L’1 maggio 2017 è morto Gustav Valentine Berglund III (chi???) meglio conosciuto come Col. Bruce Hampton ret. (ah ecco…Chi????), un personaggio talmente eccentrico e surreale che proprio oggi – che sono passati 881 giorni 10 ore e 23 minuti dalla sua morte – vogliamo ricordare il Non Anniversario della sua dipartita con un articolo.

E con una figura del genere, l’inizio non poteva essere che rappresentato dalla fine ovvero dal momento della sua uscita di scena, dalla vita e dal palco, che avveniva secondo una una beffarda sceneggiatura che neanche il suo balzano protagonista avrebbe potuto scrivere, ma che chissà… forse gli sarebbe piaciuta.

Il 30 aprile 2017 il Colonello nostro compie 70 e l’1 maggio gli amici di sempre si riuniscono per festeggiarlo nel modo migliore che conoscono, cioè suonare, suonare e ancora suonare tutti insieme su un palco. Il concerto va alla grande e nel mezzo dell’esaltazione, durante il bis, Hampton si accascia improvvisamente a terra. Gli altri musicisti pensano si tratti dell’ennesima burla dell’amico: “Guardatelo, 70 anni e non ha ancora perso la voglia di scherzare” così con un sorriso divertito vanno avanti con la loro classica jam chilometrica. Quando finalmente si capisce che non si trattava di una gag, il Colonello è ormai veramente in pensione, questa volta per sempre, forse alle Isole Fiji uno dei luoghi che aveva ispirato uno degli strambi nomi delle sue svariate band.

Ma facciamo un passo anzi diversi passi indietro e vediamo di capire chi fosse questo Colonello.

Bruce Hampton è il classico Local Hero: un personaggio underground e leggendario a casa sua (la Georgia) e quasi sconosciuto al resto del mondo. Qualcuno lo ha definito il Captain Beefheart del southern-rock, ma per quanto suggestiva questa definizione inquadra solamente una piccola parte dell’universo del Colonnello. Se l’area e la scena in cui ha operato infatti è quella  del southern rock, questo rappresenta solo uno dei tanti generi che Hampton ha toccato nella sua concezione di artista libero da vincoli pratici e di immaginazione. Quanto al collega d’armi, il capitano cuordibue, le attinenze musicali sono certamente labili (e i risultati musicali ovviamente non paragonabili) ma il paragone rende bene per descrivere una medesima attitudine da cappellaio matto e da re dei lunatici, da personaggio indomito e indomabile.

La sua carriera è stata lunga e vissuta prevalentemente nell’underground, ma per rendere omaggio a questa figura non c’è momento migliore da raccontare che quello della Hampton Grease Band.

Andiamo quindi alla fine degli anni 60 ad Atlanta dove un gruppo di ragazzi decide di formare un gruppo. Il loro cantante è un tale Bruce Hampton che di mestiere fa il wrestler e più che per le sue qualità canore viene scelto per il suo spiccato sense of humour.

La leggenda narra che un giorno per strada i ragazzi incrocino Frank Zappa e che Harold Kelling, il chitarrista della band, rivolga al genio di Baltimora una sola parola: “grease”. Zappa per ragioni misteriose (solo a noi comuni mortali ovviamente) risponde portandoli con sè a registrare spezzoni delle parti parlate che finiranno dentro Lumpy Gravy. Credeteci o no ma il nome della band nasce dunque proprio dall’unione casuale del cognome del cantante (non leader) con la parola magica Grease:  ecco quindi la Hampton Grease Band.

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Non è facile far capire quale musica suonassero. Vedendo le durate chilometriche dei brani e il substrato sudista della band verrebbe facile pensare a classiche jam chilometriche alla Allman Brothers, ma sarebbe fuorviante. Con i fratelloni Allman la HGB condivide la iconica doppia chitarra e gli inseguimenti solistici, ma mentre Duane e Dickey Betts si muovevano pur con libertà di spazio nel filone rock-blues, Kelling e Phillips sembrano avere come unica guida l’assenza di regole. Anche le acide sponde del pacifico e dei Dead e il relativo  sogno di pace, psichedelia e amore non potrebbe essere più lontano. I loro viaggi non conducono verso estasi o paradisi immaginari ma sono itinerari contorti e spezzati, spiazzanti e frastornanti. E poi c’è Hampton che sbraita come un incrocio tra un Captain Beefheart stridulo invece che rauco e un David Thomas in preda a una crisi isterica. Insomma loro sono weird non sono freak. 

