Art Brut - She Kissed Me - And It Felt Like A Hit | Pirate Live

The Doors? Jim Morrison? He’s a drunk, posing as a poet. Give me The Guess Who. They got the courage to be drunken buffoons, which makes them poetic!”

Finora avevo avuto solo il sospetto che gli Art Brut fossero uno dei live act più Rock n’ Roll del pianeta e che il loro show fosse quanto di più energico, allegro e celebrativo della vita e dell’intrattenimento musicale (e non solo) ci fosse in giro… beh dopo il breve, ma intenso concerto che la band inglese ha tenuto in occasione dell’ultima serata del NoSilenz Festival, ne ho avuto la certezza! Per chi non conoscesse i ragazzi, occorre almeno sapere che da circa 15 anni gli Art Brut scrivono più o meno sempre la stessa canzone. Non sembri una critica questa: si tratta di una grande canzone! Lo schema più o meno è questo: riff killer di chitarra + strofa parlata + ritornello brit, melodico e anthemico. Se state pensando che di band come queste ce ne sono in giro parecchie, beh vi sbagliate: you lose ‘cause weird lover Wilde is on their side! E proprio a un Oscar Wilde interpretato da Alfred Molina potrebbe far pensare il cantante della formazione Eddie Argos che, se non vanta le phisique du role della rock star, ha però dalla sua una logorrea incontenibile, una presenza scenica che straborda dal palco oltre che dalla cintola dei pantaloni, un deragliamento costante di pensieri e parole ed ancora ironia, cinismo e arguzia come le avrebbe un Mark E Smith meno caustico o forse semplicemente più empatico con il mondo.

E così, mentre la band suonava tutta una serie di stereotipi punk rock (si, ma solo quelli che funzionano, però) e le chitarre pettinavano i pensieri del pubblico come fossimo tutti dei degregori qualunque, mi sono ritrovato a pensare a quel che cerco in un live oggi alla veneranda età di 40 anni (circa) e mi sono venute in mente le parole che ho inserito come introduzione del pezzo e che molti di voi avranno riconosciuto come le battute che Cameron Crowe mette in bocca al Lester Bangs interpretato da Philip Seymour Hoffmann in “Almost Famous”.

Se intuite il parallelismo, gli Art Brut sarebbero i miei buffoni alcolizzati che hanno il coraggio di esserlo al punto da apparire poetici, mentre gli alcolizzati che si atteggiano a poeti sarebbero certi musi lunghi di cui sono strapieni i palchi della cosiddetta scena indipendente. Sarà forse perché a mio avviso sono davvero pochi quelli che potrebbero permettersi tale posa o forse perché con gli anni, preso atto della vacuità dell’esistenza (sì, anche della Vostra), ho finito per andare alla ricerca di un certa gioiosa (e solo apparente) superficialità, fatto sta che ho finito per prediligere la compagnia di quei “buffoni” che vivono la propria arte con una leggerezza tale da renderla di per sé poetica.

Cosa c’è, d’altronde, di più poetico che rincorrere la gioia sopra un palco?

Se a farlo poi è un punkettaro travestito da dandy inglese alla testa di un improbabile manipolo di musicisti dall’abbigliamento spaiato… beh, per quanto mi riguarda, il gioco è fatto. Consideratemi arruolato alla causa. Una causa persa, è chiaro, ma lasciatemi comunque fare un altro po’ di proselitismo: se avete ancora un po’ di pazienza, lasciatemi ancora spendere qualche riga per parlarvi di Eddie Argos perchè credetemi è uno di quei personaggi cui non si può non voler bene. Un nerd appassionato di fumetti con la fissa per i supereroi con l’identità segreta e in particolare per Batman (non crederete che Eddie Argos sia il suo vero nome, giusto?) divenuto cantante di una band non tanto per talento ma – parole sue – per sfinimento (nel senso che sfiniva gli altri musicisti con le sue richieste di entrare in una band), che scrive canzoni sulla fidanzatina del liceo che lo ha lasciato gettandolo in una condizione di sofferenza che a suo dire dura tutt’ora. Un tipo con cui uscireste volentieri a bere una birra e che vi trascinerebbe con ogni probabilità in quelle abitudini alimentari e di vita non proprio morigerate che l’anno scorso lo hanno portato quasi alla morte a causa di una peritonite operata in extremis in un ospedale tedesco. L’operazione lo ha costretto a uno dei periodi più bui della sua vita, a cui ha risposto semplicemente scrivendosi in testa l’inno positivo di “Hospital”, caramella pop ripiena di buffi call and response e di buoni propositi tipo bere più acqua e mangiare più verdura in modo da diventare, una volta uscito dall’ospedale, unstoppable!

Vi risparmio lo stereotipo del pagliaccio che cela la propria sofferenza dietro una facciata di buonumore, ma sappiate che quando deciderete di assistere a uno dei suoi spettacoli di cabaret punk, vi troverete davanti un uomo assolutamente innamorato della musica, che non poteva far altro che stare in una band (“Formed a Band!”), forse perché preda di un nascosto sentimento di cupio dissolvi o forse perché certe persone sono “troppo intelligenti per il proprio bene”.

Ad ogni modo, tocca adesso concludere tornando alla fredda (?) cronaca del concerto che si è aperto con l’uno-due “Formed a Band”-“My little brother” con Eddie che omaggia la cover italiana del brano dei Tre Allegri Ragazzi Morti e trova il tempo di raccontarci di suo fratello Colin cui è dedicata la canzone e che adesso ha ripreso il controllo, fa l’insegnante, non preoccupa più i genitori, ma la cui vita morigerata… preoccupa lui, accidenti! Il resto della scaletta pesca dal passato (si recuperano “Emily Kane” dall’esordio Bang Bang and Rock n Roll, “Post soothing out” da It’s a bit complicated, “Axl Rose” da Brilliant! Tragic), per poi concentrarsi sull’ultimo riuscitissimo Wham! Bang! Pow! Let’s rock out! da cui si attinge in abbondanza tra una “Kultfigur” frammentata e piena di stop and go come da manuale e una “She Kissed Me (and it felt like a hit)” che in un altro universo è la loro ennesima hit, di “Hospital” vi ho già detto, mentre l’inno che dà il titolo al disco provvede a spiegare come una genuina euforia possa fare la differenza, in ambito rock, tra stereotipo e archetipo.

Tutto il resto, come dicevo, è gioia.

guess who- american woman