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Un battito post-umano

Se da studente delle scuole superiori mi avessero detto di mollare il romanzo di fantascienza che avevo in mano e di cominciare a leggere di filosofia, avrei accampato qualche scusa, dando fondo a tutte le tecniche di sviamento del discorso che sono patrimonio naturale di ogni adolescente. Chi l’avrebbe detto che solo qualche decennio più tardi, avrei finito per posarli davvero quei romanzi per mettermi al passo con le ultime novità in fatto di teorie filosofiche…

Qualcuno potrebbe dire che si tratta di un classico caso di sopraggiunta maturità culturale (leggasi: vecchiaia) e che con il tempo è normale dare più spazio al pensiero e meno alle fantasie. Sarà anche vero, ma in verità a me non sembra di essere cambiato più di tanto (almeno da questo punto di vista…), anzi devo dire che il piacere che trovo nella lettura di certe teorie è lo stesso che provavo da ragazzino quando mi immergevo nelle speculazioni narrative della fantascienza. Ergo, a cambiare dev’essere stato qualcos’altro.

D’altronde, quelli meglio informati di me sanno da tempo che esiste un filo che collega la corrente filosofica del realismo speculativo, le narrazioni circa l’imminente fine del mondo, il post-umanesimo e l’affermazione di una nuova musica elettronica che qualcuno ha denominato hi-tech. Un filo srotolato lungo una serie di pubblicazioni che attraversano i media alternativi fino a giungere alla stampa più mainstream. Leggo sempre con piacere tali speculazioni che vertiginosamente allineano riscaldamento globale, accelerazionismo, scomparsa del futuro, radicalismo politico e scenari fantascientifici e, come vi dicevo, il piacere che ne ricavo mi appare affine a quello che da sempre mi ha avvicinato alla fantascienza e alla sua capacità di illustrare il presente tramite la distopia e di esorcizzare il futuro tramite la descrizione dei suoi plumbei paesaggi.

A essere cambiato negli ultimi anni mi sembra essere l’approccio verso queste materie. Probabilmente la scomparsa della capacità di immaginare il futuro ci ha inconsciamente convinto che le speculazioni di cui sopra, pur avendo in comune con la fantascienza la radicalità dell’analisi, non costituiscono la semplice rappresentazione di uno fra i tanti futuri probabili. A venire tracciate con tinte fosche, dunque, non sarebbero ipotesi di futuro lontane e stigmatizzate, quanto rappresentazioni concrete di un aggiornamento in atto del nostro presente. La paranoia internettiana ha contagiato il nostro pensiero e la passione fantascientifica è stata sostituita dalla paura per la catastrofe imminente. Negli anni ‘50 e ’60, il timore della guerra atomica aveva dato vita a fascinose opere di fantascienza capaci di tenere a bada le nostre paure apocalittiche, dilazionandole verso un domani solo ipotetico e comunque facoltativo; oggi, la scomparsa del futuro e l’incapacità di incorporare in una narrazione di fiction le paure contemporanee ha generato una speculazione – a volte eccessivamente compiaciuta di sé – che sembra preconizzare un futuro in cui il dominio della tecnica sull’uomo superi definitivamente l’esperienza umana su questo pianeta.

Chi segue la storia della musica dovrebbe avere una certa dimestichezza con l’idea del superamento dell’uomo, essendo questo uno dei sottotesti sempre presenti nell’evoluzione di questa arte, al punto tale che qualcuno potrebbe sostenere che ne rappresenta il vero nocciolo. L’esperienza musicale nasce e si sviluppa in grembo alla capacità tecnica dell’uomo di manipolare qualcosa che la natura produce liberamente: il suono. Una manipolazione realizzata tramite una continua innovazione tecnica che sembra non avere altro punto di caduta che la scomparsa dell’elemento umano prima e il superamento dell’uomo poi. Dalla creazione di strumenti sempre più sofisticati, alla costruzione di sale destinate ad accogliere il suono prodotto, per finire con l’evoluzione di tecniche di registrazione e manipolazione del suono sempre più accurate e diffuse, il filo che unisce musica e tecnica risulta evidente.