Ecco Weird è proprio questa la parola da cui partire per capire la loro musica e l’attitudine che la muoveva. La loro musica è articolata ma priva di appesantimenti intellettuali, complicata ma sgangherata, perfettamente eseguita ma senza professionalismi. Tutto viene condito da uno humour farsesco e da una vena non sense e provocatoria che potrebbe essere spacciata per avantgarde se non fosse che si trattava di puro goliardico divertimento.

I ragazzi infatti prendevano sul serio il cazzeggio, mettendo in scena un assurdismo vitalistico privo però sia della intellettualità programmatica di Zappa che delle radici letterarie della Patafisica dei primi Soft Machine.

Non pongono freni all’utilizzo della fantasia e del proprio istinto come quando utilizzano come testo il paragrafo dell’enciclopedia dedicata alla città di Halifax o colgono semplicemente il momento (O Colonnello, mio colonnello!) come quando all’inizio di “Hendon” Hampton al motto di Spray Paint! improvvisa il testo del brano leggendo in maniera sguaiata  le avvertenze di una bomboletta di vernice spray agguantata per caso. 

 

Non ne fanno però un manifesto di anticonvenzionalità politica o sociale ma semplicemente  provano a essere sé stessi nella più classica attitudine “noi contro il mondo”.

Spesso la differenza nel gesto artistico la fa l’intenzione e nella HGB non c’è mai un vero e proprio intento serioso o tendente al metodo quanto piuttosto un richiamo all’innocenza e all’esuberanza giovanile. In in un brano ad esempio la band si scinde letteralmente in due gruppi che suonano lo stesso pezzo, ma con tempi diversi e in modo che solo in un alcuni momenti i musicisti si trovino a essere sincronizzati, mentre negli altri prevale il caos. Ciò che anima i nostri  in questi esperimenti non è dunque lo spirito rivoluzionario del serio sperimentatore, ma la riaffermazione di una sorta di istinto primordiale o primitivo che si manifesta nel dipingere una tela ancora imbiancata e nell’eccitazione febbrile simile a quella di un bimbo alle prese con un nuovo giocattolo.

Anche l’approccio alle esibizioni live era insolito e controcorrente: la band poteva suonare mentre un loro amico in diretta veniva completamente cosparso di maionese o mentre un gruppetto di loro conoscenti giocava a carte o guardava la TV sul palco. Hampton da buon frontman faceva ovviamente la parte del leone. Passano ai posteri i suoi sermoni deliranti su invasioni degli USA da parte del Portogallo via Canada, performance in mutande e canottiera in piedi su una pizza o sdraiato sotto un furgone, il tutto condito da provocazioni nei confronti del pubblico che spesso si ritrova bersaglio di lanci di sedie o tavolini. Questo atteggiamento di sfida che può apparire quasi (pre)punk è privo però di qualsiasi ribellismo ed è piuttosto figlio dell’innocenza (o incoscienza) giovanile.

E in fondo quell’epoca era davvero l’età dell’innocenza, nonché del paradosso, se questo gruppo di scapestrati riuscì addirittura a firmare un contratto per la pubblicazione di un album addirittura con la Columbia. Quello che ne uscì fu una creatura abnorme, un disco doppio con soli sette brani spesso vicini ai venti minuti, dal titolo ovviamente ameno (“Music To Eat”, musica da mangiare) presentato da una copertina liquida e astratta. La casa discografica si pentì immediatamente di aver messo sotto contratto una tale banda di pazzi e rinunciò del tutto alla promozione del disco. Non avendo idea di cosa si trattasse, i negozi optarono per inserire l’enigmatico album nella sezione dei dischi comici a fianco di Bill Cosby…. Il risultato fu quindi che “Music To Eat” passò alla storia come il secondo titolo meno venduto nella storia della Columbia Records dopo un disco di yoga….

E’ davvero improbo descriverne i brani…  Vi basti quindi sapere che spesso sono lunghi, ondivaghi e contorti come un fiume che cerca sbocco nel mare ma selvaggi e densi come il sottobosco di una foresta vergine. Le sezioni/sottosezioni e i cambi d’umore e di ritmo non si contano così come gli inseguimenti e i duelli rusticani delle chitarre di Harold Kelling e Glenn Phillips, pirotecniche ma lontane dal virtuosismo fine a sè stesso della fusion e spesso all’insegna del free form. Le radici blues e southern rock sono presenti ma vengono fatte fermentare con gli zuccheri della follia e producono una materia sonora veramente inaudita nel senso letterale della parola. L’invidiabile comunicazione non verbale e l’unità di intenti consente alla band di creare un magma musicale nel quale Hampton sguazza in veste di lunatico sabotatore e disturbatore. La casa discografica, stordita e indignata da questo guazzabuglio, pretende dalla band dei brani più brevi nella speranza di trovarsi fra le mani qualcosa di più commestibile, ma il prodotto finale è costituito da due “canzoni” che si rivelano ahiloro altre bizzarrie assortite: dai coretti mariachi ubriachi, spoken word e assoli spagnoleggianti dissonanti di “Maria” all’apparente normalità del garage di “Hey Old lady” minato dal cantato di Hampton via via sempre più incontrollato fino a divenire un urlo psicotico che sfocia  con folle coerenza in un selvaggio assolo di chitarra elettrica.

