I frequentatori dei negozi di dischi conoscono bene quali sono le tipiche discussioni che possono sorgere tra le mura di questi templi ormai in disuso. Una delle più classiche è: chi è artisticamente il vero erede di chi?

Solitamente, quando la questione investe il povero Syd Barrett, genio sregolato che ci ha lasciato orfani troppo presto, si è soliti spendere i nomi di Robyn Hitchcock, Kevin Ayers o di Julian Cope; qualcuno più sgamato magari tira in ballo un Dan Treacy o un Paul Roland, i più cerebrali finiscono per citare la tetralogia pop di Brian Eno. In questi casi, ribatto sempre che la migliore eredità di Barrett va ricercata tra i solchi dei dischi dei Jennifer Gentle. Una esagerazione, direte voi… è probabile e forse si tratta di un’affermazione anche poco corretta, visto che le influenze che hanno concorso a formare la poetica della band padovana non si esauriscono certo nella figura del “lunatico sul prato”.

La verità è che ho sempre avuto un debole per questa band dietro cui, nel corso degli anni, ha finito per nascondersi il solo Marco Fasolo: genietto nostrano che, dopo aver pubblicato quattro splendidi dischi di canzoni stralunate, oltre ad alcuni album strumentali più o meno avant, più o meno weird, ma tutti rigorosamente psichedelici, era rimasto, fino a un mese fa, silente per ben dodici anni. Un silenzio reso gravido di attese non solo per la bellezza dei dischi fino a quel momento editi, ma anche in forza dei dispacci che nel frattempo giungevano dal pianeta Fasolo e che lo mostravano in ottima forma (il progetto Universal Daughters, alcune eccellenti produzioni per Verdena, Samuel Katarro, Mamuthones, Father Murphy, oltre a quella recentissima per gli I Hate My Village). Alla fine il tanto sospirato quinto disco di canzoni dei Jennifer Gentle è arrivato. Porta lo stesso nome della band, è edito dalla Tempesta Records e si trova in tutti i negozi per la gioia di noi fasoliani incalliti.

Ma prima facciamo un po’ di storia.

La band si forma a Padova, a cavallo tra i due secoli e per volere del giovanissimo cantante e chitarrista Marco Fasolo, cui si accompagnano Alessio Gastaldello alla batteria, Isacco Maretto alla chitarra e Nicola Crivellari al basso. Questa formazione pubblica i primi due dischi della band, “I am you are” del 2001 e “Funny Creatures Lane” del 2002. Il primo lavoro mostra un suono stoned e psichedelico già molto interessante e originale, ma che – alla luce di quello che verrà dopo – appare ancora acerbo dal punto di vista della personalità: certe slabbrature freak, le concessioni al noise chitarristico e alcune reiterazioni weird folk spariranno presto dal suono della band. Anche l’approccio vocale di Marco Fasolo non ha ancora trovato quella dimensione da fanciullo in acido che caratterizzerà la produzione della band già a partire dal secondo lavoro, “Funny creatures lane”, diviso tra straordinarie caramelle lisergiche (My Memories’ book, Locoweed, Wondermarsh, Madhouse, Floating Fraulein: eccola qui la migliore eredità del vecchio Syd) e brani free-form dove la psichedelia più acida e inquietante incontra la musica concreta, mentre si fa strada un gusto barocco e vittoriano tenuto a bada da una follia che sembra avere metodo (The stammering Ghost). E se in brani come “Ultraviolet lady opera” e “Oui, c’est moi” sembra davvero che “The lunatics have taking over the asylum”, è comunque innegabile che il suono sia divenuto più focalizzato e meno strambo-per-il-gusto-di essere-strambo, così come le melodie, sepolte sotto la coltre lisergica, si rivelano memorabili e solidissime.

