“La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio.”
Miles Davis

 


Abbiamo sempre amato i dischi che è meglio sentire in cuffia perché il rumore del mondo esterno potrebbe rovinare il sottile equilibrio tra suono e silenzio su cui sono costruiti.

Amiamo la musica che lotta contro il brusio ininterrotto e irrispettoso del mondo per riuscire ad emergere.

Sono dischi in cui il suono non vuole annullarsi nell’ambiente circostante, come avviene in certe musiche ambient, ma che lotta piuttosto per non dissolversi in esso e resistere all’urto del mondo esterno. Nel tentare di prevalere per non scomparire, si porge però con gentilezza perché sa che può contare sulla nostra attenzione di ascoltatori.

Si tratta di dischi che muovono dal paradosso di essere cantati da voce umana. La voce è suono e per sua natura è destinata a distruggere il silenzio. Eppure alcuni musicisti vanno alla ricerca di un punto di equilibrio, quasi a suggerire che questi due estremi non sono fazioni in lotta, bensì amanti lontani che riescono a sfiorarsi proprio nel fiato ultimo che divide la sillaba cantata dallo spazio bianco del silenzio che ne segue.

In un mondo saturo di suoni e informazioni, in cui il chiacchiericcio (Talk Talk?) ha finito per diventare il rumore bianco dell’esistenza, inseguire il silenzio diventa un gesto politico di rifiuto. Un rifiuto coltivato tramite note che lasciano tantissimo spazio tra loro, al fine di consentire al silenzio di penetrare tra di esse ed evocare così l’impossibile commistione tra il suono e la sua assenza, grazie a una successione non dissimile da quella dei fotogrammi cinematografici che, posti uno di seguito all’altro, danno la percezione del movimento.

Si tratta di musica come quella che ha segnato la parabola artistica di Mark Hollis della cui morte avrete letto in questi giorni. E se lo avete fatto, conoscerete anche la storia di questo piccolo elfo dalle orecchie a sventola che nel decennio di plastica per antonomasia si faceva dapprima largo in mezzo ai bei fusti del new romantics grazie a una voce declinata in scala di grigi, ma capace di aprirsi in mille colori virati seppia, per poi inseguire una rarefazione musicale che finì per convincere casa discografica e fans a mollarlo: dopotutto dove volevano andare a parare Mark e compagni? In nome di cosa stavano dissipando il credito che un best seller come “ It’s my life ” gli aveva concesso?

Cercavano il silenzio. Lo si capì in seguito, sulla lunga distanza.

Qualche tempo fa, citavamo una frase del Bowie pittore che sosteneva che la cosa più difficile quando si dipinge è capire quando il quadro è finito e quando non sono più necessarie altre pennellate. Il rigoroso affresco di Mark Hollis non si è concluso il 25 Febbraio appena trascorso, ma circa vent’anni prima, quando nel 1998 il musicista londinese pubblicava l’unico disco a suo nome, con il quale lasciava immacolata la tela ultima della sua musica, facendola risplendere di un bianco pacificato.

Eppure… quella ricerca del sospiro finale e quell’afflato verso un silenzio di pace possono essere scorte anche altrove.

Ad esempio nell’acufene che ha ridotto a sussurro “Impermanence” il disco solista di Peter Silberman, leader di quegli Antlers che già esploravano le zone d’ombra del suono. Soltanto la perdita quasi totale dell’udito poteva spingere Peter a contrapporre ai suoni caotici e ai rumori frenetici della sua New York, il silenzio e la pacificazione impermanente che solo quella pausa momentanea dal mondo che è la guarigione è capace di donare. Peter ci riesce con l’ausilio di una semplice chitarra reverberata e di una voce capace di farsi ora sussurro, ora pianto sommesso. Registrazioni che sembrano colte nell’ora più intima della notte, capaci di spargere balsamo sulle ferite inferte da un mondo che sembra avere paura del silenzio, preda di una sorta di “horror vacui”. I volumi si abbassano, il suono si asciuga, mentre si allarga lo spazio tra le note. Più che alternare vuoto e pieno, si indaga il legame naturale tra suono e silenzio, uniti splendidamente nelle sonorità tenui di un disco meraviglioso, tesoro nascosto nonché promemoria capace di ricordare quanto il silenzio sia parte costituente della vita e del nostro essere.

Peter Silberman - "Karuna" (Full Album Stream)

L’eredità del nostro Mark Hollis potrebbe essere scorta anche tra le melodie che provano a farsi canzone, ma soccombono al caos mentale del proprio autore di “Minus”. Nel descrivere l’esordio di Daniel Blumberg, il nome del leader dei Talk Talk è stato scomodato più volte. Un parallelismo non del tutto infondato, ma nemmeno troppo calzante. Se in effetti elementi come il pianoforte e l’armonica lancinante di “Madder” sembrano richiamare certe atmosfere di “Spirit of Eden”, presto – nel brano, come nel resto del disco – il caos prende il sopravvento, distruggendo il fragile equilibrio tra suono e silenzio che nel gruppo di Hollis era invece preservato dai meticolosi e complessi arrangiamenti ideati grazie anche all’opera ingegneristica di Tim Friese-Greene. C’è un che di disturbante nel sound di Blumberg: il silenzio ha un sapore desolato e sembra essere uno dei due estremi su cui corre il disturbo bipolare che il disco si propone di mettere in musica. In questo senso, caos e silenzio rappresentano strumenti perfetti per esprimere la dicotomia tra follia e depressione.