Hampton Grease Band - Hendon


Il disco è tosto non c’è dubbio; la mole consistente e l’attitudine spiazzante e labirintica pongono l’ascoltatore di fronte a continui svolte e repentini cambi di scena che possono portare a sazietà in breve tempo. “Music to eat” però si presta benissimo anche ad ascolti a piccoli bocconi proprio in virtù di questa struttura a scatole cinesi.

 

Infine una considerazione sull’interpretazione canora (se così si può dire…) di Hampton. Il (non ancora) colonnello declama e sbraita, ulula e rantola, fa versi e delira come un invasato, fungendo da elemento anti musicale con l’effetto di un detonatore su una bomba. Siamo nel 1971 e Hampton è solo un ragazzo che si diverte seguendo il proprio istinto di weird guy ma i risultati non sono dissimili a quelli di artisti “seri” che consciamente hanno deciso di intraprendere con la propria voce un viaggio verso lidi non convenzionali. Allo stesso modo si può fare lo stesso discorso per la musica della HGB che pur con la sua primordialità e incoscienza si incanala in binari non distanti da quella di certa musica d’avanguardia. 

Vien da chiedersi se si sia trattato di un mero evento probabilistico o se invece molto – più semplicemente a volte capiti che  istinto e intelletto non perseguano strade diverse, ma volenti o nolenti finiscano per calcare lo stesso terreno come se la natura umana o il contesto li conducessero nella stessa direzione.

Comunque, per tornare alla HGB, era inevitabile che l’alleanza tra pulsioni creative divergenti e personalità differenti fosse destinata a vita breve e, con il passare del tempo e la complicità del sonoro insuccesso, effettivamente si sgretolò ponendo fine al percorso della band.

Nei decenni successivi il Colonnello, come comincia a farsi chiamare a partire dalla seonda metà degli anni ‘70, vive la sua carriera da irregolare e animatore della scena sudista con vari progetti producendo una serie di dischi minori che sono infarciti della bizzarria del personaggio e passano tra i più svariati generi in maniera schizoide. Nel frattempo il suo status di piccola leggenda locale continua a rafforzarsi finchè arriva il momento di riscuotere il consenso underground accumulato in decenni di onorata carriera.

Infatti circa vent’anni dopo “Music To Eat”, Hampton vive una nuova giovinezza grazie al popolo delle jam band; sono gruppi come i  Phish e i Widespread Panic a riportare in vita, attraverso chilometriche jam live, proprio quello spirito di libertà tipico di fine anni sessanta e inizio anni settanta. Music To Eat è ormai un disco di culto ed è naturale che questi ragazzi trovino proprio nel colonnello un alfiere e precursore di quello spirito, nominandolo padre putativo e alleato generazionale. Il nostro si unisce ai virtuosi dell’Aquarium Rescue Unit (un nome, un programma) per dare origine a un bizzarro combo di southern-jazz-fusion-country-rock-e-amenità-varie con il quale parteciperà al tour collettivo HORDE, evento che darà ufficialmente il via al movimento delle jam band.

Di lì in avanti il nostro eroe approfitterà della piccola notorietà e soprattutto del nuovo pubblico acquisito per continuare ad andare su e giù dai palchi con gruppi disparati dai nomi sempre improbabili, proponendo la sua singolare visione della musica e della vita. Farà addirittura qualche apparizione al cinema ad esempio in Sliding Blade di Billy Bob Thornton prima di arrivare alla già citata inattesa “pensione”.

Non verrà mai citato nei libri (o qualunque cosa ci sarà nel futuro) di storia della musica rock ma bisognerebbe sempre riservare un angolino a quei personaggi irregolari che la storia non la scrivono.

Perciò io nel mio piccolo lo faccio e alzandomi in piedi sul tavolo lo saluto ovunque egli sia dicendo: o Colonnello, mio colonnello!