Jennifer Gentle - Madhouse

Sempre nel 2002 la band pubblica “The wrong cage” in collaborazione con Makoto Kawabata, leader dei leggendari corrieri cosmici giapponesi Acid Mothers Temple. La collaborazione accende qualche riflettore in più sulla musica della band, con la conseguenza che da lì a poco la stessa finisce sotto contratto con la Sub Pop, leggendaria etichetta di Seattle responsabile dell’ascesa del grunge e di band come Nirvana, Mudhoney e Screaming Trees. Con la Sub Pop il gruppo pubblica i suoi due capolavori. “Valende” del 2005 e “The Midnight room” del 2007. Il primo vede la formazione ridotta ai soli Fasolo e Gastaldello, mentre nel secondo è il solo Fasolo a occuparsi non solo della produzione e della composizione, ma anche di tutta la ricchissima tavolozza musicale (Gastaldello ha infatti lasciato per andare a formare gli ottimi Mamuthones). I due dischi hanno un suono molto simile fra loro, ma allo stesso tempo diverso da qualunque cosa stia suonando in quel momento nello stereo degli appassionati di psichedelia: melodie barrettiane poggiate su un peculiarissimo reticolo di arpeggi e intarsi chitarristici, immerse in un’atmosfera incantata che si nutre per lo più di suggestioni cinematografiche, che vanno da Werner Herzog a Nino Rota, da Tim Burton fino ai film della Hammer degli anni cinquanta. Lo spiritello pop che cominciava a scorgersi tra i solchi di “Funny creatures lane” si mostra in tutta la sua stralunata bellezza in brani come “I do dream you”, “Telephone ringing ” e “Take my hand”, mentre il lato più avventuroso e sperimentale è incarnato dalla suite psichedelica “The Garden (Part one)-Hessesopoa-The Garden (part Two)”, che mette in fila acusticherie raga, free-form canterburyano e vocalizzi argentiani; della stessa famiglia si ricorda “Granny’s house”, che sembra provenire da una soundtrack firmata dal Morricone più caro ai tipi della Ipecac. Episodi come il bozzetto acustico e profumato d’oriente di “Circles of Sorrow” o la ballata ecclesiastica di “Twin ghosts” provvedono ad arricchire il lato più esoterico e fascinoso di una band che a tratti appare spettrale e diafana, come provenisse da un racconto di Stevenson o di Henry James.

Jennifer Gentle ― Circle Of Sorrow

Un’esibizione di talento e creatività strabordante tale da rendere i Jennifer Gentle una delle migliori formazioni psichedeliche del nuovo millennio, capace di vincere la sfida più difficile: percorrere con personalità terreni già battuti, rifuggendo allo stesso tempo da facili etichettature. Le armi segrete? Un immaginario che più che nutrirsi di musica, pare imbevuto di suggestioni letterarie e cinematografiche e una peculiare forma di devozione verso la materia psichedelica che fugge i luoghi comuni del genere e viene declinata nella sua maniera migliore, ovvero quella che ti porta a emulare più lo spirito che la forma.

Un talento, quello di Marco Fasolo, che come dicevano si è ritirato per dodici anni anni (perfezionismo, vita privata, difficoltà di fare musica in Italia) e che adesso rompe il silenzio con “Jennifer Gentle”. Disco invero difficile da giudicare: se da un lato si tratta di un lavoro che coniuga raffinata ricercatezza e godibilità d’ascolto, dall’altro risulta a tratti ondivago e dispersivo. La vertigine avventurosa e l’inquietante giocosità del passato hanno lasciato il posto a una giudiziosa carrellata di tutte le passioni che l’autore ha accarezzato in questi lunghi anni di silenzio. E così ecco che vengono allineati uno dietro l’altro – come impeccabili manufatti, fuori dal tempo – rotonde ballate pianistiche, coretti alla Beach Boys, funky soul imbevuti di spiritelli sixties, bozzetti calypso, armonizzazioni da italo-thriller, fino a inedite escursioni nelle musiche per synth più evocative e minacciose. Ma tale rassegna sembra aver smarrito proprio lo spirito psichedelico del gruppo, in favore di una alta sartoria in cui al musicista visionario sembra essersi sostituito il produttore accorto, capace sì di confezionare l’abito più adeguato per ciascuno dei singoli brani, ma meno interessante dal punto di vista sonoro. Attenzione, però, che tra i solchi del disco c’è assolutamente di che godere: una “Just because” sospesa tra i Beatles di Abbey Road e le armonizzazioni vocali dei Queen degli anni settanta, il singolo bomba “Guilty”, che è come se i Rolling Stones di Brian Jones avessero preso alla voce un giovane Michael Jackson, il Brian Wilson alle prese con gli Slade come backing band di “Do you hear me know?”, cui fanno seguito il fantastico rockabilly martellante di “You know why”, lo splendido assolo di steel guitar che impreziosisce la harrisoniana “What in the world”, una “Temptation” che sa di Coil e una “My Inner Self” che inquieta come fossero gli Swans, fino ad arrivare al finale mancato di “Where are you”.

