L’Italia ha un problema con la propria musica folk. Non sto parlando dei cantautori con la chitarra acustica che negli anni sessanta/settanta si diffusero a macchia d’olio dando vita a una famosa stagione musicale, ma alludo piuttosto al patrimonio musicale nazionale che, sedimentandosi nel corso dei decenni precedenti la nostra colonizzazione da parte dei suoni e dell’immaginario americano, costituiva la vera cifra della nostra identità musicale e popolare.
Senza voler entrare nel merito della questione (non è questo l’argomento dell’articolo), basterebbe richiamare in questa sede come in Italia lo stesso termine “folkloristico” venga generalmente utilizzato con una connotazione negativa, almeno a livello, per così dire, mainstream. La tradizione popolare è spesso considerata un retaggio di tempi andati verso cui si guarda addirittura con imbarazzo e vergogna… almeno fino a quando non torna utile per fare pubblicità e attirare turisti, come succede ad esempio con manifestazioni come “La notte della Taranta”. E dunque, nonostante vi siano sul territorio tantissime persone e associazioni che si danno da fare quotidianamente per tenere viva l’anima popolare di questa nazione, non possiamo non annotare come si tratti di un paese ingrato e ipocrita tra l’altro, visto che proprio sulla tradizione e sulla storia ha costruito gran parte del fascino che gli viene attribuito nel mondo.
Come dicevamo, il discorso sarebbe lungo e l’oggetto del nostro articolo riguarda, non il folk italiano, bensì quello britannico. La premessa dunque serviva per far capire quanto per noi italiani non sia semplice comprendere l’importanza che la musica popolare riveste in quei luoghi. Il folk inglese non è solo un movimento musicale, ma anche e soprattutto culturale, profondamente radicato nella società britannica, al punto che ad esempio i BBC Folk Awards rappresentano un vero e proprio evento mediatico, molto atteso nel palinsesto culturale britannico. Un’attenzione istituzionale e sociale che, se confrontato con eventi nostrani (prima si citava “La notte della taranta”), rende bene la differenza che sussiste tra i due popoli nel loro rapportarsi con la propria anima popolare.
Ma la vera caratteristica che consente di cogliere davvero il rapporto tra il popolo britannico e la propria musica popolare è il rifiuto di tale musica di rappresentare la statica celebrazione di una tradizione. Il folk britannico è una musica tutt’altro che morta o adagiata sul proprio passato. A differenza di un rock che da qualche decennio ha iniziato a guardarsi indietro, ma con prospettiva nostalgica e revivalista, il folk si nutre di uno sguardo a ritroso verso le proprie radici, che viene però declinato secondo una visione dinamica, operando una ricerca, quasi scientifica, delle basi necessarie per la comprensione del presente che consente così la proiezione verso il futuro. Non si tratta quindi di nostalgia, ma di memoria.
Nell’era della Brexit poi può fare capolino la tentazione di associare la musica popolare a tendenze populiste/sovraniste. Nell’ambito di un movimento ampio e sfaccettato si troverà ovviamente anche una componente nostalgica che tende a identificare nella musica folk uno strumento di difesa della propria cultura e quindi un simbolo attorno al quale arroccarsi per conservarlo immutato. Si tratta di una visione sicuramente legittima, ma comunque limitata. La musica folk a mio parere non è mai la musica di UN solo popolo, ma DEI popoli perché possiede caratteristiche universali. Le canzoni popolari parlano infatti di felicità e tristezza, di amori sbocciati o infranti, di bevute colossali, di guerra e pace, di giustizia e ingiustizia, di miseria e della necessità di espedienti legali o illegali per campare, di lotta contro i potenti e persino di uomini donne e bambini costretti a imbarcarsi su navi magari clandestinamente verso la speranza di una nuova vita. Insomma, argomenti senza luogo e senza tempo. Dal punto di vista musicale poi se c’è una musica che non deve temere di perdere la propria identità nell’incontro con altre musiche è proprio quella folk, grazie alle proprie radici profondamente insediate nel territorio. Come dimostra d’altronde proprio il momento che ha rappresentato il punto di svolta nella musica popolare britannica: il folk revival negli anni ’60. Fu proprio in quegli anni infatti che una nuova generazione di musicisti diede una scossa ai vecchi schemi dei puristi, iniettando nella musica folk stilemi del rock, del jazz o della musica orientale, contagiando il movimento con le istanze della nascente cultura giovanile. Da allora la musica popolare è uscita dal recinto dei folk club e delle feste di paese e ha finito per gettarsi nella società, confrontandosi con il presente e con “l’altro” (inteso questo sia dal punto di vista geografico, che da quello musicale). Da quel momento ha ricominciato ad essere una materia pulsante, riuscendo allo stesso tempo a non rinunciare a un grammo della propria identità. Quello fu solo l’avvio di un fenomeno che possiamo definire Folk contemporaneo, che ancora oggi, anzi forse proprio oggi in maniera particolare, vive un momento di estrema vitalità.
