La prima notizia è che i Clinic sono tornati (ed è davvero una notizia visto che ciò non accadeva da ben sette anni). La seconda notizia è che sono tornati sì, ma solo per pochi: il nuovo disco “Wheeltappers and Shunters”, appena uscito per Domino, sembra destinato a far rientrare la band in quella nicchia accogliente cui hanno accesso solo adepti e fedeli del culto e da cui “Free Reign” il loro disco del 2012 li aveva fatti (a quanto pare) solo momentaneamente uscire. Quel disco infatti era riuscito nell’impresa di far accendere qualche riflettore in più sulla band, grazie a brani che abbinavano alle nevrosi tipiche del gruppo un afflato cosmico intossicante che aveva spinto nientepopodimeno che Daniel Lopatin (aka Oneohtrix Point Never guru dell’elettronica hi-tech e profeta della vaporwave: quando si parla di riflettori accesi…) a remixare (splendidamente) l’intero lavoro.

D’altronde, la carriera dei Clinic ha sempre vissuto di questi tira e molla: occasionali slanci verso il mondo esterno e ritorni repentini al proprio suono basico e intransigente e a un pubblico di nicchia che vive di segreta psichedelia inglese e garage ipnotico.

Eppure, nei primissimi anni 2000 si faceva un gran parlare di questa band di Liverpool: il loro disco d’esordio “Internal Wrangler” conquistava un po’ tutti per l’originalità con cui il suono garage degli anni sessanta veniva traghettato fino ai giorni nostri, imbevendosi lungo il tragitto di inquietudini post-punk e minimalismo wave. Inoltre l’endorsement di gente del calibro di Thom Yorke e la trovata dei camici da chirurghi con tanto di mascherine a celare i volti dei musicisti (ancora oggi nessuno ha mai visto in faccia i componenti della band) contribuiva a farne una delle novità più chiacchierate ed eccitanti del momento, al punto che – all’altezza di “Walking with Thee”, secondo disco del 2002 – i ragazzi finivano per esibirsi addirittura al David Letterman Show, dove vabbè che passano tanti carneadi, ma quasi mai carneadi senza nessuna possibilità di successo come i Clinic. Sì, perché nonostante le caramelle pop che la Clinica dispensa da più di vent’anni (una è finita addirittura nella colonna sonora del serial televisivo CSI), non ho mai pensato a loro come a un gruppo che potesse avere alcun successo se non quello limitato che può arridere alle band che testardamente si auto-limitano. E infatti da lì in poi si sono susseguiti una serie di dischi che hanno fatto calare le quotazioni della band, confermandone però le eccelse qualità: “Winchester Cathedral”, “Visitations”, “Do It!” e “Bubblegum” sono lavori dove la formula del gruppo si è ripetuta in maniera più o meno uguale, eppure ogni volta diversa.

La creatura di Ade Blackburn (cantante, leader della band e suo principale motore assieme al fido Hartley) va ascritta a quella stirpe peculiare di gruppi che, fissate poche regole di ingaggio, si divertono a ricombinare le tessere del piccolo mosaico, proprio come certi bambini poveri che smontano l’unico gioco che possiedono. La necessità è la madre delle invenzioni diceva Platone (o forse era Frank Zappa, non ricordo…) e così i ragazzi di Liverpool non fanno altro che riassemblare la loro arte con la cura dei piccoli artigiani del gioco che tutti noi siamo stati. Ne viene fuori un quadro che sembra rappresentare sempre la medesima immagine, astratta e naif, ma che in realtà si nutre ogni volta di dettagli nuovi: chitarre ora liquide e ora inselvatichite dal fuzz, tendenza alla reiterazione ipnotica, organi garage e diamoniche stranianti, ritmiche saltellanti, voce balbettante che intona filastrocche spastiche e rockabilly infantili, paesaggi surreali e forme psichedeliche. In questo recinto dei giochi, i cubotti in mano ad Ade vengono ri-combinati in maniera ogni volta differente e in modo che a guardar bene non può che destare meraviglia. Così come desta meraviglia ogni volta assistere al miracolo di chi, auto-limitandosi, ottiene in cambio personalità e un’identità così forte da consentire l’accesso alla vera libertà creativa.