Jennifer Gentle - Guilty

Probabilmente una scaletta più concisa, capace di rinunciare a qualche ballata o di eliminare alcuni ininfluenti bozzetti strumentali, avrebbe giovato alla compattezza di un lavoro che comunque, rispetto al passato, appare meno fascinoso e sottilmente inquietante. La sensazione di avere a che fare con una musica proveniente da una dimensione misteriosa ed altra sembra scomparsa e ciò forse va anche ricondotto alla scelta di Fasolo di misurarsi non più con gli anni sessanta/settanta più laterali e nascosti, che si intravedevano in filigrana nei lavori precedenti (Red Crayola, Joe MeekOs Mutantes, il Barrett solista, Incredible String Band), ma con il catalogo maggiore della golden age del rock. Ad ogni modo, va detto che si tratta di un ritorno di grande classe, che certifica il buono stato di salute artistica del suo autore e che può attirarsi solo le critiche degli appassionati del lato più lunare della band.

Un’altra bella notizia poi è che il ritorno nei negozi dei Jennifer Gentle ha portato con sé anche il rientro sui palchi del musicista padovano. L’occasione di vedere Fasolo dal vivo per la data zero del tour era molto ghiotta e così ho deciso di fare qualche chilometro in più e andare a toccare con mano il ritorno in scena del progetto Jennifer Gentle, che dal vivo torna ad acquisire la dimensione di band. Mentre percorrevo la strada verso la “Latteria Molloy” di Brescia, dove il tour ha esordito giovedì 24 ottobre, le domande da porsi non potevano dunque che riguardare che tipo di band avrebbe messo su Fasolo, che tipo di suono e di show avrebbe portato in giro e soprattutto come sarebbe stato reso dal vivo il sontuoso lavoro di studio operato, quasi in solitaria, dal leader.

Ma andiamo con ordine.

Ad accompagnare Fasolo, troviamo innanzitutto Diego Dal Bon alla batteria e Carlo Maria Toller al piano, ovvero i due musicisti che lo hanno affiancato anche nelle registrazioni del disco. A completare la formazione provvedono Kevin Magliolo alle chitarre e alle tastiere e Alessio Lonati al basso. Si tratta di una band che, al netto di un fisiologico rodaggio che appare al momento ancora necessario, mostra tutti i numeri per potersi fregiare orgogliosamente della ragione sociale presente in cartellone: gli incastri ritmici sono perfetti e le armonizzazioni vocali presenti sul disco sono splendidamente rese (si tratta di uno dei punti su cui Fasolo ha lavorato maggiormente in studio e dunque non stupisce che anche dal vivo abbia cercato di renderle al meglio). La scaletta ha pescato lungo tutti i 17 episodi del nuovo disco, di cui ne vengono recuperati ben 14 (restano fuori lo strumentale iniziale, quello finale e “Spectrum”), mentre per la gioia dei seguaci di lungo corso si ripesca “No mind in my mind” da “I am you are”, “My memories book” e “Mad house” da “Funny Creatures lane”, “I do dream you” e “Tiny holes” da “Valende” e “Take my hand” da “The Midnight room”.

La serata è stata condotta in maniera diligente, ma anche cauta dall’estro di un Marco Fasolo che, in camicia vintage seppiata e vagamente psichedelica, è parso da principio piuttosto teso e quasi legnoso nei movimenti. Se il suo tocco sullo strumento appare davvero invidiabile (l’assolo su “What in the world” ne è splendido esempio), dal punto di vista vocale bisogna forse che il cantante comprenda meglio cosa può chiedere alla propria voce e cosa no, visti anche i difficili passaggi presenti nelle canzoni.

La band lo segue attenta e, se qualche pausa di troppo tra un brano e l’altro verrà certamente eliminata nel corso del tour, occorre magari congegnare meglio la scaletta, per consentire ai musicisti di allentare maggiormente la sbriglia e guadagnare in fantasia, come avviene nella fantastica resa live di “Swine herd”, che supera per intensità e trasporto la registrazione presente sul disco.

L’unico bis concesso risulta poi essere l’incalzante “You know why”, che fa scatenare davvero tutto il locale e strappa persino un sorriso sul viso di Marco che sembra adesso finalmente rilassato e grato del calore del pubblico.

Dice che è stata una bella serata.

Come dargli torto.

SCALETTA

(last aurora)

My Inner self

Just because

Beautiful daughter

No mind in my mind

Tiny Holes

Take my hand

Little

More than ever

Love you Joe

Guilty

My memories book

Do you hear me now

(argento)

Mad house

I do dream you

Temptation

What in the world

Only in heaven

Where are you

Swine herd

BIS

You know why

Jennifer Gentle - Mother - Studio XXXV Live / 10