Intendiamoci, le cose non sono così semplici e non vanno confuse operazioni superficiali e commerciali con più serie contaminazioni. Non basta infatti prendere un brano tradizionale, attaccare il jack della chitarra elettrica e pestare sulla batteria o inserire una base elettronica per rendere la musica folk attuale. La fusione tra antico e moderno necessita di studio, conoscenza della materia e soprattutto rispetto per il patrimonio musicale e culturale. Nel panorama odierno però troviamo un nugolo di musicisti che da diverse angolature vive il presente, osando – con il giusto equilibrio – tra innovazione e rispetto per il passato, cercando di portare la tradizione nel futuro. Vi vogliamo perciò parlare di alcuni di loro. Ovviamente la scelta sarà per forza di cose parziale e incompleta… Questo scritto va dunque inteso soprattutto come uno stimolo per chi voglia scoprire questo mondo.
Partiamo dall’isola verde smeraldo e da The Gloaming, il gruppo che in questo momento meglio rappresenta il folk irlandese e in particolare la sua dimensione contemporanea. Il gruppo ha raggiunto in patria un grandissimo consenso sia di pubblico che di critica e sembra rappresentare per la musica popolare attuale un po’ quello che i Planxty (e il gruppo di musicisti e gruppi come i Moving hearts che hanno ruotato attorno ad essi) hanno rappresentato per il folk revival. The Gloaming è un’operazione innanzitutto culturale perchè sembra voler dimostrare come la cultura popolare abbia una sua ragion d’essere anche al di fuori degli ambiti consueti. I cinque musicisti non vogliono stravolgere la tradizione, bensì rinnovarla e andare al cuore della musica popolare, della bellezza e della poetica senza tempo che essa custodisce, portandolo all’attenzione non solo degli appassionati di musica folk, ma anche di un pubblico più avvezzo alla musica colta come quello dei teatri. Insomma, il messaggio è chiaro: la musica tradizionale racchiude dentro di sé molto di più che i classici stereotipi da cartolina; è musica in apparenza “bassa”, ma che merita di essere diffusa anche nel mondo “alto”. L’esuberanza delle tipiche gighe viene quindi apparentemente “raffreddata” in un’esecuzione che riporta alla musica da camera, ma che nel contempo riesce ad esprimere pienamente le proprie origini senza tradirle, catturando l’ascoltatore e trasportandolo in un’atmosfera ancestrale e senza tempo. Dicevamo “apparentemente fredda”, perchè se sulla carta l’esecuzione può apparire troppo composta e studiata, in realtà a ben vedere si tratta di esecuzioni che riescono a trasmettere pienamente il calore umano tipico della musica irlandese. Lo testimonia ad esempio lo strepitoso disco dal vivo dello scorso anno, che trasuda energia da tutti i pori. Il vostro umile cronista ha assistito a uno dei concerti della tourneè e posso assicurarvi di aver visto tanti compiti spettatori battere con aria circospetta il piedino durante i trascinanti crescendo strumentali… Ai brani tradizionali vengono affiancate composizioni scritte di proprio pugno e che spesso mettono in musica scritti e poesie in gaelico di scrittori irlandesi, mostrando come il progetto The Gloaming sia ben di più di una rivisitazione un po’ snob e salottiera della musica irlandese, ma costituisca piuttosto un atto di amore per la propria terra e una vera e propria opera di divulgazione della propria cultura.
Il gruppo è formato dal violino di Martin Hayes, il concert master del gruppo affiancato dalle evocative sonorità dell’hardanger d’amore (sorta di violino a 10 corde) di Caoimhín Ó Raghallaigh. I due musicisti si occupano di tessere le melodie, sovrapponendosi o rincorrendosi a vicenda, supportati dal chitarrista Cahill che svolge un ruolo oscuro, ma importante, occupandosi sia dell’accompagnamento che della parte ritmica. C’è poi la voce sublime di Iarla Ó Lionáird, capace di unire la tecnica più pura del canto tradizionale Sean Nos con influenze mediorientali (Nusrat Fateh Ali Khan è un riferimento) E infine c’è l’arma segreta, l’idea che scompagina la tradizione: l’inserimento dell’elemento alieno costituito da Thomas Bartlett, musicista e produttore pop americano, ma soprattutto estraneo al circuito folk. La diversa cultura e sensibilità musicale di Bartlett si esprime attraverso l’utilizzo del pianoforte, strumento assente dalla tradizione irlandese, contribuendo in maniera decisiva a creare l’identità del suono The Gloaming.