Senza andare troppo indietro nel tempo e cominciando ad analizzare solo le musiche di nostro interesse emerse nel novecento, si pensi a come il blues recepiva la capillare diffusione dell’elettricità nella vita dell’uomo inurbato e da rurale diventava elettrico, spianando la strada all’elettrificazione del Jazz e alla nascita del genere elettrico per eccellenza ovvero il Rock (il quale a sua volta – ad esempio – diventava “post”, nel momento in cui assorbiva e inglobava la diffusione domestica dell’informatica). Insomma, se il significato della musica è stato spesso riempito dalle riflessioni emotive e/o razionali presenti nell’animo umano, il significante è stato sempre condizionato dall’evoluzione tecnica (in un gioco di influenze reciproche), al punto tale da poter affermare che la tensione tra umano e post-umano (inteso come tecnica) risulti alla base del fenomeno musicale fin dai suoi albori.

Se circoscriviamo la nostra analisi alla musica moderna degli ultimi decenni, risulta interessante esaminare la maniera in cui i musicisti hanno dato corpo all’idea del superamento dell’uomo tramite l’evoluzione dell’elemento ritmico della composizione. La ritmica tra gli elementi che costituiscono la musica può essere considerato quello più visceralmente e irrazionalmente umano (da contrapporre al cerebralismo della scrittura melodica e armonica). Il groove è caldo, viscerale e rimanda al sudore del batterista che lo produce e a quello di chi balla quel tempo. Non deve dunque sorprendere se sia diventato uno dei campi privilegiati per misurare le possibilità dell’ibridazione tra uomo e macchina. Se sia divenuto sineddoche su cui testare il superamento dell’uomo.

Nel rock, quando il nuovo umanesimo sbandierato dalla cultura hippie andò a cozzare contro la dura realtà degli anni settanta (lasciando al suo posto un simulacro mainstream e cocainomane), le istanze underground avevano già cominciato a rivolgere il proprio sguardo altrove. A leggere il nuovo clima plumbeo, alienato e industriale sopraggiunse una nuova sensibilità (new wave) che sostituiva il virtuosismo ritmico del batterista con una glacialità secca e austera. La new wave sceglieva un andamento che si faceva ora marziale e caliginoso, ora poliritmico e isterico. Gli scenari desolati dei primi dischi dei Cure appartengono certamente alla prima categoria, mentre il funk sbiancato di Devo, Pop Group e Talking Heads può essere ricondotto sicuramente alla seconda. In entrambi i casi, il nuovo battito non inseguiva più l’energia del ballo, né il baccanale dionisiaco, ma si proponeva di battere il tempo della schizoide danza moderna dell’era industriale.

E’ in questa fase che la musica popolare comincia a sdoganare con decisione il battito elettronico e di conseguenza la commistione tra l’umano e il non umano. Tale commistione, prima confinata tra le musiche più sperimentali e sotterranee, fa breccia nella sensibilità comune con la conseguenza che sempre più al batterista viene affiancato il suo contraltare elettronico.

Sono gli anni in cui il geniale produttore Martin Hannett, nel forgiare il sound dei Joy Division, cerca di far suonare Stephen Morris (batterista della band) come fosse una drum machine. Le singole componenti del drum kit del batterista vengono registrate pezzo per pezzo e poi assemblate in studio con il risultato di un groove asettico e glaciale che suggerisce un’idea di futuro ingessata e poco fluida. In quegli anni, sembra diffondersi nell’immaginario comune la figura del robot il cui andamento rigido ricordava i manichini che il seminale gruppo tedesco dei Kraftwerk mandava in scena al proprio posto. Se i This Heat erano soliti lasciare il palco, dopo aver sovrapposto la musica suonata a quella mandata in loop, finendo per disorientare gli spettatori che, a quel punto, cominciavano a chiedersi quando esattamente i musicisti avevano smesso di suonare dal vivo e quando si erano fatti sostituire dal nastro registrato, un gruppo come i Sisters of Mercy assoldavano come batterista Doktor Avalanche che altri non era che la drum machine utilizzata da Andrew Eldritch. Si mette in musica la condizione dell’uomo che sotto i pesanti colpi della produzione industriale viene ridotto al giano bifronte consumatore/lavoratore, il cui grido di dolore si trova scandito nella marzialità apocalittica dell’Industrial di gruppi come Test Dept, Clock DVA e Throbbing Gristle. E’ la potenza del pesante a trionfare in un immaginario che ritrova il medesimo meccanismo duale a livello ideologico: nello scontro tra i due colossi politici (U.S.A. e URSS) e dottrinali (Capitalismo e Comunismo).

