arte. Per seguire la propria urgenza, Alessandro ha rinunciato alla specificità che lo contraddistingueva e lo rendeva diverso dagli “altri”. Decide di misurare il polso della situazione partendo in un tour in cui torna alla chitarra elettrica e che prevede anche il riarrangiamento di alcuni brani acustici nella nuova veste elettrica.

Purtroppo i concerti subiscono diversi stop. Forse non adeguatamente supportato dalla propria etichetta o forse semplicemente vittima del difficile stato di salute della musica dal vivo in Italia, Grazian si ritrova senza booking e, nuovamente, senza casa discografica.

Da veneto laborioso, non si dà certo per vinto, anche perché il suo nome oramai circola ed è noto, così come il suo talento. E così, ad esempio, non stupisce il fatto che, quando Federico Fiumani decide di dare alle stampe un disco di cover da firmare con il proprio nome e non con quello – leggendario – dei Diaframma, consegni le chiavi del progetto proprio ad Alessandro Grazian. Difficile pensare a due soggetti più diversi: Fiumani (che era rimasto conquistato dal nostro fin dai tempi di “Un soffio di nero”) così irruento, punk e avvezzo al “buona la prima” e Grazian, perfezionista e neoclassico (i due a dire il vero si erano già virtualmente incontrati nel 2008, quando nella compilation “Il dono” Grazian aveva reinterpretato “Fiore non sentirti sola”). Eppure il risultato è notevole: “Un ricordo che vale dieci lire”, pubblicato nel 2014 per Diaframma Records, pur restando episodio laterale nella discografia maggiore di Fiumani, si fa notare per la scelta dei brani da interpretare (che mette in fila, tra gli altri, De Gregori, Dalla, Conte, Battisti, Lolli e Guccini) , per le interpretazioni scorbutiche e sgrammaticate di Fiumani (spesso riprese in un’unica take, come da tradizione) e per gli arrangiamenti misurati, ma efficaci di un Grazian che si mette al servizio delle canzoni, donandogli vestiti poco appariscenti, dai colori tenui, perfetti per non oscurare la bellezza delle parole e delle melodie selezionate.

Quando poi scatta il 2015, Grazian realizza che, essendo trascorsi ben dieci anni dal proprio esordio discografico, è tempo forse di tirare le somme, per capire a cosa lo hanno portato gli anni spesi a suonare, studiare e collaborare con altri musicisti, che poi è la forma migliore di scambio e crescita. Comincia a delinearsi quello che sarà il nuovo disco, ad oggi l’ultimo suo lavoro composto esclusivamente di canzoni. “L’età Più Forte” vede la luce il 12 gennaio 2015 per la Lavorare stanca, etichetta di Fabio De Min dei Non Voglio Che Clara, e viene finanziato tramite un crowdfunding che rivela come in realtà siano in molti ad attendere il seguito di “Armi”. Forte anche di questo rinnovato legame con la propria fanbase, Grazian si mette al lavoro sul disco, il cui titolo non solo omaggia il libro della scrittrice francese Simone De Beauvoir, “L’età forte”, ma soprattutto rende bene gli intenti di un lavoro che ha che fare con la percezione del tempo trascorso e la forza che l’esperienza è capace di donare. A tale fine, Grazian sceglie di circondarsi di vecchi (Gabrielli e Rescigno) e nuovi collaboratori (Rodrigo D’Erasmo e Antonio “Cooper” Cupertino alla produzione) e dà vita a una piccola autobiografia in musica che, rispetto ad “Armi”, presenta un suono più caldo e rotondo, che affina la ricerca psichedelica, preferendo alle staffilate wave del lavoro precedente, un più confortevole abito dream pop. Ma, come al solito, a dare continuità con il resto dell’opera, ci pensa la scrittura dei brani che a questo giro consegna perle come “Satana”, riflessione sulle tentazioni che si annidano nell’insicurezza e nell’insoddisfazione, affidata a una sontuosa melodia, a metà tra psichedelia anni settanta e sensualità soul, che si avviluppa su se stessa per poi venire fuori come un perfetto origami pop:

Alessandro Grazian - Satana (OFFICIAL VIDEO)

Corso San Gottardo” che riprende il gioco visto in “Acqua” ed “Estate”, citando il canto popolare “Mamma mia, dammi cento lire”. Dal punto di vista tematico rappresenta il brano più significativo del disco: nel rievocare la vicenda narrata nel canto popolare, Grazian inscena un dialogo tra il se stesso appena giunto a Milano e quello odierno che riflette sul tempo, le cose perdute e una sensazione di decadenza che appare irreversibile:

Alessandro Grazian - Corso San Gottardo (not the video)

Anastasia”, terzo ritratto femminile di Grazian (dopo “L’abito” e “Helena”), che con il suo delicatissimo vocabolario richiama alla mente le belle calligrafie di “Indossai”. Un pezzo davvero senza tempo, impreziosito da un solo di chitarra appena saturo e slabbrato:

Alessandro Grazian - Anastasia (not the video)

Ma è tutto il programma a non presentare cali di tensione, sia che si peschi una “Lasciarti scegliere” dalle sonorità rock wave o si preferisca il quasi It-Pop caustico de “La risposta”; oppure che si tiri fuori dal mazzo il mid-tempo rock de “La meglio volgarità”, il ritornello pop e baustelliano di “Quasi come me” o il consueto (e sottile) omaggio ai CCCP di “Se io fossi una band mi scioglierei” che, dopo quindici secondi, spara dritto il ritornello più punk di Grazian. Fino a giungere alla chiusura di “Noi noi noi”, pinkfloydiana nei suoni, evocativa e sospesa nella strofa, viscerale in un finale in cui, ed è forse l’unico caso, Alessandro concede a se stesso di lasciarsi andare:

Alessandro Grazian - Noi noi noi (not the video)

Forse meno personale rispetto ad “Armi”, almeno dal punto di vista della produzione, “L’età più forte” risulta ugualmente efficace nella scrittura e soprattutto completa il percorso del cantautore verso una canzone italiana che cerchi di essere allo stesso tempo d’autore e pop, rock nelle reminiscenze e ricercata nelle armonie, capace di celare una visceralità tenuta a bada dalle belle forme.

Il ritorno di Maciste”.

Giunto a questo nuovo approdo, Grazian torna a guardarsi un po’ intorno. Quello che vede non è che gli piaccia più di tanto: l’It-Pop e la Trap imperano e si fa fatica a trovare una scena coesa. A parte qualche felice eccezione, i musicisti della vecchia generazione, quelli a cui Grazian è obiettivamente più affine, vivono di rendite di posizione, che spesso preservano riciclando i propri vecchi classici.

Come suo solito, Grazian decide di scartare di lato e cadere, dando alle stampe un lavoro del tutto folle.

Se il progetto dei Calibro 35 dell’amico Gabrielli trovava un proprio senso, oltre che musicale anche culturale nel processo di rivalutazione che in quegli anni stava sdoganando, presso la critica, il poliziottesco e il thriller italiano, l’idea di scrivere musica atta a celebrare la stagione italiana dei Peplum (ovvero i film degli anni ‘50, ambientati nell’antica Roma e altrimenti noti come “spade e sandaloni”) appariva come un progetto se non folle, quanto meno originale e al limite del kitsch. Dopotutto, il cinema peplum – sia dal punto di vista squisitamente cinematografico, che da quello musicale – rappresenta un grande rimosso nella nostra tradizione culturale, alieno da qualunque rivalutazione e sdoganamento e destinato a riempire unicamente i palinsesti pomeridiani di Rete 4. Eppure Grazian si rivolge proprio a quella stagione per dare vita a un lavoro interessante e come al solito curatissimo (a partire dal layout della copertina, fino alle illustrazioni fumettistiche del vinile gatefold, curate dallo stesso musicista). Anzi a guardare bene, Torso Virile Colossale, questo il nome del progetto, rappresenta la vera autobiografia in musica di Grazian: centrifugate in un unico disco, troviamo infatti l’infanzia di Alessandro (rievocata tramite il ricordo della passione del padre per i film peplum), l’adolescenza (rappresentata dalle chitarre elettriche più pesanti e distorte), la giovinezza e la prima età adulta (passata a studiare classica, colonne sonore e soprattutto l’amato Morricone; N.B. A proposito di passioni: non manca nemmeno in questo disco l’omaggio ai CCCP, contenuto nel titolo di uno dei brani).