Nel nuovo episodio della saga, i Clinic si superano nella chirurgia estetica cui sottopongono la loro creatura sonora. Il disco è una meraviglia, credetemi. Ma attenzione: è uno di quelli che inganna. All’inizio lo si potrebbe liquidare semplicemente come un buon lavoro magari troppo breve (il disco dura solo 26 minuti, in effetti) ma che va a incrementare senza grossi scossoni una discografia di livello. E invece… E invece, provate ad aguzzare l’orecchio e andate oltre la scrittura delle canzoni (ce ne sono alcune di ottime, eh: di quelle che un tipo come Syd Barrett sarebbe riuscito a scrivere solo nei suoi giorni migliori) per concentrarsi sulla tavolozza su cui poggiano le loro melodie: un trionfo di soluzioni ogni volta diverse, un caleidoscopio dove mille colori esplodono nonostante la patina vintage e seppiata che ricopre l’intero lavoro.

Una patina che deriva dal filo conduttore che lega i vari episodi del disco, ovvero il ricordo di una vecchia trasmissione britannica degli anni ‘70 chiamata “The Wheeltappers and Shunters Social Club” la quale, oltre a rappresentare uno spaccato dell’intrattenimento medio televisivo della classe lavoratrice del nord dell’Inghilterra, per anni ha costituito per la band una specie di termine di paragone: quando una canzone suonava troppo ‘cabaret’ veniva etichettata come “un po’ troppo Wheeltappers and Shunters”. Per capire come mai Ade, Hartley e sodali abbiano scelto questa trasmissione come ispirazione per un’opera che dovrebbe rappresentare a loro dire “a satirical take on British culture – both high and low” occorrerebbe probabilmente essere un po’ più dentro la cultura popolare anglosassone… noi comunque ci limitiamo a scorgere l’intento di far emergere come, anche in una presunta età dell’oro, fossero presenti pulsioni sinistre capaci di anticipare i tempi confusi e contraddittori che la terra d’albione sta vivendo in questi anni.

Ma veniamo ai brani.

Si parlava prima di Syd Barrett… la cui sagoma può essere scorta dietro il ritornello nonsense di “Laughing Cavalier” o in filigrana nella ritmica arrembante di “Rejoice!”. Si diceva di un clima che vuole svelare pulsioni sotterranee e sinistre e come descrivere d’altronde in altro modo i falsetti che raddoppiano il cantato di Ade in “Mirage” o il bisbiglio che attraversa “Complex”, brano che ci giunge “come in uno specchio”, sospeso tra tastierine Casio e diamoniche oscillanti a disegnare un sogno che non culla, ma che tiene desta l’attenzione. Sogno che continua nella cinematica “Ferryboat of the Mind” che si fregia di chitarre twang, tastiere spettrali e batterie dubbate e da cui ci si sveglia bruscamente con i cocci aguzzi sparsi lungo il minuto e dodici secondi di “D.I.S.C.I.P.L.E”, dove basso, batteria e voce balbettante pulsano, memori della lezione di quegli anni sessanta più laterali che puntavano tutto su minimalismo e reiterazione. Si potrebbe proseguire elencando tutti i numeri d’arte varia del circo clinico disseminati strato dopo strato a guarnire l’alta pasticceria di “Flying Fish”, “Be Yourself/Year of the Sadist”, “Congratulations”, fino ad arrivare al sogno finale di “New Equations at the Copacabana”, ma ci limitiamo piuttosto a invitarvi al nuovo gioco dei ragazzi di Liverpool e alla loro creatura stranita che si muove sfuggente su fondali sfocati e indistinti: aguzzando vista e orecchio potreste scorgere clamorosi cambi di scena e rocamboleschi calembour sonori.

Clinic - Laughing Cavalier (Official Video)