Test Dept - Compulsion

Una situazione di stallo che resterà ingessata, fino all’implosione di uno dei due pilastri che avverrà tra gli anni Ottanta e i Novanta del secolo scorso, ovvero proprio gli anni in cui si fa strada una nuova declinazione dell’ibridazione tra uomo e macchina.

Abbiamo già parlato qui del momento in cui il rock ha cominciato ad abbracciare la cultura elettronica e dei debiti verso una musica considerata per anni triviale come la disco music. Quel che qui ci preme evidenziare è l’idea di ritmica che la disco music porta con sé. La finalità del ballo e la “parentela” con la musica soul restituiscono all’apparato ritmico un feeling più morbido e fluido, ma soprattutto dinamico. Un dinamismo che si diffonde nella cultura popolare, mandando in pensione il robot dall’andamento legnoso e psicotico della new wave. E’ il tempo in cui i rave hanno preso il posto dei grandi concerti rock, divenuti ormai spettacoli commerciali per band epiche e divinità dello star system. Nei rave, il baccanale dionisiaco viene lubrificato da sostanze chimiche che fungono da facilitatori e acceleratori. La cultura cyber-punk vi riversa sopra eccitazione e inquietudini. Le linee ritmiche si trasformano in un flusso ipercinetico che suggerisce l’idea di una robotica non separata e sovrastante rispetto all’elemento umano, ma piuttosto totalmente compenetrata in esso: l’artificiale, sussunto nella figura del cyborg, diventa l’iper-umano, il suo superamento più dinamico, più scattante, ancora più inquietante, se vogliamo. Non è un caso che uno dei primi singoli della nascente musica jungle venga pubblicato con il nome di Metalheads (sigla dietro cui si nascondeva il producer Goldie) e si intitoli “Terminator”, come il protagonista dell’omonimo cult movie di James Cameron. Sono gli anni in cui dall’apocalisse rave si sviluppa il fiume carsico del hardcore continuum britannico che si muove lungo l’asse che dall’hardcore rave, passa per jungle, drums and bass, 2-step, grime, UK garage e dubstep.

Metalheads - Terminator (1992)

Musiche che si ibridano con lo spirito dub, assorbendone i concetti di assenza e spettralità, fondamentali per illustrare l’ulteriore passaggio all’interno del nostro gioco: è proprio la musica dub a certificare la riduzione dell’uomo a spettro del passato (e perciò superato?) che infesta ancora il macchinario. Nelle spettrali versioni dub a venire sottratta per prima cosa è la traccia vocale (ovvero l’elemento umano per eccellenza) e ciò sembra suggerire che lo spettro che infesta la version sia proprio quello dell’uomo. Si delinea un mondo in cui console e banchi mixer, infestati dai fantasmi dei musicisti ormai assenti, producono nuove versioni post umane di vecchi brani già realizzati.

