Il successo di Andrea Camilleri al di fuori della sua Sicilia è sempre stato qualcosa che non ho mai compreso davvero.
La sua scrittura così imbevuta di termini dialettali mi sembrava dovesse rappresentare un ostacolo insormontabile per la diffusione delle sue opere e ciò nonostante il volano costituito dal successo televisivo del suo personaggio principale: Salvo Montalbano.
Eppure è successo. Camilleri veniva LETTO. In tutta Italia (e non solo).
Se devo scegliere la cosa che ho più amato di Camilleri, direi innanzitutto la sua ricerca linguistica: la lingua di Camilleri è qualcosa di unico, che non è siciliano e non è italiano. E’ una creazione originale, una lingua nuova eppure familiare che nella sperimentazione non diventa (evidentemente) ostica, ma che si pone al servizio del racconto, finendo così per arricchirlo di sfumature originali, capaci alla fine di prendersi la scena. Inutile dire che pochissimi scrittori sono riusciti a creare una lingua propria. Gadda, Joyce e pochi altri.
Stesse considerazioni valgono per Vigata, il luogo in cui Camilleri ambientava i romanzi di Montalbano. Un luogo che non è Italia e non è Sicilia, ma che possiede i tratti cruciali di entrambe, finendo per costituirne uno specchio capace di coglierne lo spirito e documentarne i mutamenti.
Ho sempre amato la serialità dei romanzi di Montalbano: il grande affresco composto da piccoli episodi la cui bellezza è possibile cogliere solo nella visione di insieme, da contrapporre ai grandi romanzi accademici, appesantiti – a volte oltremisura – dai mondi che contengono.
Ho, infine, amato il personaggio Camilleri: ubriacone, donnaiolo, innamorato della vita, lettore instancabile, artista che, soprattutto negli ultimi anni, non stava zitto e che si schierava SEMPRE dalla parte giusta (almeno dal mio punto di vista, certo). Un intellettuale capace di dare dignità e di conferire, sfruttando il proprio successo nazional-popolare, credibilità e appeal sociale a temi etici e politici lontani dalla morale imperante, come a un Saviano (suo malgrado) non riuscirà mai di fare. Questione di carisma, probabilmente.
Tornando al suo successo insperato e imprevedibile, giunto peraltro in età avanzata dopo una vita passata dietro le quinte del mondo artistico, lo ritengo una di quelle cose che – persino a un pessimista come me – dona speranza: non tutto è perduto, se noi, gente comune, riusciamo a cogliere la ricchezza linguistica, la capacità di documentare il mondo reale tramite quello immaginario, la forza che genera rispetto di una passione politica consumata sempre e comunque dalla parte giusta…
Se è così – e cosi è stato – allora persino in questo mondo dove non esistono più opinioni, ma solo affermazioni da commentare c’è ancora speranza.