Oltre al già citato “Live at NCH” del 2018 la band ha pubblicato tre lavori nei quali alternano brani di propria composizione a rivisitazione di canzoni e strumentali tradizionali. Consigliamo di cominciare con uno dei dischi in studio per entrare in contatto con il suono e la concezione di musica popolare che caratterizza il gruppo (la qualità dei vari lavori è sempre molto alta per cui riteniamo inutile segnalare un titolo piuttosto che un altro) per poi passare al disco dal vivo che aggiunge alla miscela l’appassionata intensità tipica delle esibizioni dell’ensemble.
Attraversiamo ora il mare per andare in Gran Bretagna e precisamente in Scozia dove troviamo i Lau. Questo terzetto formato nel 2006 da Kris Drever (voce e chitarra), Aidan O’rourke (violino) e Martin Green (Fisarmonica e elettronica) rappresenta per l’isola maggiore la punta di diamante della scena folk contemporanea come i The Gloaming lo sono per la verde vicina. Sia la musica che l’approccio alla materia dei tre scozzesi risultano però decisamente diversi dai “cugini” d’oltremare. La forza del trio è innanzitutto quella di essere (perdonatemi la profanità) “uno e trino”, costituito cioè da tre artisti di grande personalità e creatività, decisamente diversi l’uno dall’altro, ma capaci di sintetizzare le proprie individualità in una visione d’insieme unica e innovativa.
Kris Drever con la sua voce di una bellezza cristallina e la sua chitarra rappresenta l’anima più vicina alla tradizione cantautorale e alla canzone, mentre O’Rourke con il suo violino, strumento tradizionale per eccellenza, appare un po’ come il direttore d’orchestra e il ponte tra tradizione e suono cameristico e jazzato. Infine Martin Green è il jolly, quello che spariglia le carte in tavola, l’esploratore che passa dall’antico (fisarmonica) al moderno (l’elettronica) senza soluzione di continuità.
Spesso quando si utilizzano ingredienti così diversi si rischia di ottenere una ricetta fin troppo saporita; ebbene i musicisti riescono ad amalgamare con equilibrio e gusto i diversi elementi, fino ad ottenere una formula capace di andare oltre i rassicuranti confini musicali e culturali nei quali la musica folk (si) era spesso confinata.
I tre musicisti infatti non sembrano preoccuparsi di scrivere musica folk, ma al contrario si fanno forza della propria formazione culturale e musicale, folk fino al midollo, per suonare semplicemente la musica che vogliono e che al di là del risultato finale porta dentro di sé, come un marchio, il dna della tradizione.
Prendiamo ad esempio il brano “The bell that never rang“.
Si tratta di una lunga composizione che si avvale anche di un quartetto d’archi, composta su commissione e contenuta nell’omonimo album. Nella prima parte del brano sono gli archi a farla da padrone benché disturbati da un sottofondo di chitarra trattata. Un inizio spiazzante con sonorità vicine alla musica da camera e nei momenti più dissonanti a quella contemporanea. La sottile melodia però evoca sensazioni antiche e finisce per sciogliersi nella seconda parte in una lirica e malinconica ballata, impreziosita da fisarmonica e violino, ma soprattutto dalla voce struggente di Drever, che – rinforzata dall’ipnotica ed evocativa reiterazione del coro – ci conduce al finale dove ritorna protagonista il quartetto d’archi. Qualche tradizionalista ortodosso potrebbe storcere il naso, ma credo che il solo modo per non scorgere l’anima folk in questa musica sia quello di sentirla senza ascoltarla. Per sp(i)azzare il dubbio di voler essere degli innovatori a tutti i costi il terzetto fa seguire a questo monumentale brano, una ballata decisamente più classica. E “Ghosts” è un brano di una bellezza che mozza il fiato: Green e O’rourke si mettono al servizio di un Drever che supera se stesso e di una melodia memorabile, mettendo a segno una canzone capace di zittire qualunque detrattore.
Sempre in perpetuo movimento (come dicono loro stessi: “We’re learning all the time” – impariamo continuamente) i Lau hanno pubblicato quest’anno il quarto disco “Midnight And Closedown” con il quale si confermano una volta di più dei sottili e non convenzionali innovatori, questa volta spingendo il pedale su una musica più immediata e con una maggiore integrazione degli elementi elettronici. Provate ad ascoltare “Toy Tigers” per capire quanto sia profonda la compenetrazione tra anima popolare e “pop”olare. La felicissima collaborazione con uno dei migliori produttori rock in circolazione, John Parish, conferma inoltre l’apertura del trio verso il mondo. Approccio che ahimè non vale per molti loro concittadini che con la Brexit hanno scelto, usando le parole di O’rourke nella presentazione dell’album, “isolation. Fear. Giddiness. Cutting ties with allies, friends and partners” – isolamento. Paura. Vertigini. Tagliare i legami con alleati, amici e partner. Questi sono i temi portanti dell’album, inevitabilmente influenzato dalla vicenda che vede la Gran Bretagna alle prese con l’uscita dalla Comunità Europea (il che ci ricorda ancora una volta quanto il movimento folk sia tutt’altro che arroccato su posizioni conservatrici e populiste).