Burial: Southern Comfort [HQ]

L’idea del fantasma sembra caratterizzare i primi anni del nuovo secolo. L’affermarsi di un passato consultabile nella sua pressoché interezza (grazie ad esempio alle possibilità offerte da canali come YouTube) ha generato delle disfunzioni nel rapporto con la memoria che hanno finito per ingombrare il presente e ingolfare il futuro. In ambito pop rock ciò ha portato a una stagnazione creativa, caratterizzata dal recupero di un passato recente che da sotterraneo diveniva (quasi) mainstream (dal sensazionalismo delle reunion delle band del vecchio circuito del rock indipendente, al fenomeno dei concerti in cui vengono risuonati per intero classici del passato, fino al recupero del suono wave e funk di band quali Interpol, Strokes, Franz Ferdinand e TV On The Radio). A un livello più sotterraneo, molti musicisti si sono misurati con la saturazione mediatica, creando – dall’ingolfamento poc’anzi descritto – qualcosa di diverso, capace di esprimere un sentimento di nostalgia verso il passato o, secondo alcuni teorizzatori, verso i fantasmi dei futuri promessi dal passato e mai realizzatisi. Correnti come l’Hauntology Music (Belbury Poly, The Focus Group e tutta l’esperienza della Ghost Box Records), l’Hypnagogic Pop di musicisti come Ariel Pink, o anche le opere di eccellenti autori di musica elettronica come i Boards of Canada hanno declinato il tema senza però apportare grosse innovazioni all’aspetto ritmico della musica.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, a farsi, invece, portatrice di una visione ritmica capace di anticipare l’idea di un mondo totalmente innervato dalla tecnologia digitale è piuttosto la corrente facente capo a quella elettronica cosiddetta glitch (Ryoji Ikeda, Alva Noto, Fennesz) in cui il battito musicale diventa l’imperfezione del suono audio digitalizzato, l’interferenza che disturba asetticamente l’ascolto, l’errore informatico imprevedibile e afasico. Il dinamismo parossistico dei primi anni novanta lascia il posto alla manipolazione ritmica dei suoni generati dal malfunzionamento dei programmi e dei dati digitali (pensate banalmente ai difetti di riproduzione di un CD danneggiato). Ne deriva un suono in cui l’ambient viene innervato dal noise asettico della disfunzione informatica e che nelle sue declinazioni più estreme non sembra nemmeno prendere in considerazione l’elemento umano, illustrando piuttosto forme di esperienza (vita?) tutte interne allo stesso software informatico. Nelle ondate di rumore bianco, nei suoni minimalisti che si susseguono con rigore matematico, nei silenzi che assomigliano ad assenze di segnale, non sembra esserci traccia di vita umana se non ovviamente nella creatività che assembla e mette in scena questo deserto bianco appena increspato.

ALVA NOTO - T3 (for dieter rams)

Un approccio matematico e digitale che finisce per influenzare i più curiosi ricercatori musicali tra cui possiamo certamente annoverare il duo britannico degli Autechre la cui carriera – divenuta negli anni semplicemente immane per esiti e influenze – prende dapprincipio le mosse dall’IDM (Intelligent Dance Music) degli anni Novanta (di cui possono essere considerati tra i massimi esponenti) per poi proseguire verso il definitivo superamento non tanto dell’uomo, quanto dell’umanità in esso presente. I loro beat frastagliati, dissonanti e pieni di fratture ritmiche e ripartenze sembrano descrivere un mondo che dell’uomo conserva solo il disagio autistico e che viene governato da una matematica divenuta organismo dotato di esistenza e logica autonoma. Si preconizza la vita algoritmica propria delle divinità che andranno a governare e amministrare i social network cui affidiamo sempre più il nostro tempo e qualunque informazione economica, affettiva ed esistenziale ci riguardi.

