Normalmente la prima domanda che ci si pone al termine di un concerto é: “Com’è stato?”. Al termine del concerto del trio di Daniel Blumberg a Milano la domanda che mi é sorta spontanea é stata: “A COSA abbiamo assistito?”. Mi è parso subito evidente che per rispondere correttamente fosse necessario lasciare sedimentare l’evento. Così nei giorni successivi questa domanda mi ha assillato e rincorso, un po’ come il motivo ricorrente del concerto, ripreso più volte e spesso in maniera inaspettata durante l’esibizione: “’cause I expected, love to Be strong, and go on and on and on…”.

Proviamo quindi a rispondere.

Più che come un concerto l’esibizione è strutturata come una performance di arte moderna caratterizzata da una compenetrazione profonda tra installazione artistica e parte musicale. Questa ultima viene gestita in maniera peculiare: non c’è una scaletta vera e propria e le canzoni vengono eseguite in un flusso unico dove la loro esecuzione non ha un inizio e una fine ben definita e gli arrangiamenti non paiono consolidati. Un brano può essere iniziato al piano e finito alla chitarra o solo con la voce o spesso venire disturbato da scariche elettriche o da quella armonica lancinante che abbiamo imparato a conoscere in “Minus”. Insomma la forma canzone sembra essere decostruita e destrutturata sulla base del momento o dell’umore (o capriccio) di Blumberg . In questo contesto non lineare si colloca l’esibizione dei musicisti tra esecuzione, improvvisazione e performance artistica. Blumberg interrompe e ricomincia i brani a piacimento inframezzandoli a bevute, sistemazioni infinite dell’armonica e ricerche di oggetti misteriosi nelle tasche, mentre i suoi sodali si dedicano, più che a suonare, all’interazione con l’ambiente circostante, suonando oltre agli strumenti anche gli oggetti di scena: puoi vederli scomparire o sentire i rumori da loro prodotti fuori dal palco o vederli riapparire al piano o ancora suonare con l’archetto un enorme blocco di polistirolo .

Mi rendo conto che, a riprova di quanto le parole possano essere a volte inadatte o limitate, quanto appena descritto messo su carta possa apparire come qualcosa che si colloca tra l’autoreferenzialità masturbatoria, il concettuale spinto e il ridicolo. Ma per comprendere davvero lo spettacolo in questione, occorre inserire nel sistema la variabile impazzita ovvero Blumberg stesso.

La presenza scenica dell’artista inglese costituisce infatti ciò che definisce lo spettacolo stesso. Il suo sguardo perso, le movenze nervose e spastiche e il modo di interpretare le canzoni secondo una logica imperscrutabile diventano la cifra stessa dell’evento che si nutre dell’intensità penetrante che la sua personalità disturbata sembra emanare. Nel silenzio rigoroso della sala si ha spesso l’impressione di stare assistendo a una sorta di seduta psicanalitica pubblica. Una sensazione forse banale, ma che porta alla domanda successiva: quanto di ciò che vediamo rappresentato sul palco è sincero e autentico? Quanto é vera la finzione o quanto é finta la verità o, per dirla con parole più dirette, il ragazzo ci é o ci fa? Inutile dire che ci sembra inutile anche solo cercare di dare una risposta a tali domande: proprio nell’incertezza e nella dinamica tra sincerità e artificio risiede il mistero che rende una serata come questa così peculiare e preziosa.

L’atmosfera di intimità pubblica che ha avvolto lo spettacolo fin dall’ingresso in scena dei musicisti, preceduto da un sospeso e prolungato silenzio, e la presenza/assenza dei musicisti intenti nella loro performance e del tutto indifferenti all’esistenza del pubblico in sala concorrono a creare nel pubblico sensazioni che vanno dal pudore allo stupore. C’era da un lato la sensazione di essere fuori posto e di assistere a una situazione intima e privata, dall’altro la meraviglia di contemplare e godere di una musica fatta per non essere diffusa all’esterno, ma che paradossalmente trova la sua ragion d’essere proprio nella condivisione pubblica. Questo forte contrasto diventa il potentissimo motore emotivo del concerto, lo strumento attraverso il quale i musicisti comunicano nel profondo con il pubblico, provocando reazioni diverse in ognuno di essi. Per quanto mi riguarda l’esperienza é stata quella di vivere un coacervo di emozioni forti ed estremamente diverse fino – non lo nego – ad essere colto, quasi disarmato, da una commozione improvvisa.

Ecco proprio questo aspetto ci permette di identificare una netta differenza che distingue questo concerto rispetto al “classico” concerto rock. Il live nella cultura rock é un evento paragonabile a un rituale collettivo che si esplica in un sentire comune; chi partecipa anela a un’estasi di massa in cui sentirsi parte di un tutt’uno. in questo caso invece sembra che l’intento sia quello non di comunicare a un insieme di persone ma di stimolare e provocare in maniera individuale ogni ascoltatore. Bastava girarsi e dare uno sguardo ai volti dei compagni d’avventura e agli atteggiamenti del resto del pubblico per accorgersi come ognuno stesse vivendo quella performance in maniera differente.

Resta infine il tempo per affrontare qualche interrogativo sul percorso artistico di Blumberg. Quando lo avevamo visto a Ravenna lo scorso autunno, aveva disarmato la sincerità con cui il ragazzo si era messo a nudo, offrendo sul piatto non tanto la propria fragilità, quanto il proprio disagio mentale. Se in quel concerto l’intensità appariva quasi insostenibile, in questo caso Daniel sembra più capace di padroneggiarla e stemperarla in una forma meno istintiva e più ragionata e “artsy”. In questo passaggio, la buona notizia sembra essere quella che Daniel Blumberg sta meglio con se stesso e che il suo percorso umano, che pare intimamente legato a quello musicale, si sta indirizzando verso una maggiore consapevolezza delle proprie capacità di artista totale.

In ogni caso sará una serata da cui sarà difficile “liberarsi”, insieme a…
“’cause I expected, love to Be strong, and go on and on and on and on and on, and go on and on and on and on and on….….”.