Infine parlando dei Lau è doveroso menzionare i lavori dei tre componenti da solisti. I lavori di Kris Drever come “Black Water” e “If Wishes were horses” sono ottimi lavori di cantautorato folk che evidenziano una scrittura matura e ottime capacità di interprete di brani tradizionali o di altri autori.
I dischi di Aidan O’rourke mostrano la ricerca del perfetto equilibrio tra dimensione cameristica e tradizionale; particolarmente riusciti e interessanti i due recenti dischi doppi “365” Vol. 1 e 2, dove l’autore aggiunge anche un tocco di jazz europeo, grazie al piano e all’organo di Kit Downes.
C’è poi l’esploratore Martin Green che prima affronta un viaggio sul tema della morte nella musica popolare con il cupo, ma profondissimo “Crow’s Bones” e poi ci regala uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni, “Flit”, sul quale occorre soffermarsi. Si tratta di un progetto artistico complesso che verte sul tema dell’emigrazione (ci risiamo….) e che comprende elementi cinematografici, di animazione in stop-motion, video-art e light show. Dal punto di vista musicale, l’opera si sviluppa come un lavoro complesso dove si intrecciano cantato e spoken word, elettronica e folk. Green si avvale di musicisti importanti come Adrian Utley e Dominic Aitchison e di voci folk e non folk come Becky Unthank e Adrian Moffat e songwriter come Karine Polwart e Anais Mitchell che trasformano in canzoni le sue “storie di emigrazioni” creando un’opera capace di lasciare un segno profondo in chiunque la ascolti.
Si parlava di cultura alta e bassa e a tal proposito non si può non fare almeno un breve accenno a “The Beguilers” di Fred Thomas. Musicista eclettico e inquieto che vagabonda tra uno stile e l’altro in un percorso di perenne ricerca e che in questo progetto mette in musica le composizioni di alcuni dei più importanti poeti britannici come Shakespeare, Blake e Emily Bronte. Ne escono fuori composizioni affascinanti ed eleganti, fondate su molteplici influenze che egli stesso indica in “English folk, Joao Gilberto, Minimalism, the Aka Pigmies, The Beatles, and the English Madrigal School”.
Ritorniamo ora in Scozia dove troviamo un artista cardine e animatore della scena folk degli anni 2000, Alasdair Roberts. Il buon Alasdair è l’uomo ubiquo del folk britannico, un entusiasta pronto a lanciarsi in ogni progetto interessante e a dare il proprio contributo a chiunque glielo chieda. Roberts è uno che fa squadra, sempre pronto a radunare attorno a sè amici e collaboratori. Insomma il tipo che non ci stupiremmo affatto di trovare a cantare, birra alla mano, persino nel più sperduto pub scozzese.
Musicalmente, Roberts è uno spirito libero, un cantautore capace di esplorare tutte le sfaccettature del folk tradizionale e di rivitalizzarle anche grazie all’attitudine alla collaborazione di cui si è detto e che lo ha portato a confrontarsi con artisti sempre diversi ed eterogenei, che vanno da Richard Youngs (a proposito di irregolari…) a ensemble di folk bretoni.
La sua discografia è ampia e varia, ma in questa sede vogliamo soffermarci su “What News” pubblicato nel 2018 insieme ad Amber Skuse e a David McGuinness; una vera e propria pietra miliare del folk contemporaneo che incarna perfettamente lo spirito che cerchiamo di descrivere in questo articolo.
Il disco, composto esclusivamente da un repertorio di brani tradizionali, stupisce per le modalità con cui i brani vengono interpretati. L’album si fonda su quattro pilastri: voce, fortepiano, elettronica e silenzio. La voce di Roberts rappresenta l’elemento più tradizionale. Il fortepiano, suonato da McGuinness, è uno strumento musicale che rappresenta l’antenato ottocentesco del pianoforte (è costruito interamente in legno) e che con le sue sonorità squillanti e la differente dinamica dona un suono inedito alla musica. A tale elemento di antichità viene affiancato, in un affascinante contrasto, l’elemento moderno rappresentato dalle manipolazioni elettroniche di Amber Skuse, che svolge un lavoro tanto discreto, quanto efficace nel donare alla musica un volto attuale. L’ultimo pilastro è rappresentato dal il rapporto con il silenzio. Il trio tranne che in un brano non si avvale di strumenti ritmici, ma al contrario lascia respirare la musica, dilatando lo spazio fra le note che in questo modo acquistano spessore, grazie anche al sottile lavoro della Skuse: brani come “The Fair Flower Of Northumberland”, “Young Johnstone” e “Clerk Colven” ne sono dei perfetti esempi.