httpv://www.youtube.com/watch?v=mILQ8u—og

Dopo l’elettricità, la pesantezza industriale, la rivoluzione delle tecnologie prima analogiche e poi digitali, spetta adesso alla pervasività dei nascenti social network imporsi nella riflessione musicale e più in generale nei ragionamenti contro-culturali. Il terreno scelto è ancora quello della musica elettronica: in particolare, le opere di artisti come James Ferraro, Oneohtrix Point Never, Arca, Amnesia Scanner e Holly Herndon (di cui vi avevamo parlato qui in relazione ai suoi esperimenti con le intelligenze artificiali) mettono in scena un’assenza totale di ritmica umana o comunque umanamente godibile, risolvendosi in frattaglie di suono e beat informatici costantemente decostruiti, dove il superamento dell’elemento umano può dirsi definitivamente compiuto. Il tempo delle macchine liquide ed informatiche non consente di battere il piede e non sembra avere alcun effetto sul nostro organismo in quanto alieno rispetto alla nostra struttura neurologica. Il rumore che lacera come lame affilate le oasi ambient sembra illustrare l’inevitabile riaffiorare dello scarto umano necessario/sotteso alla costituzione delle pulitissime città smart e gentrificate, simboli fallaci di un’estetica liberista che nasconde la propria ferocia. Non deve sorprendere dunque che una musica come questa – caratterizzata da una pulizia di suono affilata come un rasoio – derivi in qualche modo dalla sporcizia del noise americano più infetto e virulento dei primi anni ‘00 (molti suoi esponenti – in primis proprio il guru Ferraro – vengono da quella scena). Un passaggio di testimone che rievoca quello tra gli anni ’90 devastati dalle immagini della guerra di Sarajevo e del Kosovo e le asettiche battaglie virtuali combattute dai droni intelligenti; tra la sanguinolenta mostra delle atrocità umane e la lenta disumanizzazione digitale dell’uomo sembra esserci una continuità che proietta ombre oscure sul nostro futuro.

Amnesia Scanner & Bill Kouligas - Lexachast IV

L’andamento ritmico delle nuove vicende elettroniche ci parla dell’umanità che incrociamo ogni giorno sullo schermo del nostro smart-phone e che sembra galleggiare in un liquido prenatale dove le azioni sono prive di conseguenze: se è vero che sui social nulla si perde, è anche vero che nessuno ha interesse a recuperare niente (a meno di motivazioni politiche o affini…) e ogni cosa è destinata a fluire via senza memoria, mentre si attende l’arrivo di un domani che l’accidia e l’intorpidimento della nostra stessa condizione impediscono di immaginare.

Il pensiero progressista ha smesso da tempo di essere un pungolo evolutivo capace di rendere pensabile un mondo differente, divenendo piuttosto la copia moderata del pensiero dominante. L’utopia internettiana in cui qualcuno vedeva la prosecuzione dell’umanesimo hippie non ha realizzato quel luogo di condivisione progressista (nonché di rivincita nerd), ma è piuttosto caduta in mano a un bullismo becero e privo di pensiero.

In questo contesto, il superamento dell’uomo sembra davvero ravvisarsi nel suo status di contro-merce della gratuità dei servizi di cui usufruisce. Nello scontro tra umano e merce, l’aspetto umano risulta recessivo e viene colonizzato all’interno della scala dei valori economici del mercato. Se la nostra umanità viene mercificata siamo già oltre il superamento dell’umano. La nostra rimane una mera presenza fisica, laddove quella spirituale è stata disinnescata dalla sua mercificazione. Le storie, i gusti e le passioni – cifre distintive dell’uomo – hanno finito per essere la moneta offerta nel baratto gratuito della seconda vita internettiana, oramai sempre più fusa con quella che un tempo si sarebbe detta reale. Un palcoscenico, quello social, utilizzato per sfogare senza conseguenze la propria rabbia bestiale, ma che allena la mente all’odio anche nel mondo reale.

Attenzione però a dare per morto l’uomo.

Se è vero che l’evoluzione della ritmica ci ha portato a immaginare un mondo post-umano, non dobbiamo dimenticare che è sempre l’uomo il grande architetto di tale speculazione.

Forse più che la scomparsa, si sta preconizzando in musica l’evoluzione prossima dell’uomo: da essere fisico, emotivo e razionale a organismo squisitamente razionale che rinuncia alla componente emotiva e demanda alle macchine quella fisica. Un accelerazionismo tecnologico sostenuto dalla ragione che notoriamente non genera mostri ma, piuttosto, è capace di combatterli.



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