Diciamolo: il mondo virtuale e la mole di informazioni che porta con sé ci rende talmente edotti su ciò che gira intorno che se da una parte questo solletica la nostra implacabile fame di sapere, d’altra parte rischia di levarci del tutto uno dei momenti in assoluto più belli per un appassionato di musica: la sorpresa.

Sembrano essere spariti quegli istanti magici che si materializzavano quando, sfogliando alla velocità della luce i dischi in un negozio, incappavi in una copertina, un titolo o un nome capaci di accendere una lampadina e farti portare a casa un oggetto sconosciuto. Altre volte bastava lo sguardo ammiccante di un altro cliente i cui occhi sembravano confidare “Non puoi non averlo, fidati!” a convincerti.

Se una volta infatti informarsi e scoprire qualcosa della musica che si amava era quasi un secondo lavoro, tanto difficile a volte poteva essere reperire delle notizie, oggi al contrario è praticamente impossibile accostarsi a un artista e a una sua opera senza saperne già qualcosa. Qualche rarissima volta però accade ancora… come è successo a me con Torn Sail e con Alabaster DePlume.

Due dischi che mi sono ritrovato nella mia mastodontica libreria informatica senza ricordare perché ce li avevo messi e che ho finito per ascoltare senza sapere davvero nulla dei loro autori.

Magari può sembrare paradossale per uno che scrive su un blog, ma a mio avviso è bello rivendicare un po’ di quel diritto a non sapere di cui parlavo prima. Quindi, se ami la sorpresa e non conosci i due dischi di cui andremo a parlare, sai cosa ti dico? “Non puoi non averli, fidati!”.

Fidati di me e … non andare oltre nella lettura….

Se non ti sei fermato immagino che vorrai sapere qualcosa di più e allora eccomi qua! In ogni caso per rispecchiare lo spirito dell’introduzione cercherò di non essere troppo esplicito, magari non facendo nomi e limitandomi a lanciare dei sassolini….

Iniziamo da Torn Sail e il suo “This Short Sweet Life” per il quale ti chiederò sulla fiducia solo sette minuti o poco più di tempo, quelli necessari per ascoltare il primo brano “Birds”. Il primo incontro con Huw Costin (the man behind) è un arpeggio sparso e scintillante di 12 corde su cui si innesta una voce quasi salmodiante circondata da echi e screziature di chitarra slide in sottofondo. La sensazione è quella di essere accolti in un mondo parallelo che invita l’ascoltatore a una momentanea sospensione dell’incredulità, perciò chiudiamo gli occhi… e lasciamoci trasportare. In questa atmosfera irrompe gentilmente un lungo e trascinante assolo di dobro al cui culmine la voce riprende la scena con un ritornello corale e anthemico che a sua volta lascia spazio a una ripresa dell’avvolgente incipit. Al termine possiamo riaprire gli occhi e decidere se richiuderli e proseguire o se questo viaggio non fa per noi.

Vi avverto però: se vi fermate, rinuncerete ad altre cinque perle. “Ricochets” è una ballata jazzata con spruzzate di organo e ricami di chitarra elettrica, ammantata di voci angeliche e che può vantare la presenza di un ospite dal vocione e dalla faccia truce (lascio a voi la scoperta: ma … ehm … fidatevi: lo conoscete…), con una parte corale capace di trasportarci direttamente nella California tra gli anni ‘60 e ‘70.

Self-medication” tiene fede al suo nome ed è davvero una medicina per la vostra anima. Si tratta di una ballata sofferente e malinconica dal ritornello quasi gospel (a proposito di anima) eseguita da un falsetto avvolto da echi spettrali e che punta dritto al cuore. Il bridge è qualcosa di maestoso capace di scuoterci dalla nostra abulia. E quando il coro pronuncia nuovamente la frase “every little thing is gonna be alright” che appariva già nel ritornello siamo pronti per affrontare la giornata con rinnovato ottimismo. Avevamo detto niente nomi perciò non ne farò ma l’ospite del brano precedente, anche se qui non c’è, è presente in spirito….