Cantante istruito, artista visivo, promotore di iniziative, educatore, studioso e archivista di musica antica e, dulcis in fundo, istruttore di tecniche di sopravvivenza: questo dice la biografia di Sam Lee che per restare in tema potremmo definire l’uomo rinascimentale del folk contemporaneo. Si tratta infatti di un artista la cui musica è solo uno degli aspetti di un progetto culturale più ampio: quello di raccogliere (ha passato molto tempo a scovare e collezionare musica nelle comunità locali, in particolare tra quelle ROM e nomadi irlandesi ed è stato allievo dell’apprezzato musicista scozzese Stanley Robertson), preservare (è responsabile e curatore dell’archivio della English Folk Dance and Song Society), rinnovare (attraverso la sua musica) e condividere (è fondatore e curatore del Nest collective, un network dedicato alla divulgazione di “folk, world and traditional music“) la musica tradizionale.
Questa messe di informazioni è a mio parere essenziale nella comprensione della musica di Lee (così come le origini ebraiche del musicista…). E’ un processo che unisce l’approccio umanistico a quello scientifico: il repertorio tradizionale è un seme innestato in un terreno di coltura formato da conoscenza, competenza, metodo, esperienza umana, genealogia, condivisione e passione, dal quale prende vita una musica rinnovata, moderna e cosmopolita.
I dischi di Lee sono tutti imperdibili e differenti tra loro, a rimarcare l’instancabile spirito di studioso ed esploratore. L’esordio “Ground Of Its own” ha un suono essenziale basato su strumentazione tradizionale (violino, dulcimer), esotica (jew’s harp ovvero lo scacciapensieri, shruti box cioè una sorta di harmonium) e moderna (hang drum, piano elettrico, tromba) e sulla voce calda, ricca di vibrato e fedele alla tecnica tradizionale dello stesso Lee. Ma tutto tranne che di antico si può parlare in canzoni come “The Ballad of George Collins” dove la jew’s harp disegna una ritmica più vicina alla dance che al folk o nel minimalismo di “The Tan Yard Slide” costruito su shruti box, field recordings e sull’ipnotica interpretazione di Lee adagiata su un lieve tappeto di archi.
In “The Fade in Time”, Lee arricchisce e addensa il suono. Le influenze ebraiche e balcaniche emergono maggiormente e la musica britannica finisce per lievitare e sorpassare confini fisici e temporali e diventare semplicemente musica del mondo. Troppa enfasi? Forse, ma ascoltate la mesmerica “Jonny O’the brine” con le sue percussioni ostinate in una sorta di techno acustica e la sua tromba quasi free che poi monta e si sovrappone come quella di Mongezi Feza in Rock Bottom. Oppure “The bonny bunch of roses” con i suoi flauti aerei, i violini tzigani e gli inserti vocali orientaleggianti e poi ne riparliamo! Anzi vediamo se passando alla drammatica e orchestrale versione di “Blackbird” riuscirete a fermarvi…
Vi è infine il progetto più atipico, “Van Diemen’s Land” realizzato con l’ensemble di musica contemporanea Notes Inegales. Il loro leader, Peter Wiegold, tesse insieme influenze di jazz, elettronica, world e contemporanea in una trama minimalista; una base onirica, ipnotica, densa e soffice dove la voce aerea e intensa di Lee trova l’ambiente ideale per esprimersi. Ancora una volta la fusione tra antico e moderno risulta stupefacente come testimoniato ad esempio da “Ramblin’ Boys” e “Middle Of the Ocean”
Lo scozzese James Yorkston è certamente uno dei migliori rappresentanti del cantautorato folk odierno. I suoi lavori, caratterizzati dalla sua flebile ma vellutata voce, hanno ormai consolidato una poetica e un’identità autoriale ben precisa, caratterizzata da una scrittura delicata e mai sopra le righe, iniettata di una dolce malinconia. Manca probabilmente il capolavoro (anche se forse “Just Beyond The River” e “When The Haar Rolls In”…) ma i suoi lavori non sono mai meno che buoni e costituiscono per chi lo apprezza un rituale ormai familiare al quale difficilmente rinunciare.