Maggiormente pacificato è stato, nel 2012, il ritorno di un grande poeta musicale degli anni ottanta: Paul Buchanan. Alla guida dei Blue Nile, Paul Buchanan ci aveva consegnato alcune delle pagine più belle di quegli anni, senza ricavarne in cambio nemmeno il breve successo che aveva arriso ai Talk Talk di Mark Hollis. Dopo il dittico rappresentato dai leggendari “A walk across the rooftops” e “Hats”, l’attività di Buchanan è diventata sempre più parca e i dischi pubblicati hanno cominciato ad essere intervallati da silenzi sempre più lunghi. Fino a quel “Mid air” che sta alla sua discografia un po’ come l’omonimo di Hollis sta a quella del leader dei Talk Talk. Un disco dai contorni sfocati che sembrano confondersi con il silenzio che lo ha preceduto e con quello che ancora oggi a quasi sette anni di distanza continua ad avvolgerlo. Una breve oasi di canzoni impalpabili, sussurrate e intimiste, disperse in mezzo a un oceano di silenzio, capaci allo stesso tempo di essere rassicurante boa, ogni volta che vogliamo farvi ritorno.

Mid Air by Paul Buchanan

Se dovessimo completare un ipotetico trio di chi con la propria opera ha raffinato certe sonorità degli anni ‘80 fino ad approdare a un suono altro, sofisticato ed etereo, dopo  Hollis e Buchanan, probabilmente citeremmo David Sylvian il cui percorso verso il silenzio può essere definito come lungo, costante e sempre coerente. Dalla danzabilità degli esordi New romantic alle prime commistioni tra new wave e sonorità orientali dei Japan, dal suono etereo ed evocativo dei lavori solistici, passando per la parentesi del rarefatto ritorno dei Japan a nome Rain Tree Crow. L’approdo di questo percorso ha visto in lavori come “Blemish” e “Manafon” la voce di Sylvian stagliarsi su fondali sempre più indistinti. Dopotutto se c’è una voce che si sposa perfettamente al silenzio è proprio quella del musicista inglese, capace di guadagnare in incisività proprio nel vuoto sonoro. Il suo approccio al silenzio, cerebrale e intellettuale, tradisce magari una certa freddezza di fondo, limite e pregio di chi anche dell’assenza di suono fa non un elemento emotivo, bensì programmatico.

David Sylvian - Small Metal Gods [HQ]

Chi invece insegue il perfetto bilanciamento tra una programmaticità quasi scientifica delle proprie scelte musicali e una propensione all’oscurità più abissale sono i These New Puritans, ovvero uno dei migliori gruppi che l’Inghilterra ha prodotto da che il millennio è cominciato. Il gruppo dei gemelli Barnett ha superato il suono maggiormente chitarristico e basato sulla ripetizione post-punk degli esordi, per approdare a un sound ricco e in apparenza lussureggiante, ma che a ben vedere persegue una dissoluzione sonora che richiama proprio la ricerca del silenzio di Hollis e l’ipnotico e avvolgente incedere dei Bark Psychosis di Graham Sutton, non a caso loro strettissimo collaboratore. Il silenzio é parte integrante delle raffinatissime orchestrazioni della band al pari degli strumenti tradizionali e degli inserti di suoni concreti con il risultato finale che l’ascoltatore viene guidato in maniera naturale e senza soluzione di continuità dal pieno al vuoto. Il loro terzo lavoro “Fields of Reeds” fa della noia orchestrale e della dispersione ambientale uno dei suoi punti di forza, proponendo una musica misteriosa e affascinante pervasa da una cupezza di fondo e da un rigoroso equilibrio tra essenza e assenza. Un bilanciamento tra suono e silenzio perfettamente reso dall’utilizzo del magnetic resonator piano strumento dalla forma tradizionale, ma dal cuore moderno e tecnologico capace di far risuonare all’infinito le proprie note nel silenzio.

Abbiamo citato i Bark Psychosis di Graham Sutton e dunque concludiamo questa brevissima rassegna facendo un passo indietro fino a quella stagione in cui il rock era diventato “post”, grazie anche a lavori come “Spirit of eden” e “Laughing stock”. La sfuggente creatura di Graham Sutton in dischi come “Hex” ha sviluppato certe intuizioni presenti negli ultimi Talk Talk, non ultimo l’utilizzo del silenzio come elemento di dilatazione temporale, preferendo però al suono orchestrale e più vicino al jazz dei maestri un approccio più sognante ed ambientale, evocando nel proprio minimalismo un’eternità più morbida e accogliente rispetto a  quella austera e incorporea dei Talk Talk.

Bark psychosis - Fingerspit

Bene… dopo aver parlato di dischi che mettono in musica una pacificazione sfuggente e di lavori che portano in superficie nevrosi latenti; dopo aver ammirato l’opera di chi coerentemente ha accordato la propria scomparsa alla scarnificazione sonora e di chi ha operato nella propria musica una fuga silenziosa dal mondo e dal successo; e dopo aver infine ammirato certe austere orchestrazioni e celebrato le dilatazioni temporali che il silenzio può scatenare… beh, adesso, è tempo di salutare per l’ultima volta quel musicista straordinario che è stato Mark Hollis, senza il quale alcune delle musiche di cui vi abbiamo parlato sarebbero state impossibili.

Si, adesso possiamo rimettere le cuffie sulle nostre orecchie e cercare di escludere ancora una volta il rumore del mondo, in cerca del silenzio.

Talk Talk - Runeii