2019 11 28 matt elliott dal vivo al ligera spazio ligera

Matt Elliott – Live at Ligera, Milano 28.11.2019

Matt Elliott è l’uomo dei Third Eye Foundation, ovvero uno di quei gruppi per cui venne spesa per la prima volta la sigla post rock, ma è anche l’autore di “Drinking songs”, uno dei massimi capolavori degli anni ’00, dove i disturbi elettronici e avant dei Third Eye Foundation lasciavano il posto (ma non del tutto) a struggenti canti di mare, capaci di rievocare grandiosità romanzesche e spleen mitteleuropeo.

Certo, il musicista di Bristol è tutte queste cose e molto altro, ma per quanto mi riguarda, da ieri, è anche l’uomo che, nello spazio raccolto del Ligera di Milano, ha incantato tutti i presenti con il solo ausilio della sua chitarra, della sua voce e di una loop station.

Tale esigua dotazione si è dimostrata più che sufficiente per rendere al meglio la bellezza di canzoni capaci di collocarsi fuori dal tempo e di rifuggire gran parte delle caratteristiche che l’etichetta “cantautore” suggerirebbe.

Tra le sue mani (che toccano la chitarra classica con la grazia e la perizia di un suonatore di flamenco) e la sua voce (che riesce a passare dai toni bassi, ma non confidenziali del Leonard Cohen delle spiagge greche, alle delicate fragilità di una Nina Simone) passano melodie che rievocano l’Inghilterra ottocentesca di R.L. Stevenson e quella più depressa di David Pearce e che giungono alla corte francese di Leo Ferré, incontrando nel tragitto l’afflato biblico dell’America di Melville.

Ieri sera Matt ha presentato alcuni (eccellenti) brani che saranno contenuti nel suo prossimo disco in uscita fra qualche mese, ha trovato il tempo di inserire due cover (una struggente e delicatissima “I put a spell on you” e il canto anarchico, mormorato in italiano, “Il galeone”) e ha chiesto al pubblico una canzone a piacere (la scelta è caduta su una “The Kursk” resa poi in maniera che le sole parole davvero non possono descrivere).

Matt Elliott - The Kursk

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Ma dicevamo della loop station.

Sì, perché Matt – non pago di cantare benissimo (nonostante lamentasse problemi alla voce), di avere una tecnica fingerpicking sulla chitarra strabiliante e di poter contare su canzoni capaci da sole di farti a pezzi il cuore – nei concerti decide di alzare la posta, dando vita a una vera e propria sinfonia per suoni stratificati, suonati, registrati e poi mandati sovrapposti in loop.

E così, mentre si veniva avvolti dalla polifonia di una decina di chitarre e di linee vocali sovrapposte, sembrava davvero che la piccola sala del Ligera si fosse trasformata nella cambusa di una nave, cullata da un oceano fatale, ma pacificato dal canto dei diversi marinai impersonati da Matt.

E lo struggimento della musica si è tradotto in uno strano senso di perdita.

Come se la bellezza e la visceralità della performance fosse talmente assoluta da risultare impossibile da maneggiare.

Come se ogni nota che giungeva fosse già “passato”.

Pienezza di vita, bellezza e perfezione di cui non è mai possibile godere abbastanza. Come sabbia che scivola dalle mani, accarezzandole, o acqua che scorre nel grembo più oscuro e materno dell’oceano.



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