Ma la sua attività non si esaurisce qua. Infatti nel 2016, parallelamente alla carriera solista, Yorkston unisce le proprie forze al contrabbassista di formazione jazz Jon Thorne e soprattutto al virtuoso del sarangi (strumento ad arco della tradizione indiana) e cantante Suhail Yusuf Khan per la pubblicazione di “Everything sacred” bissato poi l’anno successivo da “Neuk Wight Delhi All-Stars”. I dischi sono descritti dallo stesso Yorkston come “collection of traditional Indian and UK folk songs, beautiful originals and idiosyncratic covers – raccolta di canzoni popolari tradizionali indiane e britanniche, bellissimi originali e cover idiosincratiche”. E coerentemente con il modo umile di fare musica dello scozzese, Yorkston e compagni non si avventurano in azzardate fusioni di occidente e oriente, ma piuttosto propongono una fusione gentile delle proprie sensibilità e dei propri peculiari stili. Il risultato è una musica che fluisce in maniera naturale sia nei brani di origine britannica che in quelli maggiormente influenzati dalla componente indiana con l’esito finale che, procedendo con l’ascolto, si esaurisce ben presto la curiosità di identificare gli elementi provenienti dall’una o dall’altra cultura, lasciando prevalere piuttosto il piacere di abbandonarsi a una musica estatica.
Ed è facile farsi rapire dalla jam raga folk di “Knochentanz”, immergersi nella spiritualità di “Sufi Song” e “Everything sacred” o farsi ammaliare dalla dolcezza di “Song for Thirza”.
Sicuramente l’argomento della musica come linguaggio universale è abusato o utilizzato spesso a sproposito, ma in casi come questo rappresenta una semplice e inoppugnabile verità. Questo progetto ribadisce ancora una volta come le barriere culturali esistano solo per chi vuole dividere e che la musica e la cultura popolare siano dei linguaggi universali, se solo si è disposti ad ascoltarli veramente.
Non ci potrebbe essere maggior contrasto tra la gentilezza della musica di Yorkston e la ruvidezza di quella di Richard Dawson. Lo stile del nativo di Newcastle è selvaggio e primitivo, avanguardistico ed estremo. Il disco “The glass trunk” ne è un perfetto esempio: ai brani cantati a cappella da una voce spesso sgraziata o da un coro che all’epicità sposa la dissonanza, si alternano frammenti strumentali per arpa e chitarra elettrica fratturata e cacofonica, nei quali il folk viene trattato come il blues in “Trout Mask Replica”.
Il successivo “Nothing Important” mantiene una alternanza simile con due strumentali dal sapore sperimentale a incorniciare due lunghe e imponenti composizioni. Negli strumentali ammiriamo lo stile di chitarra (una semi acustica elettrificata dal suono deragliante) di Dawson dove possiamo trovare il meglio della chitarra d’avanguardia (Marc Ribot, Loren Connors, Derek Bailey, Zoot Horn Rollo, Bill Orcutt, Richard Youngs, etc) centrifugato però in un insieme personale ed eccentrico. La title track è una ballata dalle melodie spigolose e complesse interpretate dalla solita voce stralunata ed accompagnate da una chitarra slabbrata e dissonante. Nella composizione trovano spazio due originali fughe soliste di chitarra fingerpicking (non alla John Fahey ma … alla Richard Dawson….). “Vile stuff” è invece un brano più percussivo e ossessivo ma cionondimeno trascinante e travolgente.
La musica di Dawson è caratterizzata da un’attitudine che potremmo definire “da pub”. Le esecuzioni sia strumentali che vocali si presentano in una veste volutamente “alticcia” capace di creare l’interessante ambiguità di non riuscire a scorgere il confine tra intellettualismo e spontaneismo o tra dissonanza voluta e stonatura vera e propria. Un approccio che permette al musicista inglese da un lato di riappropriarsi dell’estemporaneità propria della musica popolare e dall’altro di coniugarla con un’inclinazione avanguardistica, compensando una certa serietà di fondo che a volte ritroviamo nella “contemporaneizzazione” del folk e che può apparire eccessiva e in fondo poco adeguata alla essenza stessa della musica tradizionale.
Cori un po’ alticci che ritroviamo ad esempio in “Ogre” brano dell’album del 2017 “Peasant”. Lavoro che si caratterizza per l’ottima scrittura e che conserva intatte tutte le caratteristiche della musica di Dawson presentandosi quindi non solo come il suo album più godibile, ma anche quello perfetto per avvicinare l’artista per la prima volta.
Ma quando ci sembrava di aver capito tutto di Richard Dawson, ecco che il nativo di Newcastle riesce ancora una volta a disorientarci con “2020”. si tratta infatti di un disco imprevedibile e decisamente più ostico del precedente, tutto giocato sui contrasti, primo fra i quali quello di essere allo stesso tempo il suo disco meglio prodotto e “melodico”, ma anche quello più folle e multiforme. La sua chitarra non è mai stata così docile, ma pure così dura e noise e spesso all’interno dello stesso brano. Folk e avanguardia non sono più sufficienti a descrivere la musica di Dawson che sembra compiere il passo decisivo verso una musica libera da ogni schema e legaccio e che trova la sua essenza nell’imponderabilità e nella ricerca della perfezione dell’imperfezione.
