Fat White Family - Feet (Official Video) (Explicit)

Il rock è vivo, il rock è morto. Annosa questione che ci diverte (ma sì, confessiamolo!) da un bel po’ di anni a questa parte. Una questione – quella dello stato di salute del rock – che sembra non trovare mai alcuna soluzione e non avere altro scopo se non la mera riproposizione della domanda stessa. Forse perché ognuno ha una sua idea di rock che fatica a coincidere con quella dell’altro. Forse perché un genere meticcio di nascita come il rock n’ roll non può che risorgere in continuazione dalle proprie ceneri e spesso sotto mentite spoglie. Forse perchè anche quando arriva gente come la Grassa Bianca Famiglia, ecco che il quesito si ripropone tale e quale e senza alcuna soluzione evidente: ci si divide tra chi li incorona a nuovi portabandiera e chi vede nelle pose oltraggiose non tanto la loro, quanto la stanchezza di un genere intero (davvero questi vogliono ancora scandalizzare qualcuno citando Goebbels?).

Se negli ultimi anni c’è stato un gruppo provocatorio e disturbante, quello è stato certamente la Fat White Family. Il gruppo di Lias Saoudi e Saul Adamczewski non si è fatto mancare proprio nulla e, oltre a riferimenti nazisti incongruamente affiancati a slanci laburisti/populisti, ha – bontà sua – trovato il modo di aggiungere alla propria ricetta: sesso esplicito (anche con minori), droga, celebrazioni di assassini, nudità varie, masturbazioni, risse e teste di maiale mozzate. Il loro aspetto poco rassicurante ha poi completato il quadro: i fratelli Lias e Nathan Saoudi, rispettivamente voce e tastiere del gruppo, somigliano ai tizi che eviti la sera in metro e, giusto per non far mancare nulla dalla top ten della paranoia del nuovo millennio, sono nordirlandesi di origine algerina. Saul Adamczewski, il chitarrista e co-autore dei brani, è un bel ragazzo dagli occhi chiari palesemente rovinato dalla droga e senza un dente davanti a conferirgli un aspetto da freak.

Insomma, lascereste che vostra figlia uscisse con uno della Fat White Family?

Ok, ma se i personaggi ci sono (e questo nel rock ha sempre contato qualcosa), occorre adesso chiedersi se anche i musicisti risultano interessanti. Ed è qui che si scopre che i Fat White Family non sono affatto un bluff. Basta scorrere i tre dischi pubblicati a loro nome, ma anche (o forse soprattutto) la miriade di progetti laterali che i vari componenti della band portano avanti, mantenendo un livello qualitativo che più che “elevato” si attesta su un ben più significativo “interessante”. Ciò in quanto in tutte le varie situazioni musicali in cui troviamo i componenti della Famiglia riscontriamo la voglia di veicolare la medesima idea di musica. Una musica imbevuta di glamour straccione, che vanta reminiscenze garage e psichedeliche nonostante debba definirsi post-punk. Un blob che avanza vischioso tra la pattumiera musicale di questi anni, inglobando anche sintetizzatori vintage ed elettronica in saldo per poi risputare un bolo che una volta servito finisce per risultare in qualche modo persino tenero.

Andando con ordine, la Famiglia esordisce nel 2013 con “Champagne holocaust” che al di là delle (tante) provocazioni si faceva notare per la potenza di brani come “Is it raining in your mouth” (che sì – come si intuisce già dal titolo – parla di fellatio e ne simula anche il crescendo verso l’orgasmo), la cantilena demente di “Bomb Disneyland” o il blues di “Special Ape” in cui si scomoda il fantasma di Captain Beefheart via Mark E. Smith, santino questo celebrato in un singolo del 2014 ironicamente intitolato “I am Mark E Smith” (e se ricordate come si intitolava il brano finale di “This Nation’s Saving Grace”, capirete allora che i ragazzi non sono poi così ignoranti come vogliono far credere…). Un concentrato di disordine mentale e spazzatura pop cui faceva seguito nel 2016 un secondo lavoro che, a dispetto dell’ironico titolo “Songs for our mothers”, proseguiva nelle provocazioni, affinando la scrittura e accordando la musica su una vibrazione negativa, krauta e avant che confermava la band come una delle poche dotate di reale personalità nel panorama britannico. Prima di pubblicare il terzo disco (che poi dovrebbe essere l’oggetto di questo articolo), i ragazzi avviano (o in alcuni casi proseguono) una serie di collaborazioni e progetti laterali che da un lato ne confermano il valore musicale, ostentando passione e genuina iperattività, dall’altro fungono da tappe di avvicinamento al nuovo lavoro.