Ci sono poi gli otto preziosi minuti di “Treasure”, voce vibrante su arpeggio di chitarra, delicato tappeto d’organo e batteria spazzolata fino all’inaspettato cambio di scena…. quando chitarre cristalline ed effettate fanno da sfondo a un susseguirsi di voci che si inseguono e incrociano in un’atmosfera riverberata che si protrae per cinque magici minuti.

Insomma un disco che sorprende per la qualità della scrittura, soprattutto nei lunghi brani che non soffrono affatto della durata estesa, anzi! Una scrittura che viene esaltata da arrangiamenti elaborati, ma allo stesso tempo caldi e da un’esecuzione misurata ed elegante.

Ecco fatto, spero di essere riuscito ad intrigarvi. Ora tocca a voi e, se deciderete di dare una chance al disco, credo non ve ne pentirete.

Passiamo al secondo disco di cui volevo parlarvi.
Mi é capitato diverse volte nella mia carriera di scialacquatore di stipendi in dischi di acquistare album a pochi spicci basandomi solo sull’immagine di copertina o sul fascino di un nome peculiare. Ecco perché un nome curioso come Alabaster DePlume non poteva che stuzzicarmi a prescindere del contenuto dell’opera di cui ero per altro del tutto all’oscuro.

Fin dai primissimi istanti di “The Corner of a Sphere” capisco che il mio vecchio istinto non ha perso lo smalto dei vecchi tempi.
Il primo brano “Is It enough” inizia con una chitarra sincopata, una voce stridula e non troppo interessata all’intonazione seguita poi da un fraseggio di sassofono vellutato, subito doppiato da una tastiera giocattolo. Il brano prosegue così fino a un crescendo dove il fraseggio precedente viene rinforzato da un coro e dall’ingresso della batteria.
Lo so non è facile capire cosa venga fuori da quello che ho appena descritto ma fa parte del fascino di questo disco inafferrabile e imprevedibile.
I want a red car” non saprei descriverla in altro modo che un brano di Tom Waits sotto allucinogeni cantato dal Central Scrutinizer dello zappiano Joe’s Garage. Ecco qua, i nomi mi sono scappati, ma vi assicuro che non svelano più di tanto data la singolarità della proposta.

Ancora non vi basta?

Proseguiamo allora e troviamo una bossa nova stralunata per voce informale e coro, violoncello e campanellini vari, uno spoken word poggiato su una base stratificata di suoni, rumori e disturbi che lievitano piano piano, blues notturni, gospel sbilenchi, vampate di fiati jazzate, spiritual jazz e chi più ne ha più ne metta.

Posso immaginare quale potrebbe essere la vostra obiezione: non sarà mica il solito pasticcio fatto di tanto fumo e poco arrosto? Un divertissement che ti fa alzare il sopracciglio al primo ascolto, ma poi finisce a prendere polvere sullo scaffale?

Dopo diversi ascolti ritengo che non ci troviamo di fronte a un lavoro effimero ma a un disco decisamente solido e soprattutto paradossalmente coeso a dispetto della sua natura caleidoscopica. Intelligemente il nostro Alabaster (per inciso voce e sassofonista) riesce ad assemblare un disco cangiante che però si fonda e si articola su una serie di punti fermi che donano stabilità. La voce sghemba, il sassofono con il suo suono rotondo e vibrante, la struttura in crescendo dei brani, l’utilizzo dei cori, l’atmosfera beffarda e un po’ freak e la produzione articolata e stratificata forniscono all’ascoltatore gli elementi necessari per non smarrirsi.

Parlavo di produzione e non posso non citare il responsabile, ovvero Danalogue. noto come tastierista dei Comet Is Coming insieme a Shabaka Hutchings (punta di diamante della scena new jazz inglese nella quale proprio Alabaster è molto apprezzato).

Alabaster DePlume | Is It Enough

Per tirare le somme il mio invito a chi legge (ma anche un monito a me stesso) è quello di non smarrire la capacità di sorprendersi e di ascoltare non solo la voce degli altri, giornalisti, appassionati di musica e amici ma anche quella interiore, quella dell’istinto che ci fa misteriosamente drizzare le antenne di fronte a un disco o un artista sconosciuto. Certo potremmo anche ritrovarci in mano un pugno di mosche ma anche, come nel mio caso, due dei dischi migliori del 2017 e del 2018.