Al termine del disco ci sorge il dubbio che forse Dawson abbia capito veramente tutto del folk e che in fondo non sia altro che la versione moderna e obliqua dei cantastorie: l’uomo (im)perfetto per raccontare la società schizoide e piena di contraddizioni nella quale viviamo.
Infine, facciamo un passo indietro al momento dell’introduzione in cui abbiamo parlato di memoria come pilastro fondamentale della musica popolare. Nel mondo odierno che si sta lentamente virtualizzando e nel quale la memoria si misura in giga, sembra sempre più difficile ricordarne il valore. Eppure essa è sempre stato il motore di tanta arte, da quella “alta” a quella “bassa” e la musica popolare rappresenta la musica “bassa” per eccellenza. Si potrebbe in un certo senso dire che la musica popolare sta alla musica colta come la memoria sta alla storia. Come la storia si occupa di tramandare ai posteri le vicende dell’umanità, operando a un livello superiore che più che dei singoli si cura dei popoli, allo stesso modo la musica colta ricerca i registri alti dell sublime, della bellezza e del dolore, in un opera di sintesi capace di esprimere l’essenza stessa dell’umanità al fine di poterla proiettare nell’eternità. La musica popolare di contro si occupa dei protagonisti della vita di tutti i giorni e delle gioie e dei dolori che si tramandano di generazione in generazione (appunto la memoria). Per questo la memoria risulta accessorio fondamentale, proprio perchè complementare rispetto alla visione più ampia e, in un certo senso doverosamente “distante”, della storia. Per comprendere davvero il passato occorre “ricordare” dunque, ovvero inserire il fattore umano. E’ questo è il lavoro di cui da millenni si occupa la musica popolare.
E se per dei musicisti di formazione folk la memoria è parte fondante del proprio modo di vivere e concepire la musica, ciò non può dirsi per i musicisti di estrazione rock, il cui sguardo è solitamente rivolto verso il presente e che in forza di tale approccio poche volte sono riusciti ad affrontare il folk con la profondità di sguardo necessaria, finendo piuttosto per utilizzarne semplicemente alcuni stilemi stilistici al solo fine di ibridarli con la propria formula. Certo vi sono significative eccezione e in questo senso ci sembra interessante segnalare due esempi di artisti provenienti dal versante pop rock che hanno saputo superare questo steccato culturale e, seppure in maniera diversa o addirittura speculare, hanno lavorato proprio sulla memoria per proporre la loro rilettura della tradizione.
Il primo esempio è quello di “Chronicles of the Great Irish Famine” di Declan O’Rourke, cantautore di successo in patria che con questo disco ha realizzato il sogno artistico di una vita. Frutto di 16 anni di lavoro di ricerca e scrittura, il disco è interamente incentrato sulla grande carestia irlandese del 19° secolo. I testi parlano di povertà e dolore, solidarietà e speranza nel nuovo mondo. O’Rourke riesce, utilizzando la grammatica e gli strumenti tipici del folk irlandese, a scrivere 13 canzoni originali di grande valore che uniscono la grande tradizione della scrittura popolare all’approccio cantautorale dei nostri giorni.
Sin dall’introduzione di “Clogman’s Glen”, che descrive con delicatezza la nostalgia per i luoghi natii, si ha la percezione di trovarsi di fronte a un racconto di forti emozioni, raccontate con grande empatia. Per fare ciò O’Rourke non ha timore di utilizzare alcuni cliché della musica irlandese, abbondando ad esempio con le melodie eseguite da tutti i tipici strumenti, pennywhistle, uilleann pipes (la cornamusa irlandese), fiddle e arpa celtica. Il ricorso poi a corposi arrangiamenti orchestrali lo fa giocare pericolosamente sul filo del rasoio della retorica. Ma, ed è qui la grandezza del disco, a emergere è la passione e l’amore dell’autore per la materia trattata. Una passione che lo ha spinto a lavorare in maniera certosina sulla scrittura e sulla scelta degli arrangiamenti, giungendo con questi ultimi a un lavoro di cesello tale da riuscire a sfiorare il confine dell’enfasi senza mai superarlo esaltando così la componente emotiva senza però scadere mai nel mieloso o nel patetico. La sincera partecipazione dell’autore traspare poi anche dall’interpretazione vocale: toccante, delicata o possente a seconda della necessità. Le canzoni da citare sarebbero tante, ma il consiglio è quello di ascoltare il disco nella sua interezza, possibilmente avendo i testi a portata di mano per coglierne a pieno il significato.
