Parlare di Richard Skelton e della sua musica non è affatto facile. Il rischio è quello di fermarsi a rimirare la superficie senza afferrarne il mistero.

Noi appassionati sempre in cerca di definizioni e punti di riferimento, siamo soliti descrivere la sua musica come ambient, drone e neoclassica.

A mio parere però queste indicazioni non riescono a cogliere in pieno l’essenza dell”opera dell’artista inglese. La sua é musica diversamente “ambientale” o meglio dell’ambiente, inteso nel suo significato biologico ed ecologico ovvero tutto ciò con cui un essere vivente entra in contatto influenzandone (in maniera positiva o negativa) il ciclo vitale. Skelton utilizza quindi i linguaggi dei generi sopra menzionati per investigare nel profondo il rapporto e le dinamiche tra l’uomo e la natura. Se l’ambient comunemente codificato è una musica prevalentemente contemplativa, quella di Skelton è invece espressiva; non cerca di descrivere un paesaggio, ma piuttosto si propone di cogliere e comunicare a un livello più profondo le percezioni e le sensazioni che l’ambiente circostante trasmettono. Una musica che scruta nella natura per ricercare le radici e l’essenza dell’animo umano. E se frasi come queste possono sembrare romantiche e un po’ new age, sappiate che si tratta invece di un percorso musicale e umano che non concede nulla alla filosofia spiccia e alle scorciatoie di certo spiritualismo facilone. La via scelta da Skelton è rigorosa e rispettosa del mistero della natura e dell’esistenza umana. Non c’è alcuna natura salvifica o nessuna sua idealizzazione: essa è mostrata semplicemente per ciò che è. Qualcosa di cui l’uomo stesso fa parte e alla quale volente o nolente è destinato a tornare.

Ed è proprio la componente ancestrale a conferire alla musica di Skelton un’identità e un sapore unico. L’utilizzo di strumentazione acustica e, in particolare di archi spesso stridenti, è capace di far risuonare nell’ascoltatore una vibrazione particolare, un “disvelamento” di sensazioni e sentimenti celati, già presenti dentro di noi ma dei quali si aveva perso coscienza. Insomma una sensazione di “ritorno a casa”.

La discografia di Skelton è complessa e sostanziosa. Essenziali per addentrarsi nella sua poetica sono “Landings”, “Marking Time” e “Verse Of Birds” ma anche “Box Of Birch” e “Crow Autumn” editi a nome A Broken Consort.

Skelton ritorna ora con un nuovo progetto: “Border Ballads”. L’album è ancora una volta legato all’ambiente in cui è stato concepito e realizzato. Come illustrato nel comunicato stampa che presenta il disco, i confini del titolo sono quelli della zona tra Inghilterra e Scozia delimitati da diversi corsi d’acqua che costituiscono il cuore dell’opera e ne hanno influenzato la metodologia compositiva. L’opera infatti non si presenta sotto forma di lunghe composizioni come è solito fare l’autore ma si compone di una serie di dodici brani più brevi che vanno però a formare una visione unitaria come fossero tessere di un mosaico. Come racconta l’autore stesso, il nuovo disco rivisita alcune tecniche compositive dello sfuggente “Marking Time” del quale rappresenta però una controparte piú terrena e ancorata al suolo, proprio come i corsi d’acqua. Rispetto a quel disco però e anche al resto della discografia il compositore inglese riesce a comporre e sintetizzare tutti gli elementi caratteristici e fondanti della propria opera in una forma più accessibile che rende “Border Ballads” probabilmente l’episodio più adatto per approcciarne la musica.

La prima caratteristica che risalta all’ascolto del disco infatti è la componente melodica, molto più evidente rispetto al passato. Ancora una volta però l’artista non vende bellezza a buon mercato, ma gioca sui confini e sui contrasti. Ad ogni luce corrisponde un’ombra, ogni frammento di melodia va conquistato. Come i corsi d’acqua delimitano un percorso fatto di anse e discontinuità così la musica e, attraverso di essa, la vita si specchiano nelle acque del fiume ora limpide e poi limacciose.

Lo scorrere dell’acqua incarnato dai droni discreti disegnati da viola e violoncello dona al disco una materialità e un legame con la terra che sembra rappresentare l’anelito verso un approdo sicuro dell’animo umano. Anelito espresso anche dalle luminosi melodie e dall’utilizzo toccante di un fragile pianoforte.

Un desiderio però minato dallo stesso eterno scorrere del fiume che disegna confini labili e perennemente mutevoli. Ancora una volta Skelton, pur attraverso un linguaggio apparentemente più semplice ed accessibile, ci dice molto della condizione umana, del rapporto tra la ricerca di una stabilità e il destino che ci condanna a muoverci costantemente e a rincorrere una quiete impossibile da raggiungere perchè non fa parte della natura stessa dell’uomo.

Ma in fondo non sta proprio qui il bello?

Richard Skelton - Altar Valley