Ma, venendo al disco, intitolato “Vol. 1: Che gli Dei ti proteggano” e pubblicato nel 2017, si tratta di un corto circuito musicale che allinea chitarre post-rock (La lotta), fraseggi orientaleggianti (Fedeli alla flaminia, La Galea), timpani, ottoni e reminiscenze di folk irlandese (Ciclopico), corde di violino, pizzicati e languori erotici (Le calde notti della Regina di Lidia), scansioni metal (Macigno), tamburi tonanti, archi melodiosi e chitarre twang (L’oracolo italiano), e infine effetti marini e oasi oniriche (ancora L’oracolo italiano). Il risultato risulta avvincente e riesce a far ricredere quanti magari potrebbero avvicinarvisi con l’intento di demolire un lavoro di certo eccentrico e che, in verità, non si propone di recuperare filologicamente le colonne sonore del tempo, quanto di replicarne l’operazione di pura invenzione dell’epoca. I film peplum dopotutto si nutrivano di ricostruzioni fittizie e grossolane che affiancavano alle spade e ai famosi sandaloni, pettinature anacronistiche e posture da star anni ’50… Allo stesso modo, Grazian non è interessato a studiare accademicamente la materia, ma si accontenta piuttosto di flirtare con quell’immaginario, sfruttandolo a mo’ di recipiente utile per contenere diverse sue passioni musicali. C’è da dire che al fine di rendere davvero più interessante il progetto, forse avrebbe giovato far scorrere fra le sue trame strumentali una tensione latente, una schizofrenia repressa o magari un maggior senso di mistero ed esoterismo che invece manca al rigo musicale di Alessandro che, anche in questa occasione, non rinuncia a presentarsi in bella copia.

Ad ogni modo, Torso Virile Colossale (del quale ci dicono sia già pronto un volume due che attende solo la pubblicazione) restituisce un autore vitale e con la testa piena di idee e che soprattutto non ha smesso di mettersi in gioco. Sia che tale gioco voglia dire posizionarsi dall’altro lato del mixer, come nel caso delle recenti produzioni per Giulio Casale, sia che ciò comporti suonare le chitarre assieme a “Gli esecutori di metallo su carta” per riportare a teatro le musiche di Fiorenzo Carpi scritte per il “Pinocchio” di Comencini.

Se attorno tutto si muove velocemente, Alessandro ormai da un po’ di anni si trova in bilico tra il proprio mondo e quello esterno, prova a mettersi al passo, corre, suona, si sposta, ma quel nocciolo di Grazia viene preservato sempre e comunque: ha a che fare con i luoghi natii o forse con qualcosa che lo precede e che per qualche ragione lo affascina e lo incatena.

Qualcuno pare lo abbia visto suonare, senza clamori, manifesti e in un perfetto anonimato, nei locali più sperduti della città che lo ha adottato. Milano.

Pare che suoni tutto quello che gli passi per la mente… improvvisa, sussurra, alza i toni oppure prova semplicemente ad allontanare ancora un po’ il giorno, mentre un pubblico occasionale, distratto, pensa ad altro e magari ogni tanto alza la testa verso quei momenti di Grazia e Rotondità.

Forse perché vi scorgono dentro un’oasi in cui rifugiarsi dal frastuono del presente o forse, semplicemente, perché è bello che dove finiscano le sue dita e il suo pensiero debba in qualche modo cominciare della musica.



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