Dal punto di vista musicale O’Rourke ci dimostra che, partendo dalla memoria e filtrandola attraverso il vissuto e la consapevolezza di chi guarda al passato conoscendone l’evoluzione, è possibile ancora oggi creare musica che sia fresca e significativa e non una mera riproduzione degli stilemi del passato. Dal punto di vista umano invece ci ricorda che non dimenticare i luoghi da cui veniamo, soprattutto quando questi sono la miseria e il dolore, rappresenta la chiave per non rimanere insensibili nei confronti di coloro che oggi abitano quegli stessi luoghi oggi. Insomma, per restare umani.
C’è poi lo strano caso di The Memory Band, dietro al cui moniker troviamo Stephen Cracknell, musicista inglese proveniente dal pop. Cracknell descrive il progetto come “an imaginary band, built inside a computer laying music drawn from the collective databank and made flesh by the contributions of numerous musicians. Live an acoustic band of ever changing numbers and on record a new approach to traditional music” – una band immaginaria, costruita all’interno di un computer che elabora musica tratta dalla banca dati collettiva e la concretizza grazie ai contributi di numerosi musicisti. Dal vivo una band acustica dai numeri in continua evoluzione e su disco un nuovo approccio alla musica tradizionale.
Più che una descrizione sembra una vera e propria dichiarazione di intenti, necessaria per introdurre un progetto, il cui focus è l’incontro tra passato e presente, tradizione e tecnologia, tra memoria umana e digitale. La cultura popolare è sempre stata il “contenitore” della memoria collettiva e non può non misurarsi nell’era dell’informatica con lo strumento che oggi svolge la medesima funzione di collettore della memoria: ovvero il computer.
Insomma l’ambizioso e originale progetto di Cracknell sembra quello di riconciliare questi due elementi, rielaborando la memoria con la cultura e gli strumenti tecnologici di oggi. The Memory Band parte dalla memoria ormai digitalizzata e virtualmente collettiva (“il collective databank”) per fare musica che è tradizionale nel suo nucleo fondante, ma che è realizzata con strumenti e influenze odierne: elettronica, campionamenti, field recordings, spoken word e spirito hauntologico (non a caso la band collaborerà anche con Belbury Poly).
Già nei primi dischi è possibile trovare gli originali esperimenti di “Madlove and The bee”, costruita attorno a un battito e a dei suoni campionati, dell’evocativa “Fanny adams”, di “Blackberry way” dove troviamo una chitarra che profuma di africa o della corale e contagiosa “Ghosts”. In questi brani, l’integrazione tra moderno e antico appare del tutto naturale. Non mancano comunque brani più tradizionali come “Blackwaterside” il cui scricchiolio di vinile richiama il trattamento che un esperto di memoria come Caretaker riserva ai dischi di old time music o come la certamente meno modernista, ma assolutamente strepitosa “I Wish, I wish” che profuma dei migliori Fairport Convention.
il progetto però viene portato a compimento con “On The Chalk (Our navigation of the line of the downs)” che Fred Thomas, nell’album impegnato al piano, descrive giustamente come “un ritorno nel computer” ovvero all’origine virtuale del progetto. Il disco fa un maggior utilizzo di campionamenti, field recordings ed elimina del tutto la voce umana per far spazio a spezzoni di spoken word preesistenti. Il risultato, oltre che costituire un piccolo capolavoro, rappresenta la prova che una musica tradizionale moderna è veramente possibile. Senza sprecare troppe parole, assaporate il disco per intero o, se proprio volete delle dritte, provate la spettrale “The wearing of the horns”, la cinematica “When I was On Horseback”, la dolce nenia di “What Blood Is This”, il trip-hop-post-folk di “Facing The Granite Country”.
Eccoci dunque alla fine di questo lungo (seppure breve per quanto meriterebbe l’argomento) viaggio. Abbiamo potuto parlare solo di alcuni artisti, ma che crediamo rappresentino dei buoni punti di riferimento per chi avesse voglia di intraprendere il viaggio alla scoperta del folk contemporaneo.
I più smaliziati avranno forse notato un’assenza pesante nell’articolo e mi riferisco alla donna o meglio alla voce femminile. Quest’assenza non è dovuta alla misoginia dell’autore, ma anzi, alla necessità di parlarne in maniera approfondita e per questa ragione torneremo sull’argomento folk, parlando esclusivamente della sua anima femminile. Quindi, se vi farà piacere, arrivederci…
APPENDICE
Abbiamo riunito alcuni dei brani degli artisti di cui abbiamo parlato più qualche ulteriore chicca. Cliccate su questo link e buon ascolto!