Nel 2015, il duo Eccentronic Research Council aveva pubblicato l’album “Johnny Rocket, Narcissist & Music Machine … I’m your biggest fan”, in cui – su fondali elettronici non lontani da certe cose di scuola Ghost Box – si raccontava tramite torrenziali spoken words la storia della rockstar “narcisa” Johnny Rocket, “interpretata” da Lias, e della sua band Moonlandingz, in cui militava anche Saul. Dopo la pubblicazione di un finto EP contenente alcuni brani della band fittizia, i ragazzi ci prendevano gusto al punto da dare davvero vita ai Moonlandingz con l’album del 2017 “Interplanetary Class Classics” che mandava in collisione glam-rock, tastiere acide e bassi sintetici.

Dal veglione di capodanno del 2015 (?!), prendeva vita il progetto Warmduscher che portava alla pubblicazione di due lavori di rock libero striato di soul funk grottesco e sopra le righe (“Khaki Tears” del 2015 e “Whale city” del 2018). Del progetto fanno parte membri dei Paranoid London, Saul e Ben Romans-Hopcraft dei Childhood.

Questi ultimi due si intendono talmente bene da dare vita al progetto Insecure Men che consegna alle stampe l’omonimo bellissimo lavoro del 2018: registrato in casa di Sean Lennon (vecchia conoscenza della band e già coinvolto in “Songs for our mothers” e in “Interplanetary Class Classics”), propone una sorta di pop beatlesiano andato a male, velato da nebbie ipnagogiche provocate non tanto da pose intellettuali, quanto da elettronica a buon mercato e droga che confonde le idee (o viceversa).

Un mucchio di progetti (cui aggiungerei anche gli International Teachers of Pop, nuovo formazione di synth-pop creata dagli Eccentronic Research Council con alla voce Leonore Wheatley dei Soundcarriers) in mano a un manipolo di musicisti che – come dicono i democratici di sinistra – “fanno rete” e sembrano condividere un approccio comune nel fare musica. Un attitudine libera che ruba i peggiori stereotipi al rock e si macchia di qualunque nefandezza puttaneggiasse negli anni settanta e seguenti, dal glam al rock stonesiano, dal kraut al pop sintetico.

E’ in questo stato di grazia che i Fat White Family arrivano al terzo disco.

Appena uscito ed edito dalla Domino, “Serfs up!” riprende da dove ci si era lasciati, ma con una pelle nuova perché tiene giustamente conto di tutte le esperienze di cui vi abbiamo appena reso nota. E così la consueta vibrazione negativa si tramuta nel minaccioso synth pop di “Feet”, primo singolo e apertura perfetta che non ha paura di sfidare le radio. Si prosegue con il pop seppellito da coltri di organo catacombale di “I Believe in something better” che di fatto è un pezzo degli Insecure Men, visto che è cantato da Saul ed è suonato da Ben Romans-Hopcraft. “Vagina Dentata” è un cocktail pop con tanto di sax alla Roxy Music, il cui titolo però la rende improponibile per qualunque charts; “Kim’s Sunsets”, oltre a elettronica cheap e batterie in loop, presenta chitarre liquide e deformi e un coro che si fa strada tra i giochetti di tastiere che ricordano i secondi Cure o – se più vi aggrada – le cazzatelle naif e catchy che fanno impazzire i fan moderati di Damon Albarn; “Fringe Runner” parte in zona “Nightclubbing” per poi adornarsi di coretti idioti alla Blur e archi sintetici talmente compressi da risultare una parodia di quelli soul che si propongono di scimmiottare; “Oh Sebastian” ostenta persino tentazioni classiche, mentre Lias fa il suo numero con pacato languore; “Tastes Good With The Money” è il secondo straordinario singolo, nonché singalong fulminante che porta in dote uno spoken di Baxter Dury e un video alla Monty Python in salsa splatter che vale la pena di guardare per capire che forse i FWF, più che pericolosi depravati, sono dei cazzoni che sanno non prendersi sul serio; “Rock Fishes” si concede il lusso di disegnare un armonioso e sognante arazzo melodico, prima di scaraventare gli ascoltatori dritti nelle fauci del terzo singolo “When I Leave” che – come il relativo video che cita il classico inglese “The Wicker Man” – ha andamento minaccioso, gravido di follia inesplosa e un ritornello evocativo da folk apocalittico; “Bobby’s Boyfriend” è il finale rassicurante se non fosse per il ritornello che recita “Bobby’s boyfriend is a prostitute/ and so is mine”.

