Come molti, ho incrociato Giovanni Succi all’altezza dei Bachi da Pietra. E, come molti di voi, mi sono innamorato del loro blues catacombale e scarnificato fino all’osso. In quella band, Giovanni Succi era quello che suonava la chitarra e biascicava parole che per emergere lottavano contro il silenzio e le rullate secche di Bruno Dorella. Se non li avete mai ascoltati, vi consiglio di fare un giro: magari non vi piaceranno, ma vi assicuro che non avete sentito mai nessuno suonare così.
Ma, se i Bachi di Pietra mi avevano subito conquistato, è stato “Con Ghiaccio” – album solista del 2017 – a rendere Giovanni Succi uno dei miei eroi.
Si tratta di uno status che ci si guadagna in battaglia e che generalmente viene (da me) conferito per meriti di palco… E infatti galeotta fu una serata del tour che promuoveva il disco, spesa in un circolo Arci sperduto nella provincia brianzola più grigia e nebbiosa. La nebbia, in particolare, ce la metteva la stagione che, a Dicembre inoltrato, ghiacciava il fiato e suggeriva di restare a casa. Succi invece è giunto armato solo di una Telecaster, di un basso acustico e di un amaro (il liquore, intendo) e spartanamente ha suonato l’intero disco, ora utilizzando la chitarra, ora il basso, altre volte semplicemente servendosi della propria voce. Inutile dire che le canzoni, già splendide su disco, in quella veste, solitaria ed elettrica, acquisivano l’ulteriore irripetibile intensità del qui ed ora. Dopo il concerto e diversi bicchieri di “Amaro Succi” offerti ai pochi (ma buoni, anzi – direi – ottimi) spettatori, Giovanni Succi si è messo dietro il bancone a vendere i suoi cd (io ho preso uno dei Madrigali Magri e uno dei Bachi che, chissà perché, mi mancava… vallo a sapere). Poi ha caricato in macchina pedalini e strumenti ed è scomparso nella nebbia brianzola, diretto forse verso Alessandria, forse verso il prossimo concerto. Ora ditemi voi se tutto questo non conferisce di diritto lo status di eroe… francamente, chi non ne capisce i motivi, può anche smettere di leggere.
Ma farebbe male! Perché si perderebbe la mia opinione sul nuovo disco di Giovanni, intitolato “Carne cruda a colazione”, che non sarà magari l’opinione del “Povero Zio” immortalato nel brano che apre l’album, ma che comunque cercherà di non essere da meno in termini di saccenza e arbitrarietà. Dunque “Povero Zio” parte con scansioni hip-hop e un Succi che, più che darsi al rap, si produce in un talking dalla metrica tagliente per flow ed ironia. Quando poi partono i sintetizzatori kraftwerkiani di “Algoritmo” – primo singolo che ironizza sul modo di consumare musica delle nuove (ma anche delle vecchie, eh…) generazioni – ho sentito già una volta quasi tutto il disco e ne sono già molto appassionato … ma non solo: trovo conferma al sospetto che avevo già al tempo di “Con ghiaccio” ovvero che Giovanni potrebbe benissimo fare il culo agli Sleaford Mods (dico proprio nel senso di prendersi a botte: anzi mi candido a fare quello che sorseggia birra, guardando storto Andrew Fearn, mentre Succi si accapiglia con Jason Williamson, che sarà pure una teppa inglese, ma dovrà fare i conti con il collo taurino di Giovanni…); “Grazie per l’attesa”, oltre a ironizzare sulla nostra dipendenza dal telefonino, mi fa venire voglia di ascoltare i Suicide e le mie sinapsi quasi mai si sbagliano; “I melliflui” mi piace perché anche io sono un “maschio alfa” e un “guerriero”; “Cabrio” ha la stessa poesia di una lenta e rilassata corsa in auto sotto a un cielo stellato; “Arti” è sghemba e dinoccolata; “La risposta” ti dice chiaro e tondo che la risposta a tutte le tue domande e ai tuoi fallimenti sei te stesso e che dunque il vero punto è capire chi si è; “Grigia” fa il paio con “Cabrio” e se la gioca per il titolo di miglior ballata del disco; “Meglio di niente” è il finale del disco scosso da accordi di pianoforte, marziali e drammatici, e da un’intensità emotiva che al termine del brano chiama a gran voce “Sipario!”. Infine, ci sarebbe anche “Balene per me” brano che, già pubblicato nell’estate del 2018, costituisce una gustosa, ma forse evitabile appendice.
Musicalmente il disco prosegue sulla falsariga di “Con ghiaccio”, ma esibisce un coraggio maggiore nell’imboccare questa nuova via sintetico-cantautoriale che – immagino – in pochi avrebbero associato al Nostro al tempo dei Bachi. Chi si sarebbe mai aspettato all’epoca questo sarcasmo caustico? Questa autoironia virile nell’affrontare il destino? Questa liquorosa saggezza che rimanda a certe pagine di Bukowski (e mica ai rutti col Brioschi)?
Una svolta, quella imboccata dall’autore, necessaria per uscire dal vicolo cieco in cui lo avevano cacciato quei dischi eccellenti e la formula minimale dei Bachi da Pietra, ma che non va a toccare il nocciolo più intimo della musica di Giovanni: quello che ha a che fare con le parole. Che magari adesso non vengono più biascicate come un tempo, ma che – come un tempo – vengono scelte con cura ed assaporate prima di essere lasciate andare con un rammarico e un senso di perdita che solo i poeti nutrono per le proprie creature. Anche questo nuovo Succi, dunque, si occupa di scarnificare parole per poi conficcarle nel legno del proprio artigianato piemontese. Solo che adesso il prodotto finito viene ricoperto dalla plastica liquida che avvolge la moderna vita digitale.
Credo di aver letto ne “Il giovane Holden” la frase secondo cui i nostri autori preferiti sono quelli che ci fanno venire voglia di prendere assieme a loro una birra… Magari la prossima volta in cui vado a vedere Giovanni Succi dal vivo, gli propongo di bere qualcosa a fine concerto.
Offro io, sperando non ci siano in giro gli Sleaford Mods.