Un lavoro eccellente certamente più accessibile dei precedenti episodi e che – si diceva – sembra porsi in continuità con la sarabanda dei progetti prima elencati, finendo quasi per costituirne una ulteriore tappa. I veri artefici del disco, oltre a Lias e Saul, risultano essere infatti i nuovi compagni di viaggio Alex White e Ben Romans-Hopcraft, mentre più limitato sembra essere il contributo degli altri membri “ufficiali” della band, primo fra tutti Nathan Saoudi. Una risalita verso la luce dopo la discesa agli inferi ben scandagliati dai primi due dischi: i componenti della Famiglia sembrano cibarsi di musica e trovare in essa il nutrimento per salvare dalla distruzione innanzitutto se stessi (provate a comparare l’immagine di Saul nel video di “Whitest boy on the beach” dove appare come un manichino di circa 40 chili di pelle e ossa con quella più in salute presente nel video di “Feet”…). Un lavoro genuino che mostra come il percorso della band risulti personale e lontano dai trend del momento, riuscendo anche a fare a meno delle chitarre proprio nel momento in cui gente come Idles, Shame e Fountains DC sembrano rimetterle al centro della scena.

Si tratta anche di un disco perfetto – e torniamo al tema posto in apertura – per attestare che le voci sulla morte del rock sono – come sempre – enormemente esagerate.

Il rock dunque è vivo e lotta assieme a noi e alla Grassa Famiglia Bianca!

Spero solo che i Fat White Family non siano giunti al loro “Merriweather post pavilion”, al loro “Veckatimest”, al loro “Sisterworld”, se capite cosa intendo. Prima di farmi ammaliare dalla prossima sirena rock con la sua ennesima caduca magia, mi piacerebbe assistere a qualche ulteriore replica della spettacolo di questi ragazzacci e della pulsazione che li anima. Che è quintessenzialmente e banalmente rock n’ roll con ritmiche che – anche quando si fanno colte, fingendosi kraute – non nascondono di essere pestone, chitarre che non si concedono assoli, ma fanno massa, spessore e disturbano, melodie che dietro la coltre di rumore cercano l’immediatezza del pop più ruffiano non vergognandosi di suonare già sentite e non tanto per operare una citazione archetipa e post-moderna, quanto per seguire un canone cui donare il proprio culto.

Una pulsazione che vibra anche della corda malata e marcia della droga che dona un che di oscuro persino all’esaltazione e che – piaccia o no a noi borghesi che abbiamo storicizzato il rock – rappresenta una componente che questa musica ha sempre avuto… assieme alle vite al limite, agli sguardi annebbiati, alle provocazioni-meglio-se-gratuite e a una patina kitsch capace di evitare la seriosità che ha ammazzato tanto rock.

Ai Fat White Family manca il senso dello stile e (pare, ma è tutto da dimostrare) l’amore conservatore per la storia del rock e questo li porta ad avere meno rispetto, risultare più sinceri e paradossalmente maggiormente adesi allo spirito del rock n’ roll.

Fat White Family - Tastes Good With The